Pensiero e sentimento, Racconti, Racconti & Poesie

Breve storiella estiva

É una breve storia che termina come gran parte di tutte quelle brevi storie, le quali occupano una buona fetta di vita dei suoi protagonisti: con la sua fine.
Ma quale?
Lucy e Billy erano due bimbetti di tre e quattro anni che giocavano a rincorrersi nel prato a bordo piscina di un residence estivo nell’Alt Empordà, in Catalogna. Ogni estate, puntualmente e in coincidenza con l’inizio delle ferie dei loro genitori, ecco che le due famiglie, da direzioni opposte della Spagna, si incontravano in quel punto dove il mare faceva da sfondo alle case che in semicerchio circondavano la piscina.
“Saremo amici per sempre” disse Lucy al suo amichetto Billy.
“Sempre e per sempre” rispose Billy alla sua amichetta Lucy.
Avevano solo sette anni all’epoca, quando si giurarono per la prima volta qualcosa di molto più grande di loro, e intanto si tenevano fraternamente per mano, dopo aver mangiato insieme un gelato che aveva macchiato tutto il vestitino bianco di Lucy.
Era la sua amica del cuore, era la migliore compagnia per le sue estati, pensava Billy.
Lucy e Billy si conobbero proprio in quel residence sul mare. La prima volta che si videro avevano quattro anni, e cominciarono già a giocare e bisticciarsi come se si fossero conosciuti da tutta una vita. E quindi “sempre e per sempre” era la loro unica promessa.
Quanta dolcezza e quanta ingenuità nei loro occhi; ma Lucy e Billy ancora non sapevano che la vita era una montagna russa e non una passeggiata al tramonto.
L’anno in cui Lucy non venne alla casa al mare, Billy si sentì solo. Aveva tredici anni e qualcosa in lui si stava spegnendo. Non aveva voglia di giocare a bocce, non voleva stare troppo a lungo in piscina e nemmeno con gli altri amichetti, perché Lucy, la sua migliore amica Lucy, non c’era.
D’altro canto Lucy era obbligata a rimanere in città, il lavoro di suo padre li aveva costretti a posticipare le ferie, ed eccola affacciata alla finestra con aria triste. Lucy chiuse gli occhi, e pretese di trasformare le grida dei bimbi che giocavano nel parco della Ciutadella accanto casa, nelle voci dei suoi amici del mare. Allora si concentrò ancora di più, e sempre ad occhi chiusi poté scorgere anche Billy che le tirava il pallone.
Era il 1986, e non c’erano cellulari, c’erano soltanto pensieri generati da forti sentimenti.
Lucy e Billy non si incontrarono altre volte, lì nel residence sul mare. Finché, verso i sedici anni, finalmente loro e le loro famiglie si ritrovarono, come un tempo.
Lucy era contenta di rivederlo, eppure lui era diverso, serio, distante. Billy era diventato quasi uno sconosciuto per lei. Mentre, per lui, Lucy, la sua vecchia amica Lucy, era una semplice ragazzina goffa e con l’apparecchio, proprio come molte delle sue compagne di classe.
Che delusione per lei, cosa c’era che non andava? Perché non le rivolgeva nemmeno più la parola? Perché passava i pomeriggi a giocare in piscina con gli altri ragazzi e non aveva più voglia di giocare con lei?
Allora tentó di avvicinarlo un paio di volte; lo invitò a farsi un bagno come i vecchi tempi, lo sfidó pure a bocce come i vecchi tempi, ma di quei vecchi tempi c’era di uguale soltanto il suo nome, perchè perfino il colore dei suoi capelli era cambiato e si era inscurito.
Dunque, quell’estate Lucy lasció il residence  con l’animo di chi aveva perso per sempre qualcuno e così disse addio al suo amico del cuore.
E poi passarono gli anni, e si sa quello che combina il tempo, il quale rimescola le carte uno ad uno, a suo piacimento.
Nè Billy nè Lucy rimisero più piede al residence, ma ecco che casualmente Billy si ritrovò per lavoro nella città di Lucy. I due ormai non si sentivano da anni, anzi, entrambi legavano i loro nomi soltanto al ricordo di quelle estati passate al mare.
Finché un giorno Billy la vide casualmente, seduta a mangiare in un ristorantino all’angolo della strada del suo ufficio, in compagnia di un uomo.
Lucy era ormai una bella donna, nel fior fiore della sua trentina. Parlava con disinvoltura, mentre sfoggiava un sorriso affascinante e ormai perfetto. Nonostante ciò, aveva ancora quel vezzo per cui si portava timidamente i capelli dietro l’orecchio e questo le donava un misto di delicatezza e femminilità, irresistibile. Lui la riconobbe subito, ed oltre a questo si sbalordì perfino della sua stessa reazione che lo spinse ad entrare, prendere un tavolo da solo e aspettare il momento giusto per salutarla, incurante di quel suo commensale che le teneva la mano.
E così fece: appena lui andò in bagno, le si avvicinò, mettendole una mano sulla spalla.
Lei non lo riconobbe all’istante, ma appena lo mise a fuoco, Billy vide i suoi occhi illuminarsi.
