Pensiero e sentimento

La mia lingua

Sai quando hai voglia di parlare? Dico, solo parlare.
Parlare con qualcuno che comprenda la tua lingua.
Anche senza parlare.
Sì, anche senza parlare.
Della serie: cos’è quello sguardo?
Perché quei pensieri?
E io, sorpresa, direi: “ma come fai a credere di conoscere i miei pensieri? Io non ho parlato!”
Ecco, una conversazione così: assurda, ma con tutto il senso di questo mondo. Almeno per me e per chi parla la mia lingua: che sa di battaglie, che sa di risa, che sa di stanchezza e a volte un po’ di sana solitudine.
Dico sana perché, in alcuni momenti, serve il silenzio per capire i propri pensieri. E a me va bene di parlare in silenzio con chi conosce il mio alfabeto. Anzi, che esseri speciali, quelli che conoscono i miei pensieri quando sono troppo stanca per parlare.
Credo, dopotutto, sia una questione di compatibilità e di reciprocità: che chi conosce la mia lingua, potrà far dialogare i miei pensieri con i suoi, senza nemmeno emettere un suono. E che conversazione rara e bella, ne uscirebbe.
Finché, il mio interlocutore interromperebbe il silenzio, alzandosi di colpo da quel gradino, dove mi sedeva a fianco; e porgendomi la sua mano per farmi alzare, già lo vedo, sfoggiare un sorrisetto furbo e contagioso. Soltanto allora, come guarita, io ritornerei a parlare.
E ditemi se questa non è poi Magia.
È questione di fortuna, è questione di chimica: dico, incontrare qualcuno che ti capisca anche senza parlare, solo guardandoti in viso. Magari, mentre tu hai pure gli occhi abbassati e semplicemente ti limiti a dire a tutti gli altri analfabeti: “sto benissimo, grazie. Ma intanto versatemi un altro po’ di vino in questo bicchiere mezzo vuoto”.

Pensiero e sentimento, Racconti & Poesie

Tu che vieni da Marte

Tu che vieni da Marte, io che vengo da Venere,
penso, mentre mi guardi in silenzio a braccia conserte.
Ti guardo con occhi lucidi, mi rispondi con le labbra serrate.
É tutto chiuso nel tuo castello: ogni cancello, ogni porta, ogni finestra.
Da lì non entra il mio vento e neppure il mio canto;
e non vedo spiragli tra le tue barricate,
soltanto cannoni e lame, che ormai conosco da tanto.
Tu che vieni da Marte, io che vengo da Venere
ancora non so come avvicinare i nostri mondi;
io che non conosco le leggi della chimica, posso solo confidare nella sua magia.
Con un passo in più, una carezza sul volto di cera
e possiamo liquefarci, noi finti pezzi di ghiaccio al sole.
Ma non è il momento, mentre stiamo qui a guardarci,
tu sempre a braccia incrociate, io sempre con le ferite al cuore.
E intanto, tu, guerriero, vieni da Marte, mentre io, artista, vengo da Venere,
e lo dico a voce alta perché voglio che lo senti:
sebbene io sappia che le mie parole non hanno potere
nella mente di chi lotta e considera soltanto l’agire.
E allora io, abitante di Venere, invoco il tuo stesso silenzio, direttamente da Marte.
Che esso mi avvolga tutta intera, lasciando scoperti solo gli occhi
che ora bruciano un poco, influenzati dal mantello marziale.
Tu che mi continui a osteggiare, eppure del mio silenzio cominci a dubitare:
non ci sono più le mie parole a guidare le tue strategie,
stai perdendo potere, e questo so che non lo puoi sopportare.
Allora, di nascosto, indaghi ogni parte del mio corpo
per tentare di scoprire almeno uno sprazzo di intenzione,
e intanto io sorrido, sono al sicuro,
finché barricata da questo manto nero che ti è familiare.
Tu che vieni da Marte, ed io che uso le tue stesse armi:
come te lo spieghi adesso, questo inizio di inversione dei ruoli?
Per come ti hanno insegnato, ricalcoli la strategia: vuoi farmi arrendere.
Ma questa volta, non ti rimane che un’unica finestra aperta,
all’altezza dei miei occhi scoperti e infuocati, oramai.
Così, per la prima volta tu mi guardi.
Marte, Guerriero, Narciso: io esisto.
Interroghi i miei occhi con i tuoi, indugi su di loro, sperando di sentirli parlare,
ma questa volta li vedi solamente bruciare.
E adesso, guerriero di Marte, sai che ti rimangono soltanto due scelte:
l’una verso avanti e l’altra verso dietro; che sia arretrare o sia avanzare;
puoi bruciare il mio mondo e ritirarti; oppure issare bandiera bianca.
Io sono pronta, ho avuto tante albe e tramonti, un tempo lungo, per potermi preparare.

