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Racconti ondivaghi che alla fine parlano sempre di amore

Ed ecco cominciare una nuova fase della mia vita e con essa do inizio a un nuovo esperimento.
Un blog, un diario scritto dall’immaginazione per condividere le mie fantasie con chiunque avesse voglia di tuffarvisi e di farsi trascinare dal loro andamento sinusoidale, tipico delle onde del mare.

Un abbraccio

V.

 

Pensiero e sentimento

La mia lingua

Sai quando hai voglia di parlare? Dico, solo parlare.
Parlare con qualcuno che comprenda la tua lingua.
Anche senza parlare.
Sì, anche senza parlare.
Della serie: cos’è quello sguardo?
Perché quei pensieri?
E io, sorpresa, direi: “ma come fai a credere di conoscere i miei pensieri? Io non ho parlato!”
Ecco, una conversazione così: assurda, ma con tutto il senso di questo mondo. Almeno per me e per chi parla la mia lingua: che sa di battaglie, che sa di risa, che sa di stanchezza e a volte un po’ di sana solitudine.
Dico sana perché, in alcuni momenti, serve il silenzio per capire i propri pensieri. E a me va bene di parlare in silenzio con chi conosce il mio alfabeto. Anzi, che esseri speciali, quelli che conoscono i miei pensieri quando sono troppo stanca per parlare.
Credo, dopotutto, sia una questione di compatibilità e di reciprocità: che chi conosce la mia lingua, potrà far dialogare i miei pensieri con i suoi, senza nemmeno emettere un suono. E che conversazione rara e bella, ne uscirebbe.
Finché, il mio interlocutore interromperebbe il silenzio, alzandosi di colpo da quel gradino, dove mi sedeva a fianco; e porgendomi la sua mano per farmi alzare, già lo vedo, sfoggiare un sorrisetto furbo e contagioso. Soltanto allora, come guarita, io ritornerei a parlare.
E ditemi se questa non è poi Magia.
È questione di fortuna, è questione di chimica: dico, incontrare qualcuno che ti capisca anche senza parlare, solo guardandoti in viso. Magari, mentre tu hai pure gli occhi abbassati e semplicemente ti limiti a dire a tutti gli altri analfabeti: “sto benissimo, grazie. Ma intanto versatemi un altro po’ di vino in questo bicchiere mezzo vuoto”.

Poesia, Racconti & Poesie

In silenzio

Non dire niente e abbracciami.
Che questo basterà ad aggiustare tutto,
a rattoppare le ferite, a curare i graffi.
Il tempo, le scelte, le città
ci hanno portato lontano.
Ma fintantoché rimaniamo qui ad abbracciarci
siamo legati ancora, a un passo dai nostri cuori.

Abbracciami, in silenzio,
lascia parlare i nostri corpi.
Che melodia armoniosa, dopo mesi di arsura.
E finalmente noi, vicini,
-che bello poter dire vicini-
possiamo accarezzarci fin dentro l’anima
adesso che siamo così stretti.

Che sollievo, ora che mi abbracci senza parlare,
sento quasi ricomporre tutte le parole,
vedo colorare questa stagione dai toni freddi,
tocco con le mie mani il tuo corpo che ho sognato così da lontano,
ora che ci sei.

E allora stringimi, stringimi ancora, stringimi tanto forte,
da non permettere a questo abbraccio di sciogliersi,
nemmeno per quando io sarò partita, ancora una volta.

