Pensiero e sentimento, Racconti & Poesie

L’onda

Camminavo sulla spiaggia,
i piedi nudi venivano avvolti dalla sabbia tiepida e umida.
Venni attratta da due luci nel mare, due riflessi, due stelle, due occhi.
Era tutto così piatto, tutto così limpido, tutto così vero e surreale, nel reale.
Ma poi è arrivata l’onda
E tu non c’eri più.

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Pensiero e sentimento, Racconti & Poesie

Magia

Spiego le ali
e volo lontano
fino a raggiungerti;
perché quando si tratta di te,
se serve,
io posso persino imparare a volare.

Pensiero e sentimento

L’accettazione

Accettalo che le persone non possono venirti dietro come una corte fa con il re, perché niente ti è dovuto.
Accetta che raccogli quello che semini e che ciò che ottieni, sono reazioni (positive o meno) alle tue azioni (positive o meno).
Ricorda che una cattiva parola, una mancata attenzione o il silenzio sono azioni, significano seminare.
Ricorda che un gesto gentile, il tuo tempo o un sorriso sincero sono sempre altre azioni, per poter seminare.
E se non ti piace quello che raccogli, accetta che devi cambiare tu il modo di seminare, senza giudicare gli altri per il loro modo di reagire a quello che stai offrendo loro.
Non è facile l’accettazione, ma magari guadagni in qualità di vita nel comprendere che, avendo potere sulle tue azioni e non su quelle altrui, sei tu, per primo, a dover cominciare a seminare le cose giuste.
Insomma, basta raccogliere tempesta, non ti pare?

Pensieri della sera che magari non parlano sempre di amore, Pensiero e sentimento

Il sogno

Ma un uccellino dentro la tasca di una borsa, muore se la cerniera è chiusa. Ogni tanto avevo la certezza che prendesse comunque aria, ma come faceva se stava dentro di una busta di plastica trasparente? Eppure si muoveva, lo giuro, io l’ho visto. Ed io, a volte, mi dimenticavo della sua gentile presenza, lì all’interno dell’apertura anteriore dello zaino, tanto che lo poggiavo ovunque -sai nei viaggi succede di poggiarlo ovunque- e, per giunta, finii per sbatterlo con noncuranza nel pavimento di uno spogliatoio in cui, per non so quale motivo, mi ritrovai. Poi aprii una porta e, senza più lo zaino, ero in una spiaggetta con il mare agitato. Eppure, entrandovi, mi resi conto che si poteva nuotare benissimo. Anzi, mi raggiunsero pure degli amici e cominciammo a giocare a palla, tranquillamente.
Ma quell’uccellino, era ancora nello zaino e non aveva bevuto! Era senza acqua ed io ci pensavo. Perchè non gli facevo prendere aria? Perchè non tornavo subito a prendere lo zaino per farlo bere, per dargli da mangiare, o chissà per liberarlo?
Mentre ero in mare pensavo di comprare una gabbietta più grande per trasportarlo, sapevo di tenerci a quell’uccellino; tanto silenzioso, tanto tenero, tanto succube.
Uscii dall’acqua che già era sera e il mare probabilmente si stava increspando di nuovo, quindi ritornai nella stanzetta con le panchine da spogliatoio di palestra e presi lo zaino. Non ebbi il coraggio di aprilo.
Tornando a casa mia, mi distesi sul letto della mia stanza con lo zaino accanto a me: “Mamma, ho un uccellino nello zaino, potresti vedere se è ancora vivo?”.
E fu lì che mi svegliai.
Pensieri della sera che magari non parlano sempre di amore, Pensiero e sentimento