Billy e Lucy ebbero il loro colpo di fulmine per la seconda volta in vita loro; potevano iniziare nuovamente da dove avevano lasciato o potevano continuare a seguire le loro vite, separati.
Ogni scelta comportava una perdita, ma soltanto una delle due scelte necessitava di un pizzico di coraggio in più e di caparbietà.
Cosa avrebbe dovuto fare Billy? Riconoscere che Lucy era stata fin da sempre la sua compagna di vita e riprendersela a discapito di quell’uomo, o lasciarla andare? Avrebbe dovuto seguire la linea di chi si basa sulla fatalità, che il passato è passato, che la sua chance era ormai perduta e che il treno aveva definitivamente lasciato la sua stazione?
E Lucy, avrebbe dovuto credere che esiste un destino, che le persone sono legate da un filo invisibile, che certi rapporti non si spezzeranno mai e che magari si può stare con persone sbagliate, perfino quando arriva la persona giusta?
Quel “Sempre e per sempre” doveva trasformarsi in bugia o poteva continuare a vivere prepotentemente come verità? E se vinceva la seconda, doveva essere una verità esplicita o per sempre taciuta?
Questa storia è uguale a tante altre storie, a tante storie che non sono nemmeno poi tanto inventate: molti di voi che stanno leggendo, magari stanno rivivendo con la mente qualche ricordo assopito che sa di mare, che sa di fugacità, ma anche di pura passione.
A cosa servono le storie, se non a darci idee? Cosa sono le storie, se non esperienze? Perché Lucy e Billy non hanno un lieto fine? E se hanno un lieto fine, perché hanno avuto un lieto fine, mentre molti altri non l’hanno mai avuto?
Cosa avreste fatto voi se foste stati Billy a tredici anni in piena crisi adolescenziale? E cosa avreste fatto se foste stati Lucy, seduti su quel ristorante, sentendo il cuore che palpita per un attimo, e tentando di reprimerlo a tutti costi al pensiero che il tuo fidanzato è semplicemente a pochi metri da te e dal tuo grande dilemma?
Ma quello che non sapevano né Billy né Lucy era che entrambi, il tempo di quel saluto e di quella mano sulla spalla, erano ritornati di nuovo i compagni di un tempo. Da piccoli, si tenevano per mano prima di tuffarsi in piscina, e di comune accordo, ogni volta decidevano di lanciarsi insieme.
Lucy e Billy si sarebbero lanciati insieme, di nuovo? E nel caso in cui l’avessero fatto, come potremmo definirli? Recidivi o davvero legati?
Lucy avrebbe salutato per sempre il suo vecchio “amico” come se niente fosse, dopo tutta la tempesta che le stava sconquassando l’animo e i pensieri? Avrebbe riguardato poi casualmente le foto di quando erano piccini, pensando con mestizia “eppure, gli ho voluto tanto bene…”. E lui, avrebbe cominciato a ragionare con distaccata disillusione, pensando freddamente che quel “sempre e per sempre” è solo una promessa hollywoodiana e da romanzo rosa?
Ogni scelta comporta una perdita e qualunque strada decidi di percorrere, questa ti cambia, perciò, chi sarebbero diventati i nostri due giovani e sciocchi protagonisti?
Allora Billy diede un bacio sul dorso della mano di Lucy; generalmente il galateo dice che non si deve baciare davvero la mano della donna, ma lui la baciò ugualmente. É stato il bacio che non le ha mai potuto dare, è stato un marchio che le ha lasciato sulla pelle, è stata una promessa, mille parole non dette, è stato un seme che le ha piantato nella testa, o dell’acqua che ha ricominciato a far crescere quella piantina che le era cresciuta negli anni a partire dai tempi lontani di quella casa sul mare.
E dunque lui lasciò il locale, girò l’angolo e andò via. Lucy rimase a mezz’aria, mentre continuava a seguirlo con lo sguardo attraverso le vetrate del ristorante.
Intanto il suo compagno ritornò al tavolo, e le disse qualcosa che lei nemmeno sentì: mille voci nella sua testa adesso facevano più rumore di tutto il resto. Tra il turbine di emozioni, c’era un pensiero in particolare, che si faceva largo nella sua testa: non era più il 1986 e il suo telefono, quello nero accanto a lei, ormai poteva connettere anche i cuori, se usato bene.
E arriviamo alla fine di questa breve storiella: secondo voi, cosa avrà fatto la nostra Lucy?
Ognuno di voi avrà la propria opinione e di conseguenza la propria fine. Ma una cosa è certa: una volta che l’avrete trovata, applicatela nella vostra vita ed esaudite il vostro desiderio.
Quindi, quale sarà la sua fine?
Voi siete un po’ Lucy, ed anche un po’ Billy, e siete perfino come quel terzo uomo che, ignaro, si lavava le mani fischiettando nel bagno del locale.
Ed è per questo che dovete scegliere con cura il vostro finale.
Buona estate.
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Pensiero e sentimento