Pensiero e sentimento, Racconti & Poesie

Tu che vieni da Marte

Tu che vieni da Marte, io che vengo da Venere,
penso, mentre mi guardi in silenzio a braccia conserte.
Ti guardo con occhi lucidi, mi rispondi con le labbra serrate.
É tutto chiuso nel tuo castello: ogni cancello, ogni porta, ogni finestra.
Da lì non entra il mio vento e neppure il mio canto;
e non vedo spiragli tra le tue barricate,
soltanto cannoni e lame, che ormai conosco da tanto.
Tu che vieni da Marte, io che vengo da Venere
ancora non so come avvicinare i nostri mondi;
io che non conosco le leggi della chimica, posso solo confidare nella sua magia.
Con un passo in più, una carezza sul volto di cera
e possiamo liquefarci, noi finti pezzi di ghiaccio al sole.
Ma non è il momento, mentre stiamo qui a guardarci,
tu sempre a braccia incrociate, io sempre con le ferite al cuore.
E intanto, tu, guerriero, vieni da Marte, mentre io, artista, vengo da Venere,
e lo dico a voce alta perché voglio che lo senti:
sebbene io sappia che le mie parole non hanno potere
nella mente di chi lotta e considera soltanto l’agire.
E allora io, abitante di Venere, invoco il tuo stesso silenzio, direttamente da Marte.
Che esso mi avvolga tutta intera, lasciando scoperti solo gli occhi
che ora bruciano un poco, influenzati dal mantello marziale.
Tu che mi continui a osteggiare, eppure del mio silenzio cominci a dubitare:
non ci sono più le mie parole a guidare le tue strategie,
stai perdendo potere, e questo so che non lo puoi sopportare.
Allora, di nascosto, indaghi ogni parte del mio corpo
per tentare di scoprire almeno uno sprazzo di intenzione,
e intanto io sorrido, sono al sicuro,
finché barricata da questo manto nero che ti è familiare.
Tu che vieni da Marte, ed io che uso le tue stesse armi:
come te lo spieghi adesso, questo inizio di inversione dei ruoli?
Per come ti hanno insegnato, ricalcoli la strategia: vuoi farmi arrendere.
Ma questa volta, non ti rimane che un’unica finestra aperta,
all’altezza dei miei occhi scoperti e infuocati, oramai.
Così, per la prima volta tu mi guardi.
Marte, Guerriero, Narciso: io esisto.
Interroghi i miei occhi con i tuoi, indugi su di loro, sperando di sentirli parlare,
ma questa volta li vedi solamente bruciare.
E adesso, guerriero di Marte, sai che ti rimangono soltanto due scelte:
l’una verso avanti e l’altra verso dietro; che sia arretrare o sia avanzare;
puoi bruciare il mio mondo e ritirarti; oppure issare bandiera bianca.
Io sono pronta, ho avuto tante albe e tramonti, un tempo lungo, per potermi preparare.

Ma nel mentre che scegli, rimani fermo, e ancora le tue braccia formano una X.
E intanto io festeggio per aver scalfito la muraglia
con la mia strategia che si chiama empatia:
quindi alzo un braccio, scostando di poco il mio mantello,
e ancora senza parlare, ti metto una mano sulla spalla.
“Io che vengo da Venere, ripeto che so poco di alchimia, ma credo nella sua magia”.
Te lo sussurro all’orecchio, e innesto un brivido sul tuo collo.
E tu guerriero, impreparato su questo, ecco che piano, vai disfacendo quella X dal tuo petto
e getti le braccia parallele al tuo corpo:
segni di un castello che adesso sta valutando la sua resa;
segni di una Venere potente che, dall’alto, osserva compiaciuta.
Ma ancora non parli, tu che vieni da Marte, tieni la bocca serrata,
eppure mi guardi; mi osservi in silenzio con due occhi meno di ghiaccio.
Quella mia mano ancora sulla tua spalla, ti sta diffondendo il calore della mia terra,
un calore che non sa di fiamme e fuoco dell’inferno, ma di sentimenti e di vita.
Sento il tuo corpo meno in tensione, vedo la tua carne cambiare colore.
Certa che anche Venere ci sta guardando, e che Marte, lui sa che davanti a lei,
la guerra prima o poi dovrà cessare.
Finché il fuoco si trasformerà in rose rosse
e i silenzi diventeranno parole;
finché il vento soffierà piano nel castello dalle finestre spalancate sul mare
e il canto colorerà le sue sale di emozioni.
E da quel tuo sguardo tornato umano, inaspettatamente mi sorridi:
tu che vieni da Marte, io che vengo da Venere
non siamo poi di mondi così opposti;
conosciamo la guerra, conosciamo l’amore,
e tu, guerriero, ogni volta è grazie a me che ti ricordi che hai un cuore.