Istruzioni in corso d’opera

Quando scrivo, immagino che i miei brani possano trasformarsi in chiavi, in strumenti che vi regalo come fossero mazzi di fiori. E queste chiavi dorate, d’argento oppure di tutti i colori dell’arcobaleno mi piacerebbe che assumessero tutti i connotati e i profumi che voi stessi volete conferire loro. Con esse, desidero darvi uno strumento per dischiudere alcune porte e, in questo modo, farvi accedere a dei luoghi remoti della vostra mente. Sarebbe bello accompagnarvi per mano fino a certi ricordi ancora rinchiusi in scatole impolverate e, chi lo sa, far risorgere piano piano certe emozioni assopite. O ancora, al contrario, vorrei che quanto scrivo, possa ricondurvi a nuove stanze inesplorate, dove all’interno possiate scoprire tesori luccicanti di nuove speranze per il futuro.
Le mie parole, inoltre, non devono essere lette obbligatoriamente in modo fedele; lascio a ognuno la libertà di combinarle in totale libertà e di immaginare mondi propri. Pertanto, se scrivo che in una stanza ci sono un letto, un vaso di fiori e una finestra, avete tutto il diritto di posizionare quella finestra, il vaso o il letto ovunque voi vogliate, come meglio credete e per come essi, in questo modo assemblati, possano funzionare per voi.
Concordo con quel saggio che una volta disse: “Ogni lettore, quando legge, legge sé stesso” [Proust], perché io, in primis, in quanto lettrice, ci credo.
Sentitevi liberi di modificare anche la fine dei miei ragionamenti, purché una vostra personale conclusione possa arricchire di un dettaglio in più la vostra vita.
Infine, desidero che le mie frasi siano scale su cui possiate salire per vedere meglio dall’alto, sia il passato che il futuro. Ma intanto, qui nel presente, spero sempre che possiate godere del semplice atto di leggerle e, una volta terminato, che possiate tornare alla vostra vita con un sogno, un pensiero, una nostalgia, un ricordo o una speranza che non avevate prima di leggervi in questo blog.

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A Virginia

Mi ritrovai a pensarlo.
Stavo a letto, leggendo un libro dalla copertina azzurra e, mentre i caratteri neri si alternavano agli spazi bianchi, ecco che io ripensavo a lui.
I giardini inglesi di Virginia diventavano pezzi di strade familiari e quelle conversazioni cambiavano voci, assumendo le nostre, solo più roche e stridenti.
Così io lo ripensai, mentre sfogliavo le pagine senza guardarle; mentre richiudevo il libro senza segnalibro, e vedevo i suoi capelli scuri da sopra quella copertina azzurra color cielo terso e lontano.
E allora forse il paradiso era quello; e dunque l’amore erano le sue braccia, e forse il vero calore poteva scaturire solamente dalla sua carne che toccava la mia.
E allora io, senza tutto questo, andavo perdendo significato?
Non lo sapevo: tenevo il libro in mano, accarezzando il cielo azzurro con la punta delle dita e quei pensieri cominciavano a gocciolare dalla mia testa fino a sfociare in una pioggia torrenziale che mi arrivava agli occhi.
Un’inondazione nel mio di cielo azzurro, mare mosso nei miei occhi. Avevo il terremoto nella testa e quest’apocalissi si era generata in un non-istante, per una parola nera tra due spazi bianchi che mi hanno portato indietro, indietro e basta.
Leggevo Virginia e leggevo me stessa, leggevo Virginia e intanto incominciavo a intravedere nei suoi discorsi quello che non volevo io, ma che volevano i pensieri irrisolti e le conversazioni mai concluse.
L’Inghilterra che ho sempre amato perdeva ormai fascino tra quei fogli; la mia mente volava in quel luogo che si stava concretizzando a partire dal ricordo. E poi la nostalgia, quella compagna sempre in agguato, mi fece chiudere il libro e aprire la porta di casa.
Una panchina nuova, solitaria, ingenua e ignara di tutte le vicende d’amore che avrebbe sostenuto negli anni, mi aspettava sotto l’ulivo e a una lunga camminata di distanza da casa mia.
Ai piedi dell’albero c’era ombra e anche pace: tutto quello che voleva la mia testa in piena guerra fredda con il passato.
Mi sedetti, con un uomo e una donna dai nomi conosciuti che mi urlavano, in un ping pong di parole lanciate tra un orecchio e l’altro, passando per la testa.
“Sono quella che tu non sei. Sei quello che io non sono. Siamo nomi, siamo foglie, siamo il vento che ci ha preso e spostato. Siamo il giallo e siamo il grigio. Siamo il rosso diventato marrone. Siamo il nero e nessun colore. Siamo nessun colore, amore”.
Scrivevo nel taccuino accanto l’ulivo, e scrivendo, parlavo di rabbia, di te, di odio, di amore e ancora di te. Contavo i mesi, poi le ore e più ti scrivevo e sfogavo la burrasca dei pensieri, più mi accorgevo che mi andavo scordando dei dettagli del tuo viso.
Avevo la tua voce che impazziva nella mia testa, quella sì: era quella che mi amava e che poi fingeva, quella che tornava e che dopo avermi confusa, mi abbandonava a me stessa.
Avevo le tue parole conservate nel cassetto del mio cuore; avevo ancora quel pezzo del tuo cuore che mi avevi regalato, qui sotto il braccio sinistro. Avevo conservato tutto.
E invece tu dov’eri?
Mi hai lasciato tante parti di te, pezzi di passato e di ricordo; mi hai lasciato i silenzi, mi hai lasciato le parole non dette insieme ai gesti non espressi. Mi hai lasciato tutte cose che io non posso toccare con le mie mani: non c’è niente da schiaffeggiare, niente da accarezzare.
Da qualche parte del mondo, ci sarai tu che cammini e fischietti allegramente nell’andare al lavoro, ignaro degli effetti di quelle piume e poi dei sassi e delle carezze e poi dei coltelli che mi hai lanciato.
In una parte del mondo, ci sei tu che entri serenamente in un bar a ordinarti un caffè: lo sorseggi, lo assapori, mentre c’è qualcun altro che si sta ancora curando tutte le ferite per quel caffè caldo che, senza nemmeno accorgertene, hai lanciato sui tagli che fingevi di curare.
Avevi dimenticato l’importanza delle parole, che sono lame e sono piume. Eppure io ancora non avevo dimenticato la tua voce, la tua bella voce travestita da musica, ma che fendeva la mia carne come vetri infranti.
E dunque, in questo taccuino scriverò un brano, qui, seduta all’ombra dell’ulivo. E parlerà di amore e di odio e di rabbia e di te.
Appena finito, prenderò una foglia dall’albero, la metterò in mezzo alle pagine e chiuderò il plico. L’ulivo cambierà il senso a tutto: le mie parole trasformeranno il loro discorso e con loro anche la mia testa avrà cessato di urlare.
Alla fine dei giochi, le mie parole nere miste a spazi bianchi parleranno di quattro cose: prima di odio, poi di amore, finchè si intrometterà il perdono e infine sempre di te;
e se il perdonare precede il ringraziare, allora quel che ho scritto lo intitolerò così:
“A Virginia”.