Ma nel mentre che scegli, rimani fermo, e ancora le tue braccia formano una X.
E intanto io festeggio per aver scalfito la muraglia
con la mia strategia che si chiama empatia:
quindi alzo un braccio, scostando di poco il mio mantello,
e ancora senza parlare, ti metto una mano sulla spalla.
“Io che vengo da Venere, ripeto che so poco di alchimia, ma credo nella sua magia”.
Te lo sussurro all’orecchio, e innesto un brivido sul tuo collo.
E tu guerriero, impreparato su questo, ecco che piano, vai disfacendo quella X dal tuo petto
e getti le braccia parallele al tuo corpo:
segni di un castello che adesso sta valutando la sua resa;
segni di una Venere potente che, dall’alto, osserva compiaciuta.
Ma ancora non parli, tu che vieni da Marte, tieni la bocca serrata,
eppure mi guardi; mi osservi in silenzio con due occhi meno di ghiaccio.
Quella mia mano ancora sulla tua spalla, ti sta diffondendo il calore della mia terra,
un calore che non sa di fiamme e fuoco dell’inferno, ma di sentimenti e di vita.
Sento il tuo corpo meno in tensione, vedo la tua carne cambiare colore.
Certa che anche Venere ci sta guardando, e che Marte, lui sa che davanti a lei,
la guerra prima o poi dovrà cessare.
Finché il fuoco si trasformerà in rose rosse
e i silenzi diventeranno parole;
finché il vento soffierà piano nel castello dalle finestre spalancate sul mare
e il canto colorerà le sue sale di emozioni.
E da quel tuo sguardo tornato umano, inaspettatamente mi sorridi:
tu che vieni da Marte, io che vengo da Venere
non siamo poi di mondi così opposti;
conosciamo la guerra, conosciamo l’amore,
e tu, guerriero, ogni volta è grazie a me che ti ricordi che hai un cuore.

Pensiero e sentimento

Terapia

Tappo le mie ferite con i colori, o almeno ci provo.
Allora, nel cuore uso il cerotto della poesia e nella testa, la bambagia della musica.
Invento, scrivo, suono, canticchio e poi quando posso viaggio.
Non sbaglio, con me stessa, intendo, perché una parola scritta e venuta fuori dalle mie ferite, è come un pianto che si trasforma in nota; è soltanto uno dei modi che uso per trasformare l’energia che tanto mi faceva male, in motore che mi fa ricominciare a vivere.
L’arte è una terapia, il processo artistico è la mia cura: non sono la migliore, anzi, non devo appartenere a nessuna categoria di artisti. Quella che io chiamo “arte” e che reputo mia, è un uragano di sensazioni che diventano colori anche uditivi. Genero delle sinestesie che mi hanno fatto costruire dei ponti su cui continuare a camminare, non per ottenere qualche premio o per essere chiamata artista, ma per vincere con la mia vita e per essere chiamata con il mio nome.
Quindi, continuate a chiamarmi con il mio nome, qualunque esso sia, e continuate a cercarmi dietro le mie parole, come si cerca un’amica, un’amica che vi comprende, perché da quel dolore, ci è passata.
E anche per questo secondo anno, è questo che ho fatto con il dolore: l’ho completamente trasformato in onde del mare che si infrangono sugli scogli della vita, fino a levigarli.
Perché è questo il potere dell’arte; riesce a modellare le rocce fino a trasformarle in piccole opere che all’interno portano parte del mio cuore.

