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Racconti ondivaghi che alla fine parlano sempre di amore

Ed ecco cominciare una nuova fase della mia vita e con essa do inizio a un nuovo esperimento.
Un blog, un diario scritto dall’immaginazione per condividere le mie fantasie con chiunque avesse voglia di tuffarvisi e di farsi trascinare dal loro andamento sinusoidale, tipico delle onde del mare.

Un abbraccio

V.

 

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Racconti, Racconti & Poesie

Parigi-Madrid

Il silenzio spezzato dal rombo di un motore che corre per le autostrade di Parigi, illuminato dalla luce dei lampioni a mezzanotte. Un rumore che riempie il vuoto, che dissemina una scia di volute scure, che vuole combattere lo spazio. E la moto, quella moto rossa e nera che mischia i suoi colori, spinta dalla velocità e dal bisogno di essere già a destinazione.

Una persona sulla sella che tiene con forza, con urgenza, con disperazione le manopole del manubrio, come se dal manubrio dipendesse la rapidità di quel viaggio.

Chi la vide, ricorda un fulmine sulle strade della Francia, mentre il cuore, invisibile, raggiungeva la velocità del suono.

Una scia di colori, rumore, battito e benzina riempiva le strade vuote di un punto sperduto d’Europa. La meta era sempre più vicina, ma ancora fin troppo lontana, almeno finché le mani di chi in quel momento stringeva le manopole, non avrebbero stretto lui, affondando le dita nella sua carne.

Quella notte, lei si mise in sella a quella moto che quasi la sovrastava, per dimostrare che lo spazio e la distanza erano fattori irrilevanti, quando la volontà racimolava attimi e combatteva la paura. Viaggiare ancor prima delle prime ore dell’alba per le strade illuminate di Parigi e, via via, allontanarsene quando non erano nemmeno sorte le prime luci, significava andargli incontro.

E andargli incontro significava che per una volta doveva essere lei a legarsi i capelli, infilarsi il casco, coprirsi il collo con strati di pile e pelle, e sperare che il viaggio l’avrebbe condotta a destinazione il prima possibile.

Non esistono teletrasporti più potenti della volontà. E fu proprio la volontà a ricaricare di benzina il motore di quel cuore folle che voleva solo e soltanto riabbracciarlo e imprimere quel momento nell’asfalto nero della Parigi-Madrid.