Ad oggi

Ma che ne sai di cosa significa svegliarsi la mattina in un letto e andare a dormire in un altro. Cambiare città, cambiare casa, cambiare persone a periodi alterni.
Che ne sai di cosa vuol dire essere finalmente tranquilla e venir colpiti di botto alla testa dall’angoscia di non sapere dove ti troverai l’anno dopo né con chi. E magari ti rispondi che non importa, che tanto ci sei abituata e che da sola ci sai stare, ma sai anche che quella non è la risposta.
Cosa ne sai di ciò che si prova continuando a camminare appesa a un filo, in bilico sul vuoto alla soglia dei trent’anni. Tornare a casa e non sentirti più come ti sentivi da bambina o da ragazzina. Vedere che tutto cambia nel giro di uno, due anni; vedere che cambi tu e cambia il mondo attorno. Le certezze che trovavi un tempo, sono sparite. E le persone, anche loro sono trascinate dalle tue stesse angosce, costrette a salire su aerei che le portano chissà dove.
Ma allora cosa ne sai tu, di cosa vuol dire dover camuffare gli addii in arrivederci per addolcire il distacco. Cosa ne sai del distacco? Del lasciare la tua terra, i tuoi, i tuoi amori, che si fanno sempre più piccoli, mentre ti allontani. Di cosa significa ripassare i loro volti in foto e usare i telefoni come ponti, quando vorresti tagliare per sempre le catene della tecnologia.
Che ne sai di cosa significa volersi costruire una famiglia, ma non poterlo fare perchè non è mai il momento giusto. Ci può essere il ragazzo, ma non lo sono i tempi, non lo sono le città, non lo sono i lavori. E allora altri arrivederci, altri “va bene cosi”, altri: dai, che ce la fai anche questa volta da sola.
Cosa ne sai di quel rapido conto alla rovescia che ti spinge a dover salutare sempre troppo in fretta le persone che ti amano, i tuoi genitori, pensando già ai prossimi soldi da spendere in ulteriori biglietti per rimanere nuovamente con loro giusto il tempo di un altro weekend. O del temere che ogni volta che ci vediamo con chi resta può essere l’ultima, che i rapporti si incrinano, che il tempo allontana.
Cosa ne sai del non potere avere niente di stabile perchè la tua vita è costruita sulla sabbia; della sensazione che si prova quando a trent’anni la tua vita è ancora tutta piegata dentro una valigia da sballottare ovunque, mentre tu ormai prevedevi stabilità, carriera e un ragazzo che ama solo te.
Cosa ne sai, tu, di questa generazione fatta di speranze e di false speranze; della mia disillusione che ha preso il posto dei sogni ad occhi aperti. Del voler tornare a casa, senza però essere più in grado di capire se effettivamente siamo capaci di rimanere fermi nello stesso posto, dopo una vita di giri dettati dalla ricerca del Lavoro con la maiuscola.
Cosa ne sai di cosa vuol dire per me scrivere tutto questo.
Che cosa ne sai? Perchè, se lo sai, io sono qui, in un punto del mondo, ad aspettare di parlarne insieme.