Pensiero e sentimento

Terapia

Tappo le mie ferite con i colori, o almeno ci provo.
Allora, nel cuore uso il cerotto della poesia e nella testa, la bambagia della musica.
Invento, scrivo, suono, canticchio e poi quando posso viaggio.
Non sbaglio, con me stessa, intendo, perché una parola scritta e venuta fuori dalle mie ferite, è come un pianto che si trasforma in nota; è soltanto uno dei modi che uso per trasformare l’energia che tanto mi faceva male, in motore che mi fa ricominciare a vivere.
L’arte è una terapia, il processo artistico è la mia cura: non sono la migliore, anzi, non devo appartenere a nessuna categoria di artisti. Quella che io chiamo “arte” e che reputo mia, è un uragano di sensazioni che diventano colori anche uditivi. Genero delle sinestesie che mi hanno fatto costruire dei ponti su cui continuare a camminare, non per ottenere qualche premio o per essere chiamata artista, ma per vincere con la mia vita e per essere chiamata con il mio nome.
Quindi, continuate a chiamarmi con il mio nome, qualunque esso sia, e continuate a cercarmi dietro le mie parole, come si cerca un’amica, un’amica che vi comprende, perché da quel dolore, ci è passata.
E anche per questo secondo anno, è questo che ho fatto con il dolore: l’ho completamente trasformato in onde del mare che si infrangono sugli scogli della vita, fino a levigarli.
Perché è questo il potere dell’arte; riesce a modellare le rocce fino a trasformarle in piccole opere che all’interno portano parte del mio cuore.

Pensiero e sentimento, Poesia, Racconti & Poesie

Parlarti

Ti parlo
tra chilometri e città
tra impegni e altra gente
tra feste
tra uscite
e risate finte.

Ti parlo
nelle sere fredde, da soli, dopo cena.
La mattina, appena sveglia, prima del caffè.
E poi in macchina, con quel drink di troppo
che mi intorpidisce il corpo,
ma risveglia le parole.

Ti parlo ancora
mentre guardo il cielo e la nuvola si allontana.
Davanti al mare, sui ciottoli che fanno male.
Guardando un film, quello che piace a te.

E tu non ci sei.

E vedi, il dramma è questo:
io ti parlo e tu non sei qua.
Eppure so che anche se lontano,
puoi sentirmi.

Ed è proprio per questa mia irrazionale certezza
che io continuerò a parlarti.

Racconti, Racconti & Poesie

Pensarsi

-C’è un dubbio che non so sciogliere, quello per cui non capisco se ci siamo persi o allontanati.
-Ha importanza?
-Beh, certo! Se ci perdiamo, vuol dire che siamo relegati in un passato che un tempo ci è appartenuto, mentre, se ci siamo allontanati, rimaniamo insieme nel presente e lo saremo anche un pochino nel futuro.
-E tu cosa vuoi? Relegare nel passato o portarmi nel futuro?
-Voglio la soluzione che faccia meno male.
-Ti fa meno male vedermi più sbiadito?
-Sì.
-Ti senti più leggera, se mi dimentichi?
-Sí.
-Riesci a dimenticarmi?
-No.
– Sai che ci sono cose che puoi cambiare e altre su cui non hai potere. Il segreto per non soffrire è convivere con le seconde, e fare di tutto per agire sulle prime.
-Vuoi dire che devo convivere con te? Ma così ti porto nel futuro!
-Devi convivere con il mio ricordo, mentre lo tieni a bada in un cassetto. Trattalo e trattami come il giocattolo che amavi da bambina; poi appena sei cresciuta, l’hai conservato da qualche parte e andando avanti negli anni, è capitato che non ci hai più pensato. Ma un bel giorno, camminando per la strada, noti una bimba che abbraccia una bambola così simile alla tua. Dunque, lo ripeschi dalla memoria, il tuo giocattolo che ti era tanto dispiaciuto riporre alla fine di quel periodo della tua vita, eppure questa volta ne sorridi. Infine, quando la bambina ha girato l’angolo, anche lì, il tuo pensiero fa lo stesso, e la bambola sparisce dalla strada dei ricordi, rimasta indietro e riportata nuovamente nel suo cassetto. Ecco, è così che devi fare con me.
– Il mio giocattolo preferito… è questo che sono stata io? É così che tu hai fatto con me?
-No. Io ti ho paragonato a una delle giornate più belle della mia vita, una di quelle che ti hanno segnato e che ricordi con il sorriso. Magari le vorresti rivivere, ma per farlo devi tornare più piccolo, devi tornare indietro, devi smettere di essere chi sei.
– Già, io e te non siamo più chi eravamo.
– Ed è giusto che sia così.
-Quindi anche tu mi porti nel futuro?
– É inevitabile. Ti ci porto, ma con parsimonia. Rispunti fuori quando qualcuno ti chiama: un profumo che sembra il tuo, una voce dolce come la tua, un foglio di carta su cui è scritta una poesia, una ragazza che da lontano ha la gonna mossa dal vento, come quella volta che ti ho vista mentre guardavi il tramonto davanti al mare.
Vedi, io non posso rispondere al tuo dubbio, perché noi non ci siamo né persi e né allontanati. Quel che è stato, in qualche modo, ci ha legato seppure noi non ci vediamo, non ci incontriamo e se magari ci vediamo anche, non ci parliamo.
– E non stiamo parlando, adesso?
– Sì che stiamo parlando, e questo è l’unico modo che abbiamo per farlo. Tu hai formulato nel tuo cuore queste domande tanto tempo fa, io oggi sento il bisogno di rispondere a qualcosa che non hanno sentito le mie orecchie, ma che ho percepito dai silenzi degli anni che passano. Tu magari non mi sentirai oggi stesso, ma quando guarderai il cielo e vedrai una scia bianca di un aereo, sorriderai perchè in cuor tuo, mi hai sentito.
-Quindi non ci siamo persi, nonostante tutto.
-No, e non ci perderemo mai, nonostante tutto.