Racconti, Racconti & Poesie

Le 20 sigarette

Da quando lui ha finito il suo pacchetto di sigarette, a me è venuta fame.
Sembra strano come le due cose possano essere collegate; eppure quella sera, dopo aver terminato la nostra ennesima cena a base di silenzio e un comune soprappensiero, dopo esserci stesi sul divano, aver acceso, lui, la tv ed io aver aperto il libro, non lo avevo mica capito che le due cose erano collegate.
É andata più o meno così: lui con fare annoiato che aveva finito l’ultima sigaretta del pacchetto da 20 -comprato proprio quel giorno- ed io che, di colpo, avevo voglia di dolci.
Allora ha bofonchiato qualcosa, si sei alzato, è andato a cercare le chiavi, ha preso e messo il giubbotto tanto per non soffrire il freschetto delle sere di maggio e, dimenticando felicemente il telefono in carica, ecco che è partito alla ricerca delle sue 20 sigarette.
Intanto io avevo chiuso il libro ed, entrando in cucina, aprii quella scatola di biscotti che nascondevo a me stessa da almeno un mese.
Un biscotto, piccolo e leggero senso di colpa.
Lui ancora non era tornato e allora io misi l’acqua sul fuoco per prepararmi una tisana. Un biscotto e una tisana, magari questa strana sensazione passerà.
Decisi di cambiare postazione e dare al mio libro un nuovo sfondo. Ero appoggiata sul tavolo della cucina, con una gamba a penzoloni sull’angolo e l’altra rannicchiata sotto di me, che stavo scomposta sulla sedia. “Un maschiaccio” avrebbe detto mia nonna. Eppure lei, vissuta in un’epoca di galanteria e merletti, non sapeva o forse sperava che fossi io a non scoprirlo mai, che a volte l’essere “maschiaccio” può servire: che può agevolarti in determinate situazioni, chissà trovare anche lavoro, altre volte -purtroppo- ti conferisce psicologicamente una maggiore forza (perché così ti hanno inculcato) e sopratutto può far credere al tuo uomo che puoi tenergli testa.
Così, mentre sfogliavo le pagine del mio libro blu e andavo avanti con la sua storia, tra me e me sorridevo, ripensando a quante cose avrà imparato dalla vita mia nonna, sperando che nel futuro -che nel mio presente- sarebbero cambiate.
Un altro biscotto, un’altra pagina, l’acqua che bolliva. Mi alzai per scappare dalla scatola tentatrice e portatrice di cioccolato misto a tanto zucchero. Versai l’acqua nella tazza con su scritto “No olvides sonreir”, e questa cominciò a fumare e a profumare l’aria di cannella.
Ritornai in postazione, aspettai che il calore diminuisse, lessi due righe, mi fermai: un altro biscotto. Allora mi rialzai, raggiunsi il piano cottura su cui avevo strategicamente lasciato i biscotti prima di risedermi, puntando sulla mia pigrizia – ma ecco che in questi casi è l’istinto a batterla-. Dunque un altro biscotto, anzi due, anzi tre. Dovevo sentire a pieno il sapore, dovevo godere a fondo di quella “felicità”. Che nome poteva avere quella sensazione di piacere dopo giorni, mesi o forse anni di pioggia, puzza di sigarette e vuoto? Come potevo ripudiare quella carezza rivolta alle mie papille gustative in mezzo a un deserto di carezze da molto non pervenute su qualche altra zona del mio corpo?
“A che numero sarò arrivata?”, pensai. Forse era il decimo o il quindicesimo biscotto, fatto sta che quel conto mi fece ricordare che era già passato un bel poco di tempo, ma ancora di un nuovo pacchetto da 20 sigarette a varcare la porta, non vi era traccia.
Decisi di tornare in salotto, con in mano la tazza e il libro. I biscotti in cucina, le sigarette chissà dove. Entrando nella stanza, vidi che la tv trasmetteva ancora il film d’azione che il quasi-ormai-famoso-cercatore di 20 sigarette stava guardando.
-“Rambo, piacere di sentirti vivo. Dacci la tua posizione che veniamo a prenderti.”
-“Murdok sarò io che verrò a prenderti.”
Ironia della sorte, era quello che stavo pensando anche io.
Che si sia perso? Che stia andando a cercare, una per una, le 20 sigarette in giro per il mondo? Che stia contrattando con spacciatori e narcotrafficanti per averne ognuna di una tipologia diversa? Che il distributore automatico situato alla destra del mio portone sia entrato in una dimensione parallela e che per arrivarci servano riti di sangue e raccomandazioni speciali?
“Murdok sarò io che verrò a prenderti”, mi ripetei in testa, gli altri lo cercano, lo aspettano, ma sarà lui ad andare o a tornare da loro. Perché agitarsi quando tutto dipende dalla sua testa e non da quella degli altri? Che ruolo potevano avere gli altri, se non marginale in confronto all’eroe?
In quel momento stavo ancora soffiando sulla mia tisana, aspettando, ormai quasi impazientemente, che, gentilmente, mi permettesse di berla. Ed è così che succede con le relazioni, pensai: fai di tutto per andarci con tutte le precauzioni, per far sí di non rischiare di bruciarti. Ti metti in testa che devi aspettare, andarci piano, che le cose che si guadagnano con il tempo sono le migliori, le più stabili e le più durature e poi…
A quel punto me ne fregai e avvicinai le mie labbra alla tazza come si fa con il proprio ragazzo dopo un pesante litigio: incerta, stanca, vogliosa.
“Ahia!”… e poi ti bruci.
Dopo aver ricevuto quel morso dal duo tazza-tisana, ecco che decisi di spegnere la tv, alzarmi dal divano, lasciare il libro che per quella sera non avrebbe più trovato nessuno che ascoltasse quanto aveva da dire e andrai dritta fino al ripiano della cucina.
Presi due delle cose che avevo nascosto in quella stanza, proprio perché la mia casa era troppo piccola e senza validi nascondigli per farlo altrove. Dopo di ciò andai in bagno.
Passarono sì e no due ore, due ore eterne, ma, uscendo dal bagno, eccomi a sorridere tra me e me, mentre guardavo il suo telefono in carica sul suo comodino. Alla ricerca di 20 sigarette, senza nessun mezzo per ricercare lui. Poteva generarsi un loop incredibile, e dopotutto, tristemente – ma nello stesso tempo con ironia- sapevo che non era il caso di scomodare la polizia con la storia del ricercatore scomparso delle 20 sigarette, in quanto probabilmente le 20 sigarette si trovavano tutte a casa di una persona dal nome femminile e dal cognome a me ignoto.
“No olvides sonreir” neanche in quel caso; neanche quando, in compagnia del mio pacco di biscotti, mi infilai sotto le coperte con la lucina accesa.
Un biscotto e poi un altro, una piccola lacrima e poi un’altra; il cioccolato, la tisana ormai fredda e inutile. Avrò superato di certo i 20 biscotti mentre rintoccava la mezzanotte e al mondo erano finite le sigarette.
Ricordo che quella notte mi addormentai con la luce accesa, stanca di tutto: del cioccolato, degli zuccheri raffinati, della mia tazza con su scritto “non dimenticarti di sorridere” in spagnolo, dei film d’azione alla tv, della tv stessa lasciata accesa da qualcuno, dei distributori di sigarette finiti in un altro universo, delle tisane troppo calde, dei morsi dei ragazzi incazzati, delle labbra ferite, delle piccole lacrime in solitaria, dei telefoni dimenticati sotto carica, delle cose nascoste nei ripiani della cucina e delle 20 sigarette disperse tra i meandri di un amore inesistente.
Ma la notte, nonostante tutto, passò e con lei finirono i biscotti, mentre i distributori lasciavano la scena all’apertura dei tabaccai. A non finire, però, fu la mia voglia di dolci, quella voglia di dolci nata giusto nel momento in cui lui aveva fumato la sua ultima sigaretta, senza mai ripromettersi che fosse davvero l’ultima.
Eppure si ricominciava, la mia tazza suggeriva imperterrita di farlo con un sorriso ad ogni ora del giorno, in ogni istante dolce-amaro della vita. Entrai in bagno, il test di gravidanza ancora sul bordo della vasca dalla sera prima: due lineette.
Soltanto ad una cosa pensai: “ti prometto, tesoro mio, che non fumerò mai e poi mai nemmeno una sigaretta”.