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Zoe

Penso a quella volta, quando eravamo nella tua macchina alle sette di sera, diretti alla famosa festa in terrazza.
Io ti stavo chiedendo in ordine se avevi delle chewing-gum, poi dei fazzoletti perché non trovavo i miei nella borsetta, e infine di mettere le canzoni del tuo telefono che le preferisco alle mie.
Finché, ad un tratto trovai il pacchetto di fazzoletti dalla mia borsa e mentre lo tirai fuori vittoriosa, tra te che brontolavi e la radio che suonava, ecco che l’occhio mi cadde fuori dal finestrino.
Un piccolo gatto nero stava solo e tremolante, seduto sul ciglio della strada.
“Fermati!”
“Che c’è?”, frenasti bruscamente.
Io nemmeno ti risposi, aprii lo sportello e corsi giù dalla macchina con il vestito che svolazzava. Raggiunsi quel puntino nero che mi fissava ed era indeciso se scappare o meno, e mentre mi chinavo lentamente- perché fin da piccola era così che diventavo amica degli animali-, tu mi sentisti dire cose strane con una voce dolce.
“Che c’è? Cos’hai trovato?”
“È un cucciolo!” Urlai io dalla strada.
“Eh?”, sordo che non sei altro.
“Guarda!”, mi avvicinai e mi affacciai dal lato del passeggero con un sorriso che neanche a natale: “è un gattino!”.
Tu eri curioso, dici di non amare gli animali, ma intanto sorridevi alla gattina o al gattino, non si sapeva ancora.
“Lo possiamo portare con noi? Non possiamo lasciarlo qui!”
La tua faccia era un “NI”, ma mi valeva la metà del “sì” della tua indecisione per cercare una scatola o qualcosa di simile dal tuo portabagagli.
La cassa vuota del Bianco di nera, mi sembrava perfetta. La presi ed estrassi tutti i fazzoletti rimasti dal mio pacchetto per rendere il fondo più morbido possibile. Poi ritornai al sedile del passeggero, portai con me la scatola-cuccetta e delicatamente vi misi dentro la gattina, come si fa con un neonato addormentato quando lo si mette nella culla; un neonato che però non voleva sapere di starsene fermo.
Chiusi delicatamente lo sportello della macchina -credo per la prima volta in vita mia- e intanto la guardavo.
Ero come rapita.
“Cos’hai intenzione di farne? Non credere che starà con me.” Mi dicesti serio.
“E come può stare con me, io non sto mai a casa.”
“No, non guardarmi così. Non starà con me. Punto.”
“Va bene, andiamo alla festa e vediamo se lì c’è qualcuno che la vuole”, dissi velocemente, perché era comunque giusto che lo dicessi. Sebbene, a dirla tutta, non era proprio vero che lo pensassi.
“Che ‘la vuole’? Perché, hai deciso che è una lei?”
“Si, ho deciso che è una lei”
“Ah, perché ora si decide se qualcuno è maschio o femmina?”, tu sempre sarcastico.
“Guarda che ho controllato, sapientone! E credo proprio che la chiamerò Zoe”, con gli occhi che brillavano, ero proprio fiera di quella scelta.
“Zoe? Perché Zoe? Un altro nome, no?”
“Ignorante: Zoe, dal greco “vita”, per come l’abbiamo trovata -in vita-, nonostante quella strada orribile.” dissi sognante.
“Poetica.”
“Non sfottere e andiamo alla festa”.
Dopo qualche minuto, eravamo già in autostrada. Sentivo il tuo sguardo su di me.
“Amore, che c’è?”, girai gli occhi, ma sapevi che me la ridevo.
“Non ti ci affezionare…”
“Ma non mi ci sto affezionando, la coccolo perché guarda com’è spaventata. Che poi, magari ha sete, con queso caldo! Hai finito la tua bottiglia? Dov’è? La posso prendere? Oppure magari ha fame, senti come miagola. Magari, ci possiamo fermare in un supermercato che compro un poco di latte? E mi guardi… si può sapere perché mi guardi e ridi pure?”
“Niente, niente. E magari, magari sì che andiamo al supermercato.”
Ero soddisfatta di quella risposta, guardavo il panorama che scorreva fuori dal finestrino e intanto accarezzavo quel batuffolo nero sotto il mento.
“Ah, come so come andrà finire questa storia” dicesti piano, talmente piano che… io ti sentii lo stesso perché tanto lo sai che ci sento benissimo.
E intanto Zoe finalmente si era calmata e si stava addormentando sulle mie gambe, chiaramente fuori dalla scatola.
“In questi casi, altro che master e titoli, ritorni proprio una bambina”, e ti piaceva.
“Ma cosa dici, tanto alla festa vedrai che troviamo subito a chi darla”, e si sa che non ci credevo nemmeno io. Allora abbassai gli occhi, e vidi che la piccola Zoe si era addormentata.
La mia piccola Zoe, quella che tu sapevi già fin dall’inizio sarebbe rimasta con noi.

