Pensiero e sentimento

Ondivaga

Sono a letto e fuori piove.
Ho terminato di leggere “Affinità Elettive”, e così Goethe mi ha dato la buonanotte un’ultima volta.

Ho ancora il piumino leggero; qui a Bologna il cielo è stato uggioso, anche se a tratti soleggiato.
Un tempo Ondivago direi.

Che bel termine “Ondivago”; da quando l’ho sentito, mi sono chiesta come fosse possibile amare una parola.
Ondivago è un’altalena, il movimento costante, un’oscillazione che sconvolge la retta.
Ondivago emana tinte blu mare, blu cielo, blu malinconia.
Ondivaga è l’onda che sbatte sullo scoglio della mia terra, è il giorno che si scambia a intermittenza con la notte.

E intanto i giorni passano insieme ai mesi.
E nel mentre che il fiume scorre, io rimango qui, nascosta tra queste coperte.
Il blu di cui ho bisogno, lo abbraccio guardando il cielo sopra di me e che fa da tetto alle ritrovate camminate; mentre ad accompagnarmi, ci stanno innumerevoli pensieri -anch’essi ondivaghi- che mi permettono ogni volta di volare verso altri luoghi.

Spengo la luce del mio comodino; la pioggia continua a cadere in questa città tanto a nord del mio sud.
Chiudo gli occhi e sento il mare.
Sono altrove.
Sono a casa.

Buonanotte,
fuori sede.

Racconti, Racconti & Poesie

Davanti al mare

Profumo di gelsomini in un giorno di maggio.
Rumore di tacchi e dei primi ventagli che sventolano.
Voci di bambini al di fuori del silenzio della grande chiesa e una moltitudine di persone dai volti conosciuti, in attesa.
E allora arrivi tu, che saluti tutti quanti, tremando e sorridendo insieme e ti dirigi subito verso il prato, superando lateralmente le file di sedie bianche immerse tra i fiori.
Il prato è umido, eppure il sole delle cinque lo riscalda delicatamente mentre viene pettinato da un venticello leggero.
Sei nervoso, ma vuoi dissimulare: dopotutto fai cose ben più “difficili” nella vita, tu che usi il sorriso per dare forza agli altri, questa volta ti servirà per darla a te stesso.
Eppure l’odore della salsedine lì vicino ti calma; anzi, quando senti che la tachicardia ti annebbia i sensi, spingi tutto il tuo corpo ad abbracciare la presenza del mare. Arrivi perfino a sentire il debole rumore delle onde che si infrangono sullo scoglio al di sotto del prato, ed è lì che pensi a me.
Continui a salutare gli altri ospiti: vedi tua madre e tuo padre prendere posto, guardi il tuo migliore amico che ti abbraccia e ne rimani ancor più confortato. Il suo sguardo, come quello di tua madre seduta davanti a te, sono sempre stati il metro di giudizio per capire la validità di una tua scelta e, vista la loro espressione serena, quella doveva essere proprio la scelta giusta.
L’orchestra accorda i violini e vedi come l’arpista sistema accanto a sé il suo strumento degli angeli. Allora ridi tra te e te: “immagina se ci fosse un ukulele”, ed ecco che ancora una volta ripensi a me, sentendoti meglio.
Ed io intanto sono lontana. Immagino ad occhi chiusi i preparativi attorno a quell’archetto fiorito sul prato della chiesa che si affaccia sul mare, mentre vestita di bianco, sono attorniata dalle mie amiche di una vita e da mia madre, che ancora hanno la stessa espressione incredula di quel lontano giorno in cui dissi loro che avevo finalmente incontrato qualcuno.
Entro in macchina e, per una volta, accorciare le distanze non è stato mai così facile. Come una calamita venivo attratta dal mare, dallo stesso mare che ogni volta mi riportava da te.
Mille pensieri, le chiacchiere felici di mia madre, il velo ovunque, tutti dettagli che resero fin troppo breve quel tragitto che ci riuniva. Eppure io non ero tranquilla, tanto che per calmarmi, provavo a pensarti, ripercorrendo i lineamenti del tuo viso e ripensando a quel modo dolce con cui i tuoi occhi mi hanno detto che avrebbero sposato i miei. E questo accadde ancora prima di conoscerci, ancora prima di innamorarci: accadde che i tuoi occhi mi parlarono per caso in una sera qualsiasi di dicembre, quando ti incontrai nel mezzo di facce conosciute, in un grattacielo di Manhattan.
L’autista si ferma davanti alla chiesa, ed io, che per distrarmi, cerco di paragonare il valzer che sentivo nello stomaco, a quello provato altre volte nella mia vita: per la mia laurea, ad esempio, o per qualche altro evento nel quale io avrei dovuto parlare in pubblico e da quel momento sarebbe cambiata la mia vita.
Mia madre aveva già l’occhio lucido, come le mie amiche – che però lo dissimulavano meglio-.
Comincio a salire la scalinata della chiesa e proprio tra il primo e il secondo gradino dell’entrata, il pensiero del nostro primo litigio mi sferzò un colpo allo stomaco talmente forte da confondermi e da farmi allentare il passo. Quei problemi gonfiati a dismisura da parole e paranoie,  riuscirono a rovinare i nostri giorni di pace. E subito ecco il secondo colpo sulla milza, il litigio del 13 marzo: noi trentenni a litigare per incomprensioni nemmeno degne dei diciottenni; io che volevo farti capire le mie ragioni e tu che andavi somigliando sempre più a un sordo muro.
Un altro colpo: la tua improvvisa gelosia in quella sera di luglio ed io che ridevo, per quanto te la stessi prendendo ingiustamente per una cosa mai esistita.
La mia amica nota qualcosa dal mio viso e mi prende a braccetto: “Se hai una guerra in corso nella tua testa, vedi di scoprire chi è il vincitore prima della fine di questa scalinata”.
Un vincitore? Un vincitore significava andare avanti o scappare per sempre; significava dare peso ai momenti negativi, ai difetti, alle situazioni scomode come se non ci fosse una soluzione dettata dagli anni, dalla maturità e dall’amore. Oppure significava far prevalere la speranza che quei momenti negativi sarebbero arrivati e se ne sarebbero andati subito: significava terminare la scalinata, sorridere a tutti, sorridere a lui, e fare un passo a cui non avrei più potuto porre rimedio e solo per fiducia nell’amore.
Allora la mia amica continua con quello che risulta essere uno dei discorsi più profondi e anche più brevi della sua vita probabilmente, peraltro sussurrati piano al mio orecchio nascosto dal velo: ” qualunque sia il vincitore della tua battaglia interiore, non avere paura di declamarlo. Non è ancora troppo tardi”.