Racconti, Racconti & Poesie

Foglie gialle e neve

Una giornata intera a camminare per la città. A vagare tra vicoli e vicoletti, sperando che i tanti volti, rumori confusi e musiche passeggere riuscissero a spegnere i pensieri.
Richard è sempre stato così – pensai- sempre pronto a farmi ricredere. Quando le cose andavano bene, non ero mai tranquilla: sapevo che ben presto sarebbe arrivata la tempesta. E poi in quei tanto temuti giorni di bufera, la pioggia torrenziale, di colpo, si trasformava in soffice neve che, paradossalmente, irrazionalmente e follemente ci riscaldava i cuori.
Anche quella mattina successe qualcosa di simile. L’alba era dorata tra le sue braccia, il venticello faceva muovere le persiane di legno e si sentivano i bambini ridere dal parco accanto al nostro palazzo. New York e le sue strade, New York e tutti gli scenari che il mattino andava a risvegliare. E tra questi c’eravamo noi, distesi sotto le coperte nel letto caldo, mentre ognuno si ridestava dai propri sogni.
Mi disse buongiorno a bassa voce, mi baciò sulla fronte, mi sistemò meglio le coperte e si alzò per andarsi a preparare. Io come ogni mattina lo sentii ad occhi chiusi e dentro di me sorrisi; tentai pure di afferrare il suo braccio per trattenere l’alba ancora un poco insieme a me, ma lui, delicatamente si liberò.
Quella delicatezza, quanto la temevo a volte: perché era con la delicatezza che, quelle volte, riusciva a farmi ingoiare le pillole peggiori.
Mentre mi svegliavo, sentivo l’acqua scendere nella doccia. Pensai a quanto potesse cambiare la percezione di un oggetto, se a utilizzarlo è chi ti sta più a cuore. Quando era lui a usarla, per le mie orecchie quella doccia suonava, mentre se a usarla era qualcun altro, non si trattava nient’altro che di acqua pesante che, a forma di gocce, cadeva e sbatteva ovunque come proiettili.
E questo era lui per me: un uomo che, ai miei occhi, trasformava in oro tutto quello che toccava: e purtroppo anche ciò che era più lontano dall’oro.
Allora mi alzai, andai a preparare il caffè per entrambi, aspettando pazientemente che lui mi raggiungesse. Il venticello si alzava, faceva freddo e io trovai una sua felpa per coprirmi, mentre già cominciavo a sentire l’odore del caffè provenire dalla caffettiera.
Richard entrò in cucina e senza nemmeno guardarmi prese la sua tazzina già riempita, vi versò un cucchiaino di zucchero di canna, lo bevve, si fermò, non mi guardò nemmeno. Allora si girò verso di me -non mi guardò-, trovò intuitivamente la mia testa per darmi un bacio senza ancora guardarmi, disse “ciao” o “a più tardi”- non ricordo- e , senza guardarmi neanche mezza volta, raggiunse la porta, l’aprì, la richiuse, poi andò via.
New York in autunno sa riempirti il cuore con il suo essere molto pittoresca e colorata, eppure certe mattine sa come farti sentire vuota, sola, una straniera in mezzo a tanti solitari.
Guardavo dalla finestra della cucina, superavo con lo sguardo le scale antincendio e vedevo Richard andare via in sella alla sua moto.
Sapevo che si stava avvicinando l’inverno, ma non ero mai pronta all’idea che il tempo potesse cambiare così repentinamente, minacciando di nevicare quando ancora le foglie gialle andavano scoprendo via via tutti gli alberi della città.
Quello che feci, fu ricoprire il vuoto generato da quella porta di casa chiusa tanto velocemente,  con la musica mista ad acqua della mia doccia. Mi vestii, cercai di ripassare mentalmente la routine, sintonizzando la mente solo con i miei impegni. Allora cercai le chiavi e, infreddolita al pensiero di dover uscire, mi misi il suo cardigan marrone; quello che rimpicciolii per sbaglio in uno dei primi lavaggi -in uno di quelli che in realtà volevo fare con il cuore e che finivano in teneri e per me imbarazzanti disastri-.
Almeno in quel modo, lui mi poteva abbracciare per tutta la giornata, pensai indossandolo.
“Stavo elemosinando l’affetto”- mi dissi mentre abbottonavo il cappotto e mi richiudevo la porta alle spalle, proprio come lui aveva fatto poco – o già molto- tempo prima.
Stavo elemosinando silenziosamente qualcosa che non avevo, o meglio, qualcosa che non era stabile. Non dovevo lottare per un posto, non dovevo andare a letto la sera pregando di ritrovarlo ancora lì la mattina. Non dovevo sentirmi fortunata di passare un altro giorno con lui o di vedere che lui mi dedicava un momento in più della sua giornata. Al contrario ero io che dovevo scegliere ogni giorno se volevo passarlo con lui ed era lui che doveva ritenersi fortunato della mia presenza e della compagnia della mia testa.