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Domenica

Ricordo che era aprile e io mi trovavo nella tua macchina, sul sedile del passeggero, mentre tu guidavi. Fuori pioveva e c’era ancora freddo: nessuna traccia della primavera in quel pomeriggio.
Mi eri venuto a prendere come sempre all’aeroporto, in una delle mie fughe del fine settimana, quando lo studio me lo permetteva. Non ero felice, e a dire il vero stavo per piangere, cosa che tu avevi capito subito. Per questo, sapevo benissimo che avevi acceso la radio per cominciare a canticchiare.
Tra una parola sbagliata e l’altra, le macchine che ci superavano a tutta velocità in autostrada e la pioggia che scendeva sempre più minacciosa, io scoppiai a piangere.
“Non so dove sto andando”, ti dissi.
“Stiamo andando a casa tua”, mi rispondesti.
Ti ho guardato come si guarda qualcuno quando non si ha voglia di scherzare, con una faccia tra l’ammaccato e lo stanco, perché ero stanca da morire.
“Non so dove sto andando. Non so se quello che sto facendo ha senso. Non so se sono su una strada che mi porterà da qualche parte e se da quest’altra parte, io vorrò starci”.
Stavo in silenzio, mentre Mika continuava a cantare felicemente dalla radio della tua macchina. Tu stavi in silenzio, serio e pensoso.
“Ok, mi sto zitta. Dopotutto, non ho il diritto di lamentarmi. Voglio dire, ho tutto: una famiglia solida, degli amici, dei soldi con cui pagare l’affitto e l’università e poi ho te.”
“E se hai tutte queste cose, perchè stai ancora piangendo?”.
Perchè stavo male? Perchè non potevo farmi andare bene tutte le cose che avevo, senza rovinarmi il momento? Perchè non potevo godermi il ritorno a casa con il mio ragazzo, quando invece dovevo sempre rovinare tutto?
“Portami a vedere il mare.”, gli dissi o forse lo supplicai o forse gliel’ordinai.
“Ma hai visto che tempo che c’è? Verrà giù un temporale.”
“Per favore, non è morto mai nessuno per un poco di pioggia, ma sento che io starò peggio senza il mare”.
Lui non disse no, lui non diceva mai no. Ricordo che al bivio sterzò per la spiaggia, parcheggiò la macchina proprio lì davanti, e scendemmo.
Ci coprimmo entrambi sotto l’ombrello e arrivammo a malapena a toccare la sabbia sempre più umida e calpestata dalle nostre scarpe da tennis. In quel momento, davanti al mare grigio che mescolava la sua fine con la linea dell’orizzonte, io mi sentii meglio.
Ti presi la mano, non dissi niente, ma tu avevi capito che ti stavo ringraziando con il cuore.
Poi la pioggia diventò sempre più incessante, e mentre l’ombrello divenne inutile per coprirci entrambi, ricordo che dicesti: “vedi che cose strane che mi fai sempre fare?”, ma ridevi. Ed io ridevo, e penso che non bastava altro.
Avevo 23 anni, ero tornata a casa per tornare a respirare, a respirare te.