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Le forbici

Piccolina,
se questa persona si volta male nei tuoi riguardi, non ti ama.
Se si ostina a non parlarti per tre giorni, non ti ama.
Se è dolce un giorno, ma ti tiene il broncio al primo nonnulla, non ti ama.
Se ti limita nelle azioni e nel pensiero, non ti ama.
Lui è un compagno: ti dovrebbe “accompagnare”, dandoti quella dannata mano, e non menarti verbalmente, psicologicamente o chissà magari fisicamente, con quella stessa mano che ti toglie a suo piacimento.
Tesoro, hai 18 anni, la vita è un uragano di colori e libertà: è fatta di ferite, di lezioni apprese, di cose da perdere e altre da trovare.
Se quella persona -che tanto dice di amarti- ti minaccia che sarai tu a perdere lui, non ti ama.
Se quella persona -che tanto dice di tenerti sul palmo della mano- ti toglie il sonno, la fame, l’aria e la tranquillità solo perchè hai salutato un tuo amico, non ti ama.
Se quella persona fa la vittima, ti dice che fai schifo, ma poi ti abbraccia, non farà altro che decidere quale sarà il tuo prossimo umore in base al suo, ma fidati che nemmeno quello è amore.
É una persona malata che ti trascinerà in questo vortice di follie; modificherà la tua bella testolina e spegnerà il tuo sorriso e i tuoi sogni, uno ad uno.
Ti farà ritrovare sola, farà in modo di essere lui tutto il tuo mondo e quando non gli andrà, sparirà dalla tua vista, così perchè quel giorno si sarà svegliato male.
Asciugati quella lacrima, cucciola mia, che sei libera se te ne accorgi – e poi ti puoi anche arrabbiare tantissimo- pensando che il  filo che ti lega non è fatto di amore, ma è pura violenza. Arrabbiati e taglialo con tutta la forza che hai, perché lo sai che succederà?
Se, infine, un giorno vorrai prendere il volo, seguire il tuo percorso – specie in tempi come questi in cui il trovare lavoro spesso coincide con il lasciare la tua cameretta lontano da Stoccolma-, fallo: l’amore non sta negli occhi.
E se te ne vai e continui a sentire il calore nel cuore, ma tornando trovi la casa vuota: tranquilla piccolina, sei stata coraggiosa e quella persona -che non ti amava- ha fatto l’unica cosa buona per te: lasciarti andare.
Ecco le forbici, ora sta a te tagliare.