Pensiero e sentimento, Poesia, Racconti & Poesie

Parlarti

Ti parlo
tra chilometri e città
tra impegni e altra gente
tra feste
tra uscite
e risate finte.

Ti parlo
nelle sere fredde, da soli, dopo cena.
La mattina, appena sveglia, prima del caffè.
E poi in macchina, con quel drink di troppo
che mi intorpidisce il corpo,
ma risveglia le parole.

Ti parlo ancora
mentre guardo il cielo e la nuvola si allontana.
Davanti al mare, sui ciottoli che fanno male.
Guardando un film, quello che piace a te.

E tu non ci sei.

E vedi, il dramma è questo:
io ti parlo e tu non sei qua.
Eppure so che anche se lontano,
puoi sentirmi.

Ed è proprio per questa mia irrazionale certezza
che io continuerò a parlarti.

Pensiero e sentimento

In solitaria

Hai presente l’atmosfera che si respira sulla spiaggia all’ora del tramonto?
In lontananza e affievolite, sembra quasi di sentire le voci dei bambini che hanno giocato con i suoi ciottoli per tutto il giorno. Anzi, ti viene proprio da respirare a pieni polmoni, mentre cammini verso il bagnasciuga.
Senti come se quel posto ormai fosse tutto per te, come una parte della tua stessa casa, così libero dai teli, oggetti e parole di tutti i bagnanti che lo hanno affollato per tutte quelle ore prima.
E una volta che tocchi l’acqua e ti godi il venticello che ti carezza il viso, irrazionalmente ti senti di colpo tra il fortunato e il benedetto. Avverti scivolare finalmente via la pesantezza dell’ennesimo giorno ormai quasi al suo termine e che pensavi di dover portare addosso eternamente, sommandolo a tutti gli altri.
Invece quel masso si disintegra, come acqua che batte pietra, quando ti ricordi che non è da tutti il poter godere in solitaria di quel mare dai riflessi che diventano lilla.
E ti stupisci del tuo privilegio, sovrano del mare per il tempo di un tramonto, che quello non è più il mare di tutti, poiché, per quel momento, appartiene soltanto a te.

Pensiero e sentimento, Poesia

Una canzone che non esiste

É andata così,
vile, vile, vile che sono.
Lasciarti andare, vederti sempre più piccolo,
mentre rimango in silenzio.
Ma giuro che invece parlo, urlo, grido, scalpito
dentro di me, dove ribolle la lava.
E la rabbia e i rimorsi, quelli contro di te, quelli contro di te.

Chissà se fossimo due sconosciuti, chissà se ci fossimo mai messi a parlare.
Magari mi regaleresti nuovamente quello stupido fiore bianco,
e forse mi sposteresti ancora i capelli dal viso, chissà.
Ed io, stronza, probabilmente ti crederei di nuovo
e chissà se alla fine questo amore non si tramuterebbe sempre in dolore,
in una partenza, nella distanza.
Ed il silenzio che ritorna dentro le nostre urla.
E tu, io, i nostri abbracci sfumati in una coltre di sabbia.

Che cosa siamo noi, se non ricordi sbiaditi?
A che serviamo, amore? A che serviamo?
Siamo ormai delle foglie morte, rimasuglio di emozioni spente dalla pioggia torrenziale dei nostri ma.

E tutti quanti i perché, che come mura ci hanno bloccato il cammino.
E tu dove sei, adesso?
Ed io dove sono, adesso?
E scusami, scusami se le distanze sono incolmabili.
E scusami, scusami se non so dirti addio.
E scusami, scusami se ti ho ferito.