Lui sorrise, conservando in tasca quel foglio di carta che recitava due frasi di William Shakespeare, scritte da qualche sconosciuto e trovate per caso su di una panchina.
Era il 7 novembre 2018.
E lei sorrise, quando sul cielo di Londra, vide comparire una scia di un’aereo che tagliava in due la sagoma della luna, all’ora del tramonto.
Era il 31 dicembre 2019.

Pensiero e sentimento

In solitaria

Hai presente l’atmosfera che si respira sulla spiaggia all’ora del tramonto?
In lontananza e affievolite, sembra quasi di sentire le voci dei bambini che hanno giocato con i suoi ciottoli per tutto il giorno. Anzi, ti viene proprio da respirare a pieni polmoni, mentre cammini verso il bagnasciuga.
Senti come se quel posto ormai fosse tutto per te, come una parte della tua stessa casa, così libero dai teli, oggetti e parole di tutti i bagnanti che lo hanno affollato per tutte quelle ore prima.
E una volta che tocchi l’acqua e ti godi il venticello che ti carezza il viso, irrazionalmente ti senti di colpo tra il fortunato e il benedetto. Avverti scivolare finalmente via la pesantezza dell’ennesimo giorno ormai quasi al suo termine e che pensavi di dover portare addosso eternamente, sommandolo a tutti gli altri.
Invece quel masso si disintegra, come acqua che batte pietra, quando ti ricordi che non è da tutti il poter godere in solitaria di quel mare dai riflessi che diventano lilla.
E ti stupisci del tuo privilegio, sovrano del mare per il tempo di un tramonto, che quello non è più il mare di tutti, poiché, per quel momento, appartiene soltanto a te.

Pensiero e sentimento, Poesia

Una canzone che non esiste

É andata così,
vile, vile, vile che sono.
Lasciarti andare, vederti sempre più piccolo,
mentre rimango in silenzio.
Ma giuro che invece parlo, urlo, grido, scalpito
dentro di me, dove ribolle la lava.
E la rabbia e i rimorsi, quelli contro di te, quelli contro di te.

Chissà se fossimo due sconosciuti, chissà se ci fossimo mai messi a parlare.
Magari mi regaleresti nuovamente quello stupido fiore bianco,
e forse mi sposteresti ancora i capelli dal viso, chissà.
Ed io, stronza, probabilmente ti crederei di nuovo
e chissà se alla fine questo amore non si tramuterebbe sempre in dolore,
in una partenza, nella distanza.
Ed il silenzio che ritorna dentro le nostre urla.
E tu, io, i nostri abbracci sfumati in una coltre di sabbia.

Che cosa siamo noi, se non ricordi sbiaditi?
A che serviamo, amore? A che serviamo?
Siamo ormai delle foglie morte, rimasuglio di emozioni spente dalla pioggia torrenziale dei nostri ma.

E tutti quanti i perché, che come mura ci hanno bloccato il cammino.
E tu dove sei, adesso?
Ed io dove sono, adesso?
E scusami, scusami se le distanze sono incolmabili.
E scusami, scusami se non so dirti addio.
E scusami, scusami se ti ho ferito.

Ed è meglio così, che questa è solo una canzone che in realtà non esiste.