Arrivata a lavoro, cercai di distaccare i miei pensieri dal  cuore per collegarli al mio senso del dovere. Le ore passarono veloci, tranne per quei momenti in cui guardavo l’orologio e automaticamente il mio pensiero volava da lui.
Nessun sorriso, nessuno sguardo, non una parola. L’alba dorata aveva lasciato il posto a una mattinata dal cielo grigio e ventoso, ed io avevo solo un cardigan rovinato a riscaldarmi.
Così, dopo il lavoro che da un lato pregavo che non finisse, decisi di passeggiare fino a una meta indefinita.
Una giornata intera a camminare per la città. A vagare tra vicoli e vicoletti, sperando che mille volti, rumori confusi e musiche passeggere riuscissero a spegnere i pensieri.
Sarà tornato a casa? Questa volta tornerà? Devo ancora dipendere dalle sue scelte giornaliere o “finalmente sceglierò”?
Forse fu all’uscita della metro che, per la prima volta arrivò un pensiero che, tra i tanti, riuscì a rincuorarmi. E allora mi ci aggrappai, mi ci aggrappai potentemente con tutte le forze che avevo. Il ragionamento era questo: lui avrebbe anche potuto scegliere di non volermi più, ma nel dubbio, in quell’insicurezza che avrebbe tracciato le mie giornate future più prossime di un’assenza marcata, proprio lì, io avrei trovato la mia libertà. La libertà da una presenza chiaroscurale con molti tratti ombrosi; una libertà da dei fili che, muovendosi, cambiavano le espressioni del mio viso ogni giorno e anche più volte al giorno. Una libertà che ritrovavo nel decidere io stessa dei miei stati d’animo, di pilotarli verso l’alto, senza che nessuno me li buttasse violentemente e rapidamente giù con l’arrivo di qualche nuvola. La libertà di non sentire piccoli pugni nello stomaco ogni volta in cui un piccolo gesto mancato o uno sguardo non percepito mi facessero sentire la ruota di scorta, utile per un mondo che teme la solitudine.
Abbracciare la mia solitudine tra le strade autunnali newyorkesi mi stava sembrando naturale come abbracciare la pienezza d’animo in un campo di grano rischiarato dai primi raggi del sole.
Grazie a questo, quella giornata grigia vide spuntare un nuovo e leggero calore nel mio stomaco e che poi si propagò al cuore. E questa volta, lui non c’entrava niente.
Rientrando a casa, lo vidi che stava in piedi davanti alla finestra a sorseggiare un scotch con ghiaccio.  Ah, Richard, Richard e la sua rivoluzione francese nella testa. “Qualche sparo ogni tanto” a volte mi diceva, e in quel giorno potevo leggere dai suoi occhi che c’erano stati molti spari e qualche tregua.
Per quella sera o da quella sera, ancora non so, smisi di sentirmi l’inviata di pace delle sue lotte intestine. Cessai di essere la crocerossina venuta al mondo con il compito di soffiare sulle sue ferite. Capii con il tempo che questa forzatura spesso non serviva e che più pretendevo di esercitare il mio “lavoro”,  e più quello stesso impiego non era considerato se non con i pochissimi riguardi di cui poteva disporre l’indifferenza. Perché arrivare a rendere il mio aiuto scontato? Perché arrivare a far considerare il tempo che io dedico a qualcuno come un bene che viene sempre più sottovalutato?
Allora gli ricambiai il bacio in testa di quella mattina, entrai in salotto e mi misi a leggere “Casa di bambola” di Ibsen davanti alla finestra chiusa, per non permettere più al freddo di irrigidire la mia vita- o almeno per quella sera- .
Dopo qualche ora fu lui a venire. Semplicemente si sedette accanto a me, con il suo taccuino in mano. In quel silenzio che si generò, stavamo bene. Niente di obbligato da dire, da esprimere, da esigere.  Nessuno stava elemosinando niente, nessuno stava dando più del dovuto.
Dopo cena, ci cambiammo per andare a dormire. Nel mettermi a letto, io avevo in testa la musica di una milonga: passione, rabbia, erotismo, dolcezza, amore, sospetto, odio, amore, amore, passione, odio, amore. Erano tutte le emozioni che trapelavano da quel ritmo al mio animo, oppure che provenivano dal mio animo e si attaccavano a quel ritmo come fanno due amanti che, ballando, impregnano gli occhi degli spettatori della loro essenza.
Richard spense la luce dall’interruttore accanto alla porta della nostra camera e scostò le coperte per mettersi nel nostro grande letto accanto a me.
Io ero girata dall’altro lato, e dandogli le spalle, stavo lì a guardare in silenzio la neve che cominciò a cadere da quella strana New York autunnale.
Un calore avvolgente, una presa sicura, una morsa rassicurante mi avvolse le spalle da dietro e avvicinò la bocca al mio orecchio.
“Buonanotte amore mio”, la voce chiara di Richard.
Quella notte la neve fu la più calda e la più silenziosa che avessi mai potuto vivere, eppure io l’indomani non avrei più temuto l’inizio dell’inverno.