Ed è meglio così, che questa è solo una canzone che in realtà non esiste.

Pensiero e sentimento

Una marea

Avevo bisogno di una finestra sul mare, di due ante che si aprissero verso i miei desideri.
Non si scrive soltanto quando si è tristi, ma lo si fa anche quando si ha tanto da dire. E questo “tanto da dire” è una marea che mi sconquassa dalla testa, al petto, allo stomaco. Non posso rimanere impassibile alle sue onde.
Dall’interno del mio microcosmo, allora ho bisogno di guardare fuori. Non è il caos della città a richiamare la mia attenzione, nè la quiete di una distesa di montagna. È il mare, è solo il mare che mentre sembra dormiente, in realtà si muove. Che mentre sembra annoiato, in realtà intrattiene infiniti discorsi con il cielo, con la terra e con tutti gli occhi che lo guardano.
Allora il mare è la mia cura, il mio riflesso, da sempre la mia casa. E quando lo guardo non ho più bisogno di dovermi perdere in parole e discorsi, perché lui assorbe tutto il fumo di questi tempi. E quando scrivo e ogni volta lo nomino, è perché anche il sol pensarci, mi calma.
Dopotutto è così che si fa con gli esseri che si amano, quando sono lontani. Ci lega solo il pensiero. Ed io negli anni mi sono allenata con il mare; e così, tutto quel non detto, è stato detto, e tutto quel fumo man mano si diradava.
Ed anche io, seppur distante, in un angolo dei miei pensieri, ho pur sempre continuato a sentirmi a casa.