Pensiero e sentimento

Una marea

Avevo bisogno di una finestra sul mare, di due ante che si aprissero verso i miei desideri.
Non si scrive soltanto quando si è tristi, ma lo si fa anche quando si ha tanto da dire. E questo “tanto da dire” è una marea che mi sconquassa dalla testa, al petto, allo stomaco. Non posso rimanere impassibile alle sue onde.
Dall’interno del mio microcosmo, allora ho bisogno di guardare fuori. Non è il caos della città a richiamare la mia attenzione, nè la quiete di una distesa di montagna. È il mare, è solo il mare che mentre sembra dormiente, in realtà si muove. Che mentre sembra annoiato, in realtà intrattiene infiniti discorsi con il cielo, con la terra e con tutti gli occhi che lo guardano.
Allora il mare è la mia cura, il mio riflesso, da sempre la mia casa. E quando lo guardo non ho più bisogno di dovermi perdere in parole e discorsi, perché lui assorbe tutto il fumo di questi tempi. E quando scrivo e ogni volta lo nomino, è perché anche il sol pensarci, mi calma.
Dopotutto è così che si fa con gli esseri che si amano, quando sono lontani. Ci lega solo il pensiero. Ed io negli anni mi sono allenata con il mare; e così, tutto quel non detto, è stato detto, e tutto quel fumo man mano si diradava.
Ed anche io, seppur distante, in un angolo dei miei pensieri, ho pur sempre continuato a sentirmi a casa.

Pensieri della sera che magari non parlano sempre di amore, Racconti, Racconti & Poesie

L’interrogatorio: racconto di una tesi provocatoria tra la performance e la solennità di una sessione di laurea

“Chi siamo? Da dove veniamo? Ma, soprattutto: dentro la Merda d’artista c’è davvero la merda dell’artista?
Ecco, signori miei, i tre quesiti cardine della storia dell’uomo e del mio lavoro che oggi vi presento. Voglio proprio mettervi davanti ai dubbi dell’arte, quelle questioni di cui non potremo mai conoscere la risposta, allo stesso modo di come non possiamo sapere cosa ci sarà dopo la morte.
Duchamp ha realmente riempito con il suo fiato quel palloncino oggi sgonfio?
E de Domincis che ha sigillato un forziere misterioso completamente vuoto, ha ideato una performance che è durata anni, fino alla sua apertura? O la sua apertura era qualcosa che non sarebbe mai dovuta avvenire, ammazzando l’opera?
E se anche tutto ciò ci ricollega al senso del tempo che come una freccia, scatta solo in avanti e mai indietro; oppure se vogliamo proprio tornare indietro con il pensiero e riprendere fatti biblici come la curiosità di San Tommaso, San Tommaso ci avrebbe creduto anche senza vedere e toccare la ferita, che Cristo era risorto?
Ironia? Provocazione? Non c’entra niente di tutto questo, sebbene il titolo della mia tesi vada a braccetto proprio con la prima. Vi rispondo io, miei cari, è pura genialità.
Questa genialità, così credo io, è figlia di padre coraggio e di madre follia: sennò non si spiegherebbe com’è che Salvador Dalí abbia disegnato un pene gigante nel quadro legandolo alla figura di suo padre e lo abbia fatto a regola d’arte -permettetemi questi giochi di parole-.
E la follia, a sua volta, è anche sorella della conoscenza: quel pene gigante, non era una cosa infondata, dopotutto, ma aveva origini lontane, addirittura alla mitologia, avrebbe detto Freud.
Divago? Oh, no signori, è tutto collegato: la psicologia che porta alla follia, che porta all’ironia, che porta alla provocazione altrui e che porta al medesimo dubbio: ma questa scatoletta di latta, conteneva merda?
Rimane soltanto un elemento certo: che il tutto è parte dalla mente umana.”