Pensiero e sentimento

Scrittura automatica di fine inverno

Come una musica di un pianoforte che forma una scia di ghirigori e foglie nel suo viaggio tra i tetti fumanti delle case nell’inverno del nord.
E rapisce i miei pensieri, portandoli in sella verso una meta indefinita.
La malinconia non è altro che un metodo alternativo per conoscere il mondo.
La malinconia è e non è.
Presenza e assenza insieme.
Una musica che tocca lo spirito come fa una mano sul cuore ed ecco che l’anima sussulta e sorride.
L’amarezza non esiste, le note sono l’acqua che spegne il fuoco.
Il vento mi sospinge sempre più in là: più in là del mio letto, della mia stanza, della mia casa. E le città e tutte le luci di persone che corrono e si fermano e guardano il cielo.
Siamo fragili e forti: abbiamo ali e non le abbiamo. Abbiamo la capacità di trasformare la solitudine in un viaggio a cavalcioni di una scia di nuvole.
Ci riconosce solo chi sa volare.
Ci prende solo chi ha fermato la sua corsa, perchè arrivato alla meta.
E seppure la meta non ha ancora un nome, un volto o una definizione, ci consola solo il fatto che essa esiste e che io sto volando nel cielo pieno di stelle per raggiungerla, in attesa della sorpresa finale.
Questo viaggio si concluderà con un inizio. Supererò le strade ghiacciate e le notti gelide, supererò i campi congelati e le persone tristi.
Supererò la superficialità di attimi che fanno male; supererò il mio modo negativo di vedere che me li mostra neri.
Mi accosterò alla positività, mi terrò per mano, continuerò a guidarmi
e soltanto alla fine, soltanto all’ultimo passo,
all’ultimo colpo d’ali,
all’ultimo momento
finalmente  mi riposerò
nell’unico modo in cui da quel momento potrò fare:

con te accanto.