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Breve storiella estiva

É una breve storia che termina come gran parte di tutte quelle brevi storie, le quali occupano una buona fetta di vita dei suoi protagonisti: con la sua fine.
Ma quale?
Lucy e Billy erano due bimbetti di tre e quattro anni che giocavano a rincorrersi nel prato a bordo piscina di un residence estivo nell’Alt Empordà, in Catalogna. Ogni estate, puntualmente e in coincidenza con l’inizio delle ferie dei loro genitori, ecco che le due famiglie, da direzioni opposte della Spagna, si incontravano in quel punto dove il mare faceva da sfondo alle case che in semicerchio circondavano la piscina.
“Saremo amici per sempre” disse Lucy al suo amichetto Billy.
“Sempre e per sempre” rispose Billy alla sua amichetta Lucy.
Avevano solo sette anni all’epoca, quando si giurarono per la prima volta qualcosa di molto più grande di loro, e intanto si tenevano fraternamente per mano, dopo aver mangiato insieme un gelato che aveva macchiato tutto il vestitino bianco di Lucy.
Era la sua amica del cuore, era la migliore compagnia per le sue estati, pensava Billy.
Lucy e Billy si conobbero proprio in quel residence sul mare. La prima volta che si videro avevano quattro anni, e cominciarono già a giocare e bisticciarsi come se si fossero conosciuti da tutta una vita. E quindi “sempre e per sempre” era la loro unica promessa.
Quanta dolcezza e quanta ingenuità nei loro occhi; ma Lucy e Billy ancora non sapevano che la vita era una montagna russa e non una passeggiata al tramonto.
L’anno in cui Lucy non venne alla casa al mare, Billy si sentì solo. Aveva tredici anni e qualcosa in lui si stava spegnendo. Non aveva voglia di giocare a bocce, non voleva stare troppo a lungo in piscina e nemmeno con gli altri amichetti, perché Lucy, la sua migliore amica Lucy, non c’era.
D’altro canto Lucy era obbligata a rimanere in città, il lavoro di suo padre li aveva costretti a posticipare le ferie, ed eccola affacciata alla finestra con aria triste. Lucy chiuse gli occhi, e pretese di trasformare le grida dei bimbi che giocavano nel parco della Ciutadella accanto casa, nelle voci dei suoi amici del mare. Allora si concentrò ancora di più, e sempre ad occhi chiusi poté scorgere anche Billy che le tirava il pallone.
Era il 1986, e non c’erano cellulari, c’erano soltanto pensieri generati da forti sentimenti.
Lucy e Billy non si incontrarono altre volte, lì nel residence sul mare. Finché, verso i sedici anni, finalmente loro e le loro famiglie si ritrovarono, come un tempo.
Lucy era contenta di rivederlo, eppure lui era diverso, serio, distante. Billy era diventato quasi uno sconosciuto per lei. Mentre, per lui, Lucy era ormai soltanto una semplice ragazzina goffa e con l’apparecchio, proprio come molte delle sue compagne di scuola.
Che delusione per lei, cosa c’era che non andava? Perché non le rivolgeva nemmeno più la parola? Perché passava i pomeriggi a giocare in piscina con gli altri ragazzi e non aveva più voglia di giocare con lei?
Allora tentó di avvicinarlo un paio di volte; lo invitò a farsi un bagno come i vecchi tempi, lo sfidó pure a bocce come i vecchi tempi, ma di quei vecchi tempi c’era di uguale soltanto il suo nome, perchè perfino il colore dei suoi capelli era cambiato e si era inscurito.
Dunque, quell’estate Lucy lasció il residence con l’animo di chi aveva perso per sempre qualcuno e così disse addio al suo amico del cuore.
E poi passarono gli anni, e si sa quello che combina il tempo, il quale rimescola le carte una ad una, a suo piacimento.
Nè Billy, nè Lucy rimisero più piede al residence, ma ecco che, per una pura combinazione di eventi, Billy si ritrovò per lavoro nella città di Lucy. I due ormai non si sentivano da anni, anzi, entrambi legavano i loro nomi soltanto al ricordo di quelle estati passate al mare.
Finché un giorno Billy la vide casualmente, seduta a mangiare in un ristorantino all’angolo della strada del suo ufficio, in compagnia di un uomo.
Lucy era ormai una bella donna, nel fior fiore della sua trentina. Parlava con disinvoltura, mentre sfoggiava un sorriso affascinante e ormai perfetto. Nonostante ciò, aveva ancora quel vezzo per cui si portava timidamente i capelli dietro l’orecchio e questo le donava un misto di delicatezza e femminilità, irresistibile. Lui la riconobbe subito, ed oltre a questo si sbalordì perfino della sua stessa reazione che lo spinse ad entrare, prendere un tavolo da solo e aspettare il momento giusto per salutarla, incurante di quel suo commensale che le teneva la mano.
E così fece: appena lui andò in bagno, le si avvicinò, mettendole una mano sulla spalla.