Sono passati degli anni da quel momento, e stranamente mi sono svegliata così, questa mattina, con quel ricordo. Le tende sono ancora chiuse e le persiane abbassate, ma nel buio della stanza so che è ormai giorno.
Nel luogo in cui mi trovo adesso non c’è il mare, e in questo strano posto, non ci sei nemmeno tu. Questa domenica mi sono ritrovata a pensare a casa mia, a seguito del mio sogno. Sono ancora a letto che guardo il soffitto rigato dai sottili raggi del sole e quasi quasi mi immagino di stare nel letto della mia vecchia stanza, a casa dei miei. L’armadio bianco, la finestra sul mare, il peluche verde e quello bianco, i miei libri sopra la testa, tutti dettagli che mi erano chiari solo se chiudevo gli occhi.
Dopo colazione, ho deciso di alzarmi e fare due passi per scrollarmi un poco di malinconia di dosso. In questa città non ci sono i miei genitori, né i miei amici di sempre: l’unica cosa su cui contare, e che fosse familiare, sono i libri.
Allora mi preparo ed esco di casa tutta infagottata tra la sciarpa e il cappotto, fino a raggiungere la mia libreria preferita. Tocco alcuni volumi con la punta delle dita, specie quelli che avevano un significato importante per me, quelli che, al solo leggere il titolo, riuscivano a riscaldarmi il cuore.
Finché arrivo nel reparto che, più di tutti, mi fa sempre ritrovare la bambina che è in me; una bambina sui nove anni e con la coda che, come ogni domenica mattina, aspettava felicemente di pranzare a tavola, seduta in mezzo a sua madre e suo padre, in quella stanza con il tavolo davanti il mare.

Dopotutto, un modo per ritornare a casa lo si deve sempre trovare, perfino in una città senza mare; e perfino in questa città senza amare e senza amarti, io dovevo poter saziare la mia nostalgia.
Allora mi avvicino alla libreria, scelgo uno dei libri, lo prendo, lo apro e comincio a leggere. Magicamente, ero di nuovo a casa mia, avvolta dalla coperta azzurra e morbida, con la tazza di tè accanto. Concentrandomi, potevo anche sentire mia madre che ci richiamava a tavola per il pranzo, mentre mio padre stappava il vino.
Con quel libro in mano, e i ricordi vividi in testa, i miei trent’anni erano lontani anni luce, lasciando il posto a quella signorinella ancora la coda, che non sapeva ancora cosa fosse il dolore. E allora eccomi, pronta, scattante, piena di vita in quel sogno-realtà ad alzarmi dal letto, a richiudere il mio libro di Harry Potter, riporlo nello scaffale insieme a tutti gli altri, per andare a tavola a mangiare.

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Poiesis

Io non credo a una vita senza amore ed è per questo che ho cominciato a scrivere.
Un anno fa, due anni fa, tre anni fa, quindici anni fa, non è vero che non ero innamorata: lo ero!
Lo ero dei personaggi che ho inventato, delle storie che ho immaginato, delle stanze che vi ho descritto.
Vedevo chiaramente ogni cosa, ogni abbraccio, ogni sguardo. Sentivo ogni parola, anche quella non detta, perfino quella che si nasconde tra i sospiri di chi guarda il cielo. 
Ho percepito la presenza nell’assenza, e l’ho concretizzata in occhi scuri e riccioli, tra i fogli bianchi di vecchi diari.
Ho sempre amato, in ogni racconto, un personaggio diverso. Quel personaggio che proveniva da qualche punto remoto dei miei sogni.
Ti ho amato che eri un uomo, ti ho abbracciato che eri tornato ragazzino. Ti ho consolato che eri impaurito, e ho rispettato i tuoi tempi quando eri stanco.
Poi mi sono innamorata anche di me, di tutti i personaggi che andavo personificando. Ho amato ogni me, protagonista, che via via, andava acquistando una fisionomia sempre diversa, sperimentando la vita e fortificandosi nel carattere.
Ma c’erano dei punti fermi ogni volta. Perché tu eri sempre tu, ed io ero sempre io, sebbene in ruoli diversi. Un giorno insieme, un giorno distanti, un giorno orgogliosi e l’altro di nuovo e ancora una volta amanti.
E in ogni pagina scritta, in ogni scena immaginata e in ogni discorso trascritto con nomi diversi, con il mare come sfondo, io non ho mai smesso neppure un giorno di amare, né di sentirmi amata.
Sono sempre stata innamorata dell’amore, e ho avuto bisogno di portarlo nella mia vita. Allora ho fatto un patto con la mia immaginazione: lei dettava, io scrivevo.
E quell’amore mi riscalda ancora e illumina i giorni più uggiosi, lui che è una fonte sempre gaia di piaceri, che ho creato e alimentato fin da quando ero una bambina, con tutta la potente dolcezza di cui è capace il mio cuore.