L’incipit della mia discussione di laurea stava andando “bene”; o meglio “bene” nei termini previsti e studiati a priori dalla candidata -me medesima- e dalla sua professoressa, nonché relatrice, nonché partner in crime e che per l’occasione chiameremo Kant -come Eva Kant-.
La commissione era in silenzio: alcuni ascoltavano davvero, altri cercavano oggetti non identificati all’interno delle loro borse.
Anche nella platea, composta da: due genitori -appunto i miei-, tre amici -di Palermo- e quattro altri colleghi di questa Unibo che sto per salutare, mi ascoltavano in un silenzio poco assenso, riflettendo solo su un fatto: io non pronuncio mai la parola “merda” né “pene”, specie in pubblico.
In quel clima un poco scomodo, di imbarazzo, in quel clima, diciamocelo teso -sebbene previsto- io continuavo a parlare, appoggiata dallo sguardo sorridente e complice della prof. Kant.
Ripresi:
“Avrei voluto basarmi su tanti artisti, in questo mio sproloquio sulla risatina e sull’ironia: avrei scelto Salvador Dalí, ma con lui ho già dato anni fa. Avrei scelto Duchamp, ma altri, che non sono me, hanno già dato anni fa -mentre io ero impegnata con Dalí-. Avrei scelto Pascali, e de Dominicis, ma, sapete che c’è? Sono morti.
E allora ecco perché ho scelto Cattelan, che è ancora vivo.”
E cominciai a parlare, con tono serio e professionale,  di Cattelan, insigne e irreprensibile artista contemporaneo che, nel corso della sua vita, ha fatto arrabbiare una lunga lista di persone che se la sono presi a ridere, tutti di nascosto.
Forse.
“Cattelan nacque a Padova nel… e morì nel… No, e appunto non morì – e quella era stata l’ansia-.  La sua provocazione è un modo per parlare e farsi sentire dalla società, su temi per niente banali, a sfondo sociale e bla bla bla.
Ma direi di passare ad analizzare proprio Cattelan.”

E lì cominciai a sudare. Generalmente ogni evento importante è organizzato al 100%, ma non il mio, e questo lo sapevo bene. Diciamo che il mio aveva una percentuale di inaspettato che né io, né la Kant potevamo controllare.
Allora guardai la professoressa, lei guardò me, io mi girai ad esaminare rapidamente tutta la platea alle mie spalle; una platea che non stava capendo se io fossi in preda ad un’amnesia dovuta all’ansia -con tanto di commenti come “poverina, è agitata” che mi arrivavano alle orecchie- e mi rigirai a guardare la prof.
Sí, ero agitata.
E dopo un secondo o forse due ore -ora bene non so-, ecco che la prof. fece segno a una persona in prima fila di alzarsi, quella prima fila dal lato sinistro dove all’ultimo posto c’era seduta una persona che speravo di vedere e che non avevo visto, perché convinta che al momento della mia laurea avrei anche magicamente smesso di essere miope, non indossando gli occhiali.
Si alzò un uomo, o forse un ragazzo, e si mise ai lati della commissione, in modo da farsi vedere anche dalla platea. Era vestito di jeans, maglia blu, scarpe da tennis e con al collo un cartello con scritto a lettere cubitali: “Tesi della candidata”.
Sentii tutti cominciare a sorridere e sghignazzare, poiché si accorsero che sul viso aveva un maschera con sopra stampata la faccia di Maurizio Cattelan. Per questo, dalla platea mi giunsero voci del tipo: “ah ma che simpatica, ha chiamato “Cattelan”.
Dopo qualche momento di ilarità generale che richiamò l’attenzione di tutti i prof., compresi quelli alias esploratori-di-borsette, io mi alzai, mi avvicinai al mio Cattelan e proseguii il mio intervento con il tono più serio possibile, proprio come se stessi per descrivere la solennità del Lacoonte:
“Bene, signori, cominciamo ad esaminare Cattelan.
Cattelan è alto più o meno così” E alzai il braccio fino ad arrivare più o meno ai suoi capelli, mettendomi un poco in punta di piedi e aggiungendo un:”be’, sicuramente è più alto di me”. Risate generali.
“Ha due occhi” continuai io “due occhi e, permettetemi di dirlo, un naso simpatico nel mezzo della faccia, né troppo in alto, né troppo in basso rispetto alla bocca”. Mi girai un attimo alle mie spalle e mi accorsi che intanto entrarono delle persone nell’Aula Magna.
“Ma andiamo ad esaminare la maglia appositamente semi coperta da un cartello per scopi divulgativi e del tutto personali “Tesi della candidata”: è chiaramente una provocazione.” Ci tengo a specificare che quella era una maglia normalissima, senza niente di provocatorio, motivo per cui tutti ridevano.
“Eh no signori, è una provocazione, vi dico io. Perchè questa maglia non è solo una maglia: è il risultato del lavoro disonesto di queste multinazionali di vestiti che sfruttano davvero tantissimi operai nei paesi non europei.” Il clima ritornò serio per un attimo.
“E questi jeans? C’è un sistema dietro che ha reso famosi i jeans, perchè la gente cominciasse a volere e comprare i jeans. Allora i jeans furono pubblicizzati da qualsiasi mass-media, come da qualsiasi rotocalco. “Non sei figo se non hai il jeans, non sei voluto dalle donne se non hai il jeans” questi i messaggi manipolatori. Ed ecco che adesso tutti vogliono il jeans, compresi coloro a cui nemmeno i jeans piacevano. Dunque, signori miei, questo è il motivo per cui la mia Tesi indossa il jeans: per dire che siete pazzi a indossarlo. Non indossatelo!”
In quell’aula, la maggior parte aveva i jeans. A quel punto c’era chi aveva ripreso a ridere e chi rimaneva serio.