Lei non lo riconobbe all’istante, ma appena lo mise a fuoco, Billy vide i suoi occhi illuminarsi.
Billy e Lucy ebbero il loro colpo di fulmine per la seconda volta in vita loro; potevano iniziare nuovamente da dove avevano lasciato o potevano continuare a seguire le loro vite, separati.
Ogni scelta comportava una perdita, ma soltanto una delle due scelte necessitava di un pizzico di coraggio in più e di caparbietà.
Cosa avrebbe dovuto fare Billy? Riconoscere che Lucy era stata fin da sempre la sua compagna di vita e riprendersela a discapito di quell’uomo, o lasciarla andare? Avrebbe dovuto seguire la linea di chi si basa sulla fatalità, che il passato è passato, che la sua chance era ormai perduta e che il treno aveva definitivamente lasciato la sua stazione?
E Lucy, avrebbe dovuto credere che esiste un destino, che le persone sono legate da un filo invisibile, che certi rapporti non si spezzeranno mai e che magari si può stare con persone sbagliate, perfino quando arriva la persona giusta?
Quel “Sempre e per sempre” doveva trasformarsi in bugia o poteva continuare a vivere prepotentemente come verità? E se vinceva la seconda, doveva essere una verità esplicita o per sempre taciuta?
Questa storia è uguale a tante altre storie, a tante storie che non sono nemmeno poi tanto inventate: molti di voi che stanno leggendo, magari stanno rivivendo con la mente qualche ricordo assopito che sa di mare, che sa di fugacità, ma anche di pura passione.
A cosa servono le storie, se non a darci idee? Cosa sono le storie, se non esperienze? Perché Lucy e Billy non hanno un lieto fine? E se hanno un lieto fine, perché hanno avuto un lieto fine, mentre molti altri non l’hanno mai avuto?
Cosa avreste fatto voi se foste stati Billy a tredici anni in piena crisi adolescenziale? E cosa avreste fatto se foste stati Lucy, seduti su quel ristorante, sentendo il cuore che palpita per un attimo, e tentando di reprimerlo a tutti costi al pensiero che il tuo fidanzato è semplicemente a pochi metri da te e dal tuo grande dilemma?
Ma quello che non sapevano né Billy né Lucy era che entrambi, il tempo di quel saluto e di quella mano sulla spalla, erano ritornati di nuovo i compagni di un tempo. Da piccoli, si tenevano per mano prima di tuffarsi in piscina, e di comune accordo, ogni volta decidevano di lanciarsi insieme.
Lucy e Billy si sarebbero lanciati insieme, di nuovo? E nel caso in cui l’avessero fatto, come potremmo definirli? Recidivi o davvero legati?
Lucy avrebbe salutato per sempre il suo vecchio “amico” come se niente fosse, dopo tutta la tempesta che le stava sconquassando l’animo e i pensieri? Avrebbe riguardato poi casualmente le foto di quando erano piccini, pensando con mestizia “eppure, gli ho voluto tanto bene…”. E lui, avrebbe cominciato a ragionare con distaccata disillusione, pensando freddamente che quel “sempre e per sempre” è solo una promessa hollywoodiana e da romanzo rosa?
Ogni scelta comporta una perdita e qualunque strada decidi di percorrere, questa ti cambia, perciò, chi sarebbero diventati i nostri due giovani e sciocchi protagonisti?
Allora Billy diede un bacio sul dorso della mano di Lucy; generalmente il galateo dice che non si deve baciare davvero la mano della donna, ma lui la baciò ugualmente. É stato il bacio che non le ha mai potuto dare, è stato un marchio che le ha lasciato sulla pelle, è stata una promessa, mille parole non dette, è stato un seme che le ha piantato nella testa, o dell’acqua che ha ricominciato a far crescere quella piantina che le era cresciuta negli anni a partire dai tempi lontani di quella casa sul mare.
E dunque lui lasciò il locale, girò l’angolo e andò via. Lucy rimase a mezz’aria, mentre continuava a seguirlo con lo sguardo attraverso le vetrate del ristorante.
Intanto il suo compagno ritornò al tavolo, e le disse qualcosa che lei nemmeno sentì: mille voci nella sua testa adesso facevano più rumore di tutto il resto. Tra il turbine di emozioni, c’era un pensiero in particolare, che si faceva largo nella sua testa: non era più il 1986 e il suo telefono, quello nero accanto a lei, ormai poteva connettere anche i cuori, se usato bene.
E arriviamo alla fine di questa breve storiella: secondo voi, cosa avrà fatto la nostra Lucy?
Ognuno di voi avrà la propria opinione e di conseguenza la propria fine. Ma una cosa è certa: una volta che l’avrete trovata, applicatela nella vostra vita ed esaudite il vostro desiderio.
Quindi, quale sarà la sua fine?
Voi siete un po’ Lucy, ed anche un po’ Billy, e siete perfino come quel terzo uomo che, ignaro, si lavava le mani fischiettando nel bagno del locale.
Ed è per questo che dovete scegliere con cura il vostro finale.
Buona estate.
Pensiero e sentimento