Pensieri della sera che magari non parlano sempre di amore, Racconti & Poesie

Tra le strade del caos di vivere

Cammino, cammino.
Dove vado? Non lo so.
Ho una direzione che sfugge,
una rotta che si modifica ad ogni secondo
e pensieri contrastanti.
Corro corro, aspetta che mi fermo.
Vedo una luce e la seguo
e lei mi conduce verso il buio:
accidenti alla fiducia.
Dal buio alla penombra,
e il viaggio si fa più stancante.
Dalla valigia sembra essere andata via, quasi del tutto, la speranza
e intanto gli anni si sommano.
Mi sembra di girare intorno,
di perdere il ritmo,
di strisciare assetata di incognite.
Poi lo ritrovo, eccolo di nuovo un qualche ritmo nel mio modo di camminare,
anche se non ho idea di cosa io stia parlando.
Eppure sento che una regola in tutto questo viaggio ci sia.
Una cadenza che scandisce i momenti belli da quelli dolorosi,
una mano invisibile che mi conduce tra le vie affollate del caos.
E lo vedo davanti a me:
un groviglio di strade che danno su pontili e funivie.
La scelta, l’incognita, se prendere il ponte o seguire le rotaie.
Qualunque direzione scelga,
raggiungo lo stesso una collina
e intanto mi chiedo cosa sia la libertà.
La risalgo lentamente, nella valigia mi era rimasta ancora la volontà
e sotto i miei piedi la salita sembra trasformarsi in una montagna,
che poi diventa cascata
che poi diventa una grotta
e che mi ripara all’interno della bolla di un tramonto.
Al suo interno, inaspettatamente, trovo un’oasi verde e mi ci fermo per un pó:
un altro miraggio e allora riparto.
Ma questa volta non mi lascio scoraggiare,
avevo più bisogno di riposare che di non farlo.
Che sia la vita o un sogno, non so dire.
Io e la mia valigia tra le strade del caos di vivere.
E cammino, cammino.
Dove vado? Che ne so.
So solo che alla fine dei giorni sarò arrivata in un punto che adesso sconosco e a cui poco credo.
So soltanto che senza troppo pensarci, solo allora avrò capito di aver raggiunto la mia meta.

Pensiero e sentimento

Punti di vista

Ringrazio che tu non ti sia mai messo seriamente a scrivere un libro di poesie.
Un romanzo. Una storia: la nostra magari.
Hai reso più facile smontare il grande castello di carte dorate su cui si basava il tuo ricordo. Un pensiero continuo e costante, ma mediato dalla fantasia e che mi faceva sentire la tua mancanza anche quando non la sentivo davvero.
Tu, che non scrivevi poesie. Tu che non facevi ciò che dicevi.
Non è stato difficile avere momenti in cui potevo vederti per quel che realmente sei: e cioè quasi niente.
Il difficile è stato sempre costringere la mia mente a recuperare quei momenti di raziocinio per accantonare dalla mia testa una persona che in realtà non esiste.
Le tue lettere, le tue storie, le tue parole. Tutto finto, tutto inesistente.
E alla fine non eri tu a scrivere poesie, non eri tu a scrivere quel libro:
perché si sa… che quella che era capace di parlare d’Amore sono sempre stata soltanto io.

Poesia, Racconti & Poesie

Vent’anni

Ho amato
Perduto
Sofferto
Lottato contro la rabbia, le domande infinite, il ricordo e la nostalgia.
Poi successe che ho perdonato,
accantonato l’inutile,
ripreso a sorridere.
Ed allora ho scritto,
ho suonato,
camminato per città,
visto il mare.
Eppure pensavo di non poter mai dimenticare;
di non riuscire mai a vedere nessun altro.
Credevo di sapere tutto a vent’anni.
E poi un giorno mi svegliai;
la vita sembrava sempre la stessa.
Ma successe che, quel giorno, ti incontrai.
E no, non fu più la stessa.

Racconti, Racconti & Poesie

L.M.