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Tu che vieni da Marte

Tu che vieni da Marte, io che vengo da Venere
penso, mentre mi guardi in silenzio a braccia conserte.
Ti guardo con occhi lucidi, mi rispondi con le labbra serrate.
É tutto chiuso nel tuo castello: ogni cancello, ogni porta, ogni finestra;
lì non entra il mio vento e nemmeno il mio canto;
e non vedo spiragli tra le tue barricate,
soltanto cannoni e lame, che ormai conosco da tanto.
Tu che vieni da Marte, io che vengo da Venere
ancora non so come avvicinare i nostri mondi;
io che non conosco le leggi della chimica, posso solo confidare nella sua magia.
Con un passo in più, una carezza sul volto di cera
e possiamo liquefarci, noi finti pezzi di ghiaccio al sole.
Ma non è il momento, mentre stiamo qui a guardarci,
tu sempre a braccia incrociate, io sempre con le ferite al cuore.
E intanto, tu, guerriero, vieni da Marte, mentre io, artista, vengo da Venere,
e lo dico a voce alta perché voglio che lo senti:
sebbene io sappia che le mie parole non hanno potere
nella mente di chi lotta e considera soltanto l’agire.
E allora io, abitante di Venere, invoco il tuo stesso silenzio, direttamente da Marte.
Che esso mi avvolga tutta intera, lasciando scoperti solo gli occhi
che ora bruciano un poco, influenzati dal mantello marziale.
Tu che mi continui a osteggiare, eppure del mio silenzio cominci a dubitare:
non ci sono più le mie parole a guidare le tue strategie,
stai perdendo potere, e questo so che non lo puoi sopportare.
Allora, di nascosto, indaghi ogni parte del mio corpo
per tentare di scoprire almeno uno sprazzo di intenzione,
e intanto io sorrido, sono al sicuro,
finché barricata da questo manto nero che ti è familiare.
Tu che vieni da Marte, ed io che uso le tue stesse armi:
come te lo spieghi adesso, questo inizio di inversione nei ruoli?
Come ti hanno insegnato, ricalcoli la strategia per farmi arrendere,
ma questa volta, non ti rimane che un’unica finestra aperta,
all’altezza dei miei occhi scoperti e infuocati, oramai.
Così, per la prima volta tu mi guardi.
Marte, Guerriero, Narciso: io esisto.
Interroghi i miei occhi con i tuoi, indugi su di loro, sperando di sentirli parlare,
ma questa volta li vedi solamente bruciare.
E adesso, guerriero di Marte, sai che ti rimangono soltanto due scelte:
l’una verso avanti e l’altra verso dietro; che sia arretrare o sia avanzare;
puoi bruciare il mio mondo e ritirarti; oppure issare bandiera bianca.
Io sono pronta, ho avuto tante albe e tramonti, un tempo lungo, per potermi preparare.