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La collana di conchiglie

Da bambina, mio nonno mi portava in riva al mare a raccogliere conchiglie. Stavamo lì ore ed ore e le mie manine si riempivano di tantissimi tesori bianchi che mi scappavano da tutte le parti. “Con queste conchiglie farò una collana per la nonna”, ed ecco che mio nonno, mio complice in tutto, una volta a casa preparava lo spago, le forbici e la sua maestria per fare felici la sua nipotina e, ancora una volta, la sua meravigliosa moglie.
Crescendo, ogni volta che sono andata a visitare il mare, tra un pensiero e l’altro, ho sempre cercato distrattamente qualche conchiglia. Un giorno vidi una bimba che correva di qua e di là nel punto in cui la spiaggia non è ancora bagnasciuga. “Mamma, mamma guarda che bella questa!”, gridava mentre intanto si riempiva tutte le scarpe di sabbia. Sorrisi istintivamente e subito mi ritornò in mente uno dei tanti velati insegnamenti di mio nonno. E fu proprio allora, in un tardo pomeriggio di fine aprile, che capii che tipo di madre avrei voluto essere. Nel guardare quella piccolina riccioluta e spensierata, cercai di intravedere la piccola che un giorno spero ancora di tenere tra le mie braccia. Presto o tardi, anche io la porterò sulla spiaggia al tramonto e, mentre raccoglieremo conchiglie insieme, le racconterò del dono che il suo bisnonno aveva fatto a me, molti anni prima: mi aveva dedicato il suo tempo. Mi aveva dedicato il suo tempo senza volere nulla in cambio e soltanto per puro amore.
E adesso penso che, sebbene a cinque anni, avevo già assimilato la sua lezione: dopotutto, quelle conchiglie che amavo trovare, non le raccoglievo perché fossi io a custodirle gelosamente, ma erano un dono che lasciavo a mia nonna, un regalo forgiato da quell’eterna e pura potenza di cui è capace l’amore.
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Desiderio

Successe questo e accadde in rapida sequenza: due persone, in due città diverse, compresero nello stesso momento che le parole avevano ali create per colmare le distanze.
Allora entrambi volarono.

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Come una gatta sul davanzale

Se fossi una gatta, starei tutto il giorno affacciata alla finestra. Da lì, osserverei il mondo ricoperto di alberi rigogliosi e di cespugli di fiori, che disseminano l’ombra nella montagna sulla quale poggia la mia casa ormai abbandonata.
Vedrei il passare delle stagioni e con loro, quello degli uccelli, mentre di tanto in tanto verrei ammaliata dalle serenate degli altri gatti che per caso passerebbero di lì.
Se fossi una gatta avrei il tempo di comporre nella mia testa tante poesie: sarei una gatta riflessiva e malinconica. Mi nutrirei di intensi silenzi, accompagnati dal respiro della sola natura; darei amore solo a chi direi io, e lo darei tutto, incondizionatamente.
Mi mancherebbe soltanto la capacità di parlare, di esprimere i miei pensieri a parole; eppure utilizzerei gli occhi e la coda, per ammaliare, addolcire o fare scappare.
Se fossi una gatta, sceglierei sempre di vivere la mia vita appoggiata al davanzale di quella finestra al di sopra di un mondo incontaminato: non ci sarebbe nessun mare all’orizzonte questa volta, soltanto il cielo sterminato e neanche l’ombra di un essere umano.
Nella mia quiete, vivrei in pace e libera, senza rancori e senza dolori. Solo io, i miei sommessi miagolii e con la compagnia della luna che ogni sera verrebbe a diffondere di luce notturna il mio paradiso in terra.
Ma non sono una gatta, sono una donna, la mia finestra da sul mare e i miei pensieri vengono scritti su un foglio di carta stropicciato. E questa carta bianca con degli schizzi neri, un giorno probabilmente volerà spinta dal vento, fino a raggiungere le pendici di una montagna con una casa abbandonata
; nella finestra si vede una gatta nera che in silenzio osserva il concerto del mondo e le danze degli umani che riempiono con le loro giravolte la visuale ai suoi piedi.