“Per concludere e per lasciare andare il nostro Cattelan che non ho potuto impagliare, come lui ha fatto con i suoi cavalli , guardategli le mani.” Mi misi ad indicare le sue mani che erano inerti lungo i fianchi. “Io le chiamerei: “le mani di artista”. Dico, quanta arte hanno prodotto queste mani? Quanta arte, reputata tale, giudicata tale, tanto da rientrare in musei come il Solomon Guggenheim, hanno realizzato? Era pazzo il curatore a fare una personale su di lui? A chiamare dei piccioni, arte? Queste mani hanno generato arte o hanno manipolato la concezione dell’arte? Queste mani hanno creato qualcosa che riesca a spiccare per bellezza o, unite alla sua testa, hanno creato un non-so-ché , il quale rimane più impresso della bellezza stessa? E infine, ce la siamo bevuti tutti?”
Tutti erano in silenzio: la platea, la commissione, il Cattelan che sorrideva sornione attraverso la stampa della sua maschera e a poco anche io, che li avevo inondati di domande il giorno della mia laurea.

Allora la prof. Kant, Eva Kant, approfittò di quell’atmosfera avvolta da un silenzio sospeso e riflessivo per fare una domanda.
Eravamo giunti dunque al momento delle domande.
“Signorina, lei quindi ci sta dicendo che la provocazione dell’artista è un modo per arrivare ovunque. Possiamo definirla una strategia?”
Stavo giusto per rispondere, quando “Cattelan” attirò la mia attenzione ed io mi fermai di colpo. Mi dovevo attenere al piano.
Di conseguenza, rivolta alla commissione, dissi: “Gentili professori, sono qui oggi a presentare la mia tesi, dunque credo e reputo giusto che sia proprio la mia Tesi a dover parlare di sé stessa. Prego Cattelan, ci dica”.
La professoressa, complice ricordiamolo, si rivolse garbatamente a Cattelan e, tra il serio e il faceto, gli porse la stessa domanda: “Signor Cattelan, la sua provocazione è per caso una strategia?”
Dopo un silenzio, come se la maschera ci mettesse del tempo a far arrivare alla testa di chi la indossava quella domanda, ecco la risposta: “Si”. Laconica, rapida, veloce, concisa, completa.
“La ringrazio”, concluse la prof., sorridendo divertita e sicura di quella reazione.
Allora, ecco che un altro professore decise di prendere la parola: “Dunque, sulla base di quello che ha detto, l’artista non parla mai in prima persona, piuttosto è la sua assenza a parlare di lui tramite le sue opere, è corretto?”. Ancora una volta, la risposta era un “sì”, così sicuro, così fermo, così maschile, perché a rispondere fu nuovamente lui. Intanto da dietro si sentivano delle risate e dei commenti allegri su quei sì perentori e beffeggiatori, come a voler dire che quei professori – i miei- con le loro domande da copione per via di un momento solenne, lo stavano quasi disturbando, importunando, toccando nel privato. Un privato che in quel momento stava rendendo volutamente pubblico a modo suo, quel “Cattelan”.
“Grazie, Cattelan”, il professore che se la rideva, anche lui. Era soddisfatto.
Ci furono altre domande che i professori fecero, un pò divertiti, un pò seri, tutte rivolte alla mia Tesi, tanto per sapere come questa -o questi- avrebbe risposto e se mai avesse detto qualche no.
Era diventato un interrogatorio, dunque, ma anche questo io e Kant, l’avevamo previsto insieme a quel Cattelan che dopotutto era a suo agio, in quell’atteggiamento alla De Domincis.
“Passiamo all’ultima domanda”, disse un’altra professoressa “e questa volta è rivolta esclusivamente alla candidata. ” E intanto mi rivolgeva un sorriso del tipo “guarda che non scampi alle domande della commissione”. “Vorrei sapere, secondo lei, a proposito di Manzoni, perchè allora la sua opera si definisce arte, nonostante il suo contenuto può non essere quel che dice di essere. Nonostante, cioè, la scatoletta non sia mai stata aperta  e quindi non sappiamo ciò che si trova al suo interno.”