Ma nel mentre che scegli, rimani fermo, e ancora le tue braccia formano una X.
E intanto io festeggio per aver scalfito la muraglia
con la mia strategia che si chiama empatia:
quindi alzo un braccio, scostando di poco il mio mantello,
e ancora senza parlare, ti metto una mano sulla spalla.
“Io che vengo da Venere, ripeto che so poco di alchimia, ma credo nella sua magia”.
Te lo sussurro all’orecchio, e innesto un brivido sul tuo collo.
E tu guerriero, impreparato su questo, ecco che piano, vai disfacendo quella X dal tuo petto
e getti le braccia parallele al tuo corpo:
segni di un castello che adesso sta valutando la sua resa;
segni di una Venere potente che, dall’alto, osserva compiaciuta.
Ma ancora non parli, tu che vieni da Marte, tieni la bocca serrata,
eppure mi guardi; mi osservi in silenzio con due occhi meno di ghiaccio.
Quella mia mano ancora sulla tua spalla, ti sta diffondendo il calore della mia terra,
un calore che non sa di fiamme e fuoco dell’inferno, ma di sentimenti e di vita.
Sento il tuo corpo meno in tensione, vedo la tua carne cambiare colore.
Certa che anche Venere ci sta guardando, e che Marte, lui sa che davanti a lei,
la guerra prima o poi dovrà cessare;
finché il fuoco si trasformerà in rose rosse
e i silenzi diventeranno parole;
finché il vento soffierà piano nel castello dalle finestre spalancate sul mare
e il canto colorerà le sue sale di emozioni.
E da quel tuo sguardo tornato umano, inaspettatamente mi sorridi:
tu che vieni da Marte, io che vengo da Venere
non siamo poi di mondi così opposti;
conosciamo la guerra, conosciamo l’amore,
e tu, guerriero, ogni volta grazie a me ti ricordi che hai un cuore.

Pensiero e sentimento, Poesia

Sulla mia riva

Tu mi insegni a non guardare
e ad ignorarti piano piano;
l’indifferenza o presunta tale,
il chiudere la valigia dei ricordi.
In questo mare hai smesso di nuotare:
ritorni sulla tua riva e ti rintani dentro casa.
Ed io che ancora qui rimango ferma ad aspettare,
senza più distinguere la tua sagoma nel mare.
Lontani e distanti siamo noi due amanti,
lontani e distrutti sono i nostri vecchi sorrisi;
e il mio muore, si appassisce e si spegne del tutto,
mentre da me scivoli via.
E allora comincio ad imitarti,
e sempre più da te ad allontanarmi,
e a rintanarmi dietro quella porta sulla mia riva
di una casa che da adesso non è più la tua.

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La mansarda parigina

Fermiamoci a Parigi questa notte, prendiamoci una pausa dal nostro peregrinare e dormiamo sotto il tetto blu di quel palazzo davanti a noi.
Guarda, la porta è aperta e sono sicura che ci sarà una scala per salire fino in cima. E poi le vedi tra le tegole, quelle finestre rotonde? Sono fatte proprio per guardare la luna bella e tonda da lì, come se fossimo gatti o musicanti che compongono serenate ispirate al suo bagliore.
E inoltre pensa! Da lassù, ci arrampicheremmo fino in cima e ci sederemmo su quel punto piano, lo vedi là sulla destra accanto alla ciminiera? Lì, con un calice di vino e una coperta rossa, tu mi leggeresti Baudelaire, accompagnato dalla chitarra, e tra una poesia inventata e qualche nota stonata, ci perderemmo in grovigli di sogni confusi, ma pieni delle nostre speranze giovanili. Si finirebbe a imitare i grandi scrittori, mentre ci raccontiamo segrete verità che rimarranno solo tra noi, in quel punto a metà tra il vino e il cielo. E quando si sarà fatto molto tardi, torneremo sotto il tetto blu, e non essere scettico, proprio quel tetto blu di laggiù amore, quello che ancora non credi abbia per davvero un letto davanti a un camino acceso che ci aspetta.
Ma tu continua a credere in me, alle mie storie e a quello che la mia immaginazione ci spingerà a fare, perché ecco: queste sono le chiavi di quella mansarda sotto la luna di Parigi e con essa, anche del mio cuore.

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L’onda

Camminavo sulla spiaggia,
i piedi nudi venivano avvolti dalla sabbia tiepida e umida.
Venni attratta da due luci nel mare, due riflessi, due stelle, due occhi.
Era tutto così piatto, tutto così limpido, tutto così vero e surreale, nel reale.
Ma poi è arrivata l’onda
E tu non c’eri più.