Tic-toc-tic-toc. Quel ticchettio continuava pur non essendoci nessun orologio. Una casa troppo vecchia scricchiolava sotto i suoi passi. La candela illuminava al passaggio i volti indistinti di spiriti mai conosciuti del XVIII secolo e la cui presenza continuava ad aleggiare tra i mobili tetri, ricoperti da teli bianchi impolverati. I merletti e i drappi che avvolgevano i vecchi proprietari del luogo, cristallizzati nelle tele umide quasi decomposte dal tempo, sembravano spettrali, specie se appena toccati dal lume di notte.
Tic-toc-tic-toc come un ritornello nella testa. Un richiamo che spingeva le sue gambe fino all’ala più remota di quella stamberga inglese sfiorita, insieme alle sue mura cadute a pezzi. Tic-toc-tic-toc, lo stesso ritmo del sangue che sbatteva nelle pareti delle vene, del cuore che voleva uscire dal petto, dell’affanno dei polmoni troppi stretti dentro il corpo. Tutto era claustrofobico; si respiravano le spore e le polveri di un luogo sepolto e chiuso da secoli alla luce del sole. Davanti alla grande porta in legno con mostruosi bassorilievi sulla lotta di angeli e demoni, eccone la maniglia scheggiata: unico ostacolo tra lei e quel ticchettio sempiterno. Nel girarla una scheggia le taglió il dito, colorandosi con punte di rosso. La porta si spalancó con un cigolio che non sto nemmeno a descrivere. Portava in una stanza buia dall’odore di muffa misto a gelo e man mano si dirigeva verso il fondo, ecco come tante lamelle di luci danzarono fino a circondarla. Specchi. Era una stanza tutta circondata da specchi grandi quanto le pareti e che sembravano quasi voler indicare un punto al centro di quel luogo: un oggetto che ticchettava. Tic-tic-tic-toc e più si avvicinava, più i fantasmi della stessa candela riflessa la attorniavano come a volerla assalire alla gola. Tic-toc-tic-toc e più raggiungeva il centro e più le mancava il fiato. Ancora un passo ed ecco che mise a fuoco la sorgente del tic-toc al centro della stanza: una scatola di legno scuro e ammuffito che ticchettava. Su di essa potè scorgere intagliate due lettere: L.M. Poggiò la candela sul pavimento e così fecero tutti gli specchi attorno a lei. Il ticchettio le aveva rubato i pensieri, tanto che non riusciva più a definire l’oggetto: era attratta, ipnotizzata, avvinghiata a quel rumore dall’essenza di un fantasma. Allora con la mano sempre più vicina, lo toccó, toccó quel nero avvolto dal tic-toc-tic-toc che ormai si era impossessato dei suoi pensieri.
E il tic-toc si arrestò.
-silenzio-
Poi uno scoppio improvviso che incendiò la stanza.

-DRIIIIN.

Lunedì Mattina.