Ad oggi

Ma che ne sai di cosa significa svegliarsi la mattina in un letto e andare a dormire in un altro. Cambiare città, cambiare casa, cambiare persone a periodi alterni.
Che ne sai di cosa vuol dire essere finalmente tranquilla e venir colpiti di botto alla testa dall’angoscia di non sapere dove ti troverai l’anno dopo né con chi. E magari ti rispondi che non importa, che tanto ci sei abituata e che da sola ci sai stare, ma sai anche che quella non è la risposta.
Cosa ne sai di ciò che si prova continuando a camminare appesa a un filo, in bilico sul vuoto alla soglia dei trent’anni. Tornare a casa e non sentirti più come ti sentivi da bambina o da ragazzina. Vedere che tutto cambia nel giro di uno, due anni; vedere che cambi tu e cambia il mondo attorno. Le certezze che trovavi un tempo, sono sparite. E le persone, anche loro sono trascinate dalle tue stesse angosce, costrette a salire su aerei che le portano chissà dove.
Ma allora cosa ne sai tu, di cosa vuol dire dover camuffare gli addii in arrivederci per addolcire il distacco. Cosa ne sai del distacco? Del lasciare la tua terra, i tuoi, i tuoi amori, che si fanno sempre più piccoli, mentre ti allontani. Di cosa significa ripassare i loro volti in foto e usare i telefoni come ponti, quando vorresti tagliare per sempre le catene della tecnologia.
Che ne sai di cosa significa volersi costruire una famiglia, ma non poterlo fare perchè non è mai il momento giusto. Ci può essere il ragazzo, ma non lo sono i tempi, non lo sono le città, non lo sono i lavori. E allora altri arrivederci, altri “va bene cosi”, altri: dai, che ce la fai anche questa volta da sola.
Cosa ne sai di quel rapido conto alla rovescia che ti spinge a dover salutare sempre troppo in fretta le persone che ti amano, i tuoi genitori, pensando già ai prossimi soldi da spendere in ulteriori biglietti per rimanere nuovamente con loro giusto il tempo di un altro weekend. O del temere che ogni volta che ci vediamo con chi resta può essere l’ultima, che i rapporti si incrinano, che il tempo allontana.
Cosa ne sai del non potere avere niente di stabile perchè la tua vita è costruita sulla sabbia; della sensazione che si prova quando a trent’anni la tua vita è ancora tutta piegata dentro una valigia da sballottare ovunque, mentre tu ormai prevedevi stabilità, carriera e un ragazzo che ama solo te.
Cosa ne sai, tu, di questa generazione fatta di speranze e di false speranze; della mia disillusione che ha preso il posto dei sogni ad occhi aperti. Del voler tornare a casa, senza però essere più in grado di capire se effettivamente siamo capaci di rimanere fermi nello stesso posto, dopo una vita di giri dettati dalla ricerca del Lavoro con la maiuscola.
Cosa ne sai di cosa vuol dire per me scrivere tutto questo.
Che cosa ne sai? Perchè, se lo sai, io sono qui, in un punto del mondo, ad aspettare di parlarne insieme.