Ci pensai un attimo, era una domanda serissima e io, strano a dirsi, fin dall’inizio di quella laurea ero più seria che mai. Perciò riordinai le idee e risposi.
“Se consideriamo l’arte come qualcosa legata solamente alla bellezza estetica, allora, dal mio punto di vista, sicuramente né la scatoletta di Manzoni e neppure il suo contenuto (qualunque esso sia) si potrebbero definire arte. Eppure, se noi ci troviamo davanti a quella scatoletta da lui firmata tantissimi anni fa; una scatoletta che ha fatto parlare di sé negli anni, tanto da continuare a parlarne oggi, in questa stanza di questa illustre università, durante una sessione di laurea, qualcosa di fuori dagli schemi, questa scatoletta ce l’ha.
Mi spiego meglio: quanto è stato lungimirante Charles Saatchi a creare la mostra con gli artisti della YBAs e a chiamarla Sensation? Dopotutto, molte di quelle opere hanno lasciato sconvolta non solo la Gran Bretagna, ma anche l’America, tanto da voler togliere i fondi al Brooklyn Museum che l’aveva ospitata.
Dunque, cosa traiamo da tutto questo? Non è forse l’arte a farci vedere il mondo filtrato attraverso occhi diversi? Non è forse l’arte quel velo di Maya che, se scostato, mostra la realtà nuda e cruda -o meno cruda, dipende dallo stile degli artisti- di come la creazione artistica ce la presenta? Non è forse arte, un semplice gabinetto capovolto e defunzionalizzato, che peraltro è stato definito pure tale da menti con più fosforo della mia? E non è forse arte, proprio quell’arte di percepire quelle sensazioni: piacevoli, non piacevoli, di ironia, di rabbia, e sentire come ci pervadono, ci meravigliano tanto da farci dimenticare per un attimo il luogo e il momento in cui ci troviamo?
Per concludere citerò una frase trovata in quel luogo, centro della divulgazione mondiale di idee geniali e minchiate – quale internet-“. E subito mi rivolsi al Cattelan: “mi perdoni, signor Cattelan, per il mio francesismo” e fortunatamente tutti risero. Dopo di ciò proseguii: “E la frase recitava: “Lei non era bellissima, era come arte. E l’arte non deve essere bellissima, deve farti provare qualcosa.”. Io e tutti coloro che hanno tramandato fino a noi quella “scatoletta di merda”, abbiamo provato qualcosa, seguendo la poiesis dell’artista. E se questa idea “creata” da Manzoni, era di fare tante scatolette chiuse, firmarle e lasciare con esse una legge non scritta che sanciva di non aprirle, questo in sé, racchiude i caratteri della creazione artistica.
Come questo Cattelan dal volto coperto proprio da Cattelan. ” Dissi, rivolgendomi al mio prigioniero, ormai dopo quattro ore di discorsi e indicando la sua maschera.
“Perchè voi non potete sapere se qui dietro c’è il vero Cattelan oppure no, e saperlo smorzerebbe in voi quello che sentite adesso: dubbio, curiosità, magia. E renderebbe quello che è stata tutta la mia performance, una banalissima discussione di tesi magistrale.”
A queste mie parole, la sessione di laurea si era finalmente conclusa, tra due risatine, uno mezzo applauso -di mia madre- e sul retro uno sbadiglio camuffato. I professori andarono sul retro a deliberare e tornarono con il mio voto -un dato che qui non ci interessa divulgare per non peccare di tracotanza-.
Dopo essere stata nominata -per i loro poteri conferiti- nuovamente dottoressa, durante gli applausi di una stanza che si era andata riempiendo man mano che io facevo una delle sessione di laurea più strambe che avessi mai pensato di fare, “Cattelan” si alzò, ritornò nuovamente al centro della stanza, sollevò la maschera per mostrare il suo vero volto e…

Ed era lui o non era lui? Non lo sapremo mai, ma, almeno per oggi, concentriamoci su questo racconto aperto e fingiamo giusto per un attimo
che sia arte.