Racconti, Racconti & Poesie

Matriosca

Camminavo da sola, come sempre, tra le opere di un museo troppo grande.
Camminavo da sola, eppure in ottima compagnia, la mia. E la mia compagnia era fatta di tante altre compagnie che insieme componevano la mia persona: c’era la Curiosità, l’Indipendenza, il Coraggio; c’era la compagnia della Forza e anche di una leggera presenza, chiamata Insicurezza. Ad accompagnare i miei passi e gli occhi, dopo di loro, si sentiva anche un poco di quella compagnia tipica della signora Solitudine, che con un pizzico al braccio ha riportato la mia attenzione proprio su quel quadro.
Signora Solitudine, tra le mie compagnie, era in disparte e più distanziata: divisa in due, lei sorrideva e piangeva allo stesso tempo, nel vedere gli amanti ancora abbracciati.
Sorrideva insieme alla sua compagna Speranza, nel vederli così uniti, stretti, avvolti, avvinghiati in una massa unica, e piangeva insieme alla sua più fidata amica Malinconia, nel sentire il dolore di un amore folle, che fa bruciare le carni dall’interno e ti consuma l’anima.
Stavo davanti al quadro da sola, senza essere da sola. Stavo davanti al quadro e ragionavo sul quadro con me stessa e di me stessa.
Gli amanti stanno per staccarsi, stanno per allontanarsi, stanno per mancarsi, bruciarsi, appassirsi e lo presagivo da un abbraccio.
Eppure stavano lì, cristallizzati: i capelli di lei mescolati nelle carni di lui, ancora uniti, ancora inseparabili.
Mi fermai a riflettere sul loro futuro: lo vedevo pieno di treni e aerei che li avrebbero portati ai lati opposti dei loro mondi. Lo vedevo malinconico, dolente eppure intriso di una profonda conoscenza delle pene dell’animo umano.
Mi figuravo le due sagome, ben vestite e con qualche ruga in più, a camminare sicure di sé  per qualche strada di una qualche città dal nome sfocato, con ognuno la propria routine che suonava come un ritornello avvilente nella testa.
Li vedevo avanzare distratti e un poco spenti su due marciapiedi diversi e terribilmente lunghi, che, se fossero stati accostati, sembrava quasi portassero a un unico punto di arrivo;  allo stesso modo di due rette parallele che in quel famoso punto lontano all’infinito, trovavano la loro convergenza.
Quante corazze formavano quei vestiti; quanto erano spenti i loro sorrisi scambiati con i passanti. Se avessi potuto scrutare dentro le loro maglie, aldilà dei loro petti,  i loro cuori, li avrei, per caso, trovati di ghiaccio?
Il loro cammino seguiva all’unisono, come al ritmo di un unico passo. Finché il destino pose davanti a loro uno delle infinite scelte millesimali, tanto banali da poter cambiare l’intera esistenza: entrambi i marciapiedi stavano esaurendo i pochi metri ancora da calpestare; dunque la scelta ricadeva solo sull’attraversare la strada o continuare a seguire la scia dei san pietrini, girando l’angolo.
Eppure nella vita di tutti i giorni, quando andiamo a lavoro o torniamo a casa, giriamo moltissimi angoli, pur non sapendo chi e cosa ci sarà dietro. Se decidiamo di attraversare la strada, nulla compare all’improvviso; il mondo si mette sempre più a fuoco davanti a noi. Eppure se giriamo l’angolo è tutta un’incognita nelle mani del destino.
E allora l’uomo e la donna continuano a camminare nei due marciapiedi diversi di chissà quale città, fino al punto in cui bisogna scegliere se fare parte di un destino che ti lega instintivamente a qualcosa da quando sei nato oppure se fare parte di un destino che, apparentemente, ti sembra di aggirare e governare, scegliendo di cambiare strada.
L’uomo decise per primo e il suo atto di volontà lo portò ad attraversare la strada, arrivando a un angolo della città con un fioraio ricolmo di vasi con tanti steli lunghi e piccoli fiori gialli. La donna, invece, lasciatasi trascinare dal moto delle sue gambe, girò l’angolo senza attraversare la strada, e nel farlo venne colta da un improvviso e delizioso profumo di mimose.
Stavo davanti al quadro di un museo troppo grande, ma pieno di vicende da narrare ed ero in compagnia di Solitudine che smise di piangere, con Speranza e Malinconia che si tenevano per mano.
Ed eccomi tornata nel mio piccolo albergo viennese, seduta a scrivere le impressioni sulla poltroncina in velluto grigio accanto alla finestra che da sul parco innevato. Come fosse davvero andata tra gli amanti avvolti nel “L’abbraccio” di Schiele, non lo sapevo né mai lo saprò, ma di certo la mia amica Immaginazione, in mezzo a tante compagnie vaganti, mi fece sognare a lungo, raccontandomi proprio una bella storia.

Poesia, Racconti & Poesie

Magico

Amami perché vuoi amarmi.
Così, gratuitamente,
Senza ricevute di ritorno o premi da ritirare.
Amami perché preferisci zuccherare la tua vita con la mia voce e il mio profumo.
Amami perché un giorno mi incontri alla fermata della metro e senza pensarci,
ami me.
Non amarmi perché ti senti solo,
depresso,
annoiato,
sconsolato.
Non amarmi perché ti senti a metà,
confuso,
perduto.
Amami perché sei forte di quello che sei,
pur intuendo che con me potresti addirittura essere magico.
Amami perché la tua già piena realtà diventi surreale.
Amami per condividere la tua felicità con me.
Vediamo come il tuo equilibrio si mescola con il mio e come cambiano le giornate.
E infine amami anche quando il cielo è grigio fuori e grigio dentro.
Ti accenderò un fuoco nel camino
e dentro la cioccolata che ti porgerò sotto una coperta in cui mi accoccolerò accanto a te, lì ritroverai subito il calore di un sorriso.
Quello che già avevi conosciuto ancora prima di amarmi,
ma che mai è stato così,
come lo è da quando mi ami:
Magico.