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Zoe

Penso a quella volta, quando eravamo nella tua macchina alle sette di sera, diretti alla famosa festa in terrazza.
Io ti stavo chiedendo in ordine se avevi delle chewing-gum, poi dei fazzoletti perché non trovavo i miei nella borsetta, e infine di mettere le canzoni del tuo telefono che le preferisco alle mie.
Finché, ad un tratto trovai il pacchetto di fazzoletti dalla mia borsa e mentre lo tirai fuori vittoriosa, tra te che brontolavi e la radio che suonava, ecco che l’occhio mi cadde fuori dal finestrino.
Un piccolo gatto nero stava solo e tremolante, seduto sul ciglio della strada.
“Fermati!”
“Che c’è?”, frenasti bruscamente.
Io nemmeno ti risposi, aprii lo sportello e corsi giù dalla macchina con il vestito che svolazzava. Raggiunsi quel puntino nero che mi fissava ed era indeciso se scappare o meno, e mentre mi chinavo lentamente- perché fin da piccola era così che diventavo amica degli animali-, tu mi sentisti dire cose strane con una voce dolce.
“Che c’è? Cos’hai trovato?”
“È un cucciolo!” Urlai io dalla strada.
“Eh?”, sordo che non sei altro.
“Guarda!”, mi avvicinai e mi affacciai dal lato del passeggero con un sorriso che neanche a natale: “è un gattino!”.
Tu eri curioso, dici di non amare gli animali, ma intanto sorridevi alla gattina o al gattino, non si sapeva ancora.
“Lo possiamo portare con noi? Non possiamo lasciarlo qui!”
La tua faccia era un “NI”, ma mi valeva la metà del “sì” della tua indecisione per cercare una scatola o qualcosa di simile dal tuo portabagagli.
La cassa vuota del Bianco di nera, mi sembrava perfetta. La presi ed estrassi tutti i fazzoletti rimasti dal mio pacchetto per rendere il fondo più morbido possibile. Poi ritornai al sedile del passeggero, portai con me la scatola-cuccetta e delicatamente vi misi dentro la gattina, come si fa con un neonato addormentato quando lo si mette nella culla; un neonato che però non voleva sapere di starsene fermo.
Chiusi delicatamente lo sportello della macchina -credo per la prima volta in vita mia- e intanto la guardavo.
Ero come rapita.
“Cos’hai intenzione di farne? Non credere che starà con me.” Mi dicesti serio.
“E come può stare con me, io non sto mai a casa.”
“No, non guardarmi così. Non starà con me. Punto.”
“Va bene, andiamo alla festa e vediamo se lì c’è qualcuno che la vuole”, dissi velocemente, perché era comunque giusto che lo dicessi. Sebbene, a dirla tutta, non era proprio vero che lo pensassi.
“Che ‘la vuole’? Perché, hai deciso che è una lei?”
“Si, ho deciso che è una lei”
“Ah, perché ora si decide se qualcuno è maschio o femmina?”, tu sempre sarcastico.
“Guarda che ho controllato, sapientone! E credo proprio che la chiamerò Zoe”, con gli occhi che brillavano, ero proprio fiera di quella scelta.
“Zoe? Perché Zoe? Un altro nome, no?”
“Ignorante: Zoe, dal greco “vita”, per come l’abbiamo trovata -in vita-, nonostante quella strada orribile.” dissi sognante.
“Poetica.”
“Non sfottere e andiamo alla festa”.
Dopo qualche minuto, eravamo già in autostrada. Sentivo il tuo sguardo su di me.
“Amore, che c’è?”, girai gli occhi, ma sapevi che me la ridevo.
“Non ti ci affezionare…”
“Ma non mi ci sto affezionando, la coccolo perché guarda com’è spaventata. Che poi, magari ha sete, con questo caldo! Hai finito la tua bottiglia? Dov’è? La posso prendere? Oppure magari ha fame, senti come miagola. Magari, ci possiamo fermare in un supermercato che compro un poco di latte? E mi guardi… si può sapere perché mi guardi e ridi pure?”
“Niente, niente. E magari, magari sì che andiamo al supermercato.”
Ero soddisfatta di quella risposta, guardavo il panorama che scorreva fuori dal finestrino e intanto accarezzavo quel batuffolo nero sotto il mento.
“Ah, come so come andrà finire questa storia” dicesti piano, talmente piano che… io ti sentii lo stesso perché tanto lo sai che ci sento benissimo.
E intanto Zoe finalmente si era calmata e si stava addormentando sulle mie gambe, chiaramente fuori dalla scatola.
“In questi casi, altro che master e titoli, ritorni proprio una bambina”, e ti piaceva.
“Ma cosa dici, tanto alla festa vedrai che troviamo subito a chi darla”, e si sa che non ci credevo nemmeno io. Allora abbassai gli occhi, e vidi che la piccola Zoe si era addormentata.
La mia piccola Zoe, quella che tu sapevi già fin dall’inizio sarebbe rimasta con noi.