A quelle parole mi venne in mente uno degli ultimi litigi che abbiamo avuto proprio pochi giorni prima che mi chiedesse di sposarlo. Quella sera mi disse che era ovvio che gli andasse bene che io progredissi nella vita e sopratutto nel lavoro; accettava anche che avessi molti amici uomini e che molte delle persone con cui avevo a che fare nell’ambito lavorativo erano di sesso maschile. Accettava la mia apertura verso il mondo e il mio voler aiutare anche gli sconosciuti. Nonostante ciò, vi era un punto che gli veniva difficile dominare: le partenze. Quando in lui si è sviluppato un amore maturo nei miei confronti, io ero una giovane curatrice in erba che viaggiava non solo per amore dell’arte, ma anche per crescita professionale e personale. Nel mio ambito, conoscere luoghi, culture, persone è fondamentale come leggere libri e giornali. I viaggi, le partenze, gli aerei che ci hanno divisi tante volte, avrebbero continuato ad esistere, seppure con un anello al dito che ci avrebbe legato ancora più fortemente, insieme a quell’amore con cui abbiamo combattuto il tempo e i chilometri.
Così io gli ho spiegato che la mia personalità, la mia voglia di fare e la buona riuscita della mia carriera, si basavano su quei viaggi e sulla libertà di affrontarli a mente serena e sentendomi supportata. Io sarei stata una farfalla dalle ali tarpate senza di essi e lo sarei stata anche senza la mia spontaneità, e sicuramente non sarei stata la ragazza che lui diceva di volere accanto a sé per tutta la vita.
Dormimmo separati quella notte: non ci dividevano paesi, né città, ma due case. Infatti lui tornò a dormire dai suoi genitori dopo aver digerito il mio discorso del “o così o in nessun modo” davanti a una birra e una giuria di amici.
Quella notte dormii malissimo e non perché non ero più abituata a non sentire il suo profumo nel letto accanto a me, ma perché quel silenzio e quella stanza più vuota del solito mi diedero modo di pensare a tutte le ombre che io avrei dovuto accettare di lui, in una nostra vita insieme.
Nonostante tutto, la decisione maturata proprio prima di addormentarmi fu la seguente: sentivo che avrei potuto anche accettare le sue parti negative, purché fossero superate in numero dalle sue parti positive, purché fossimo disposti entrambi a venirci incontro e ancora purché entrambe le sue parti negative e positive portassero lui -in anima e corpo- di nuovo accanto a me. Dunque vi erano ben tre e massicci purché in questa scelta, ma dopotutto stare insieme non si è mai trattato di una passeggiata.
Catastrofica come sono, presi sonno poche ore prima per svegliarmi alle 8 e organizzare subito il successivo viaggio di lavoro per Vienna: consideravo già che mi sarei fatta forza partendo e andandomene, nel caso in cui lui mi avesse lasciata. Dopotutto è così che facevo ogni volta a vent’anni.
E in quel momento il telefono squillò: era lui.
“Prima che tu dica qualcosa” dissi io senza dargli modo di parlare “vorrei dirti che…”
Ma lui mi raggelò con un glaciale “Dobbiamo parlare”. E siccome i discorsi seri arrivano sempre nei giorni più complicati, a condire il tutto c’era il fatto che quella sera saremmo dovuti andare a un concerto: un concerto che si trovava pure in un’altra città, una città che a sua volta era da qualche parte fuori dall’Italia, in un punto che tutti chiamano Inghilterra.
Quindi con il mal di pancia che di botto prese a strozzare le parole, riuscii solo a chiedere in modo confuso: “E il concerto? E il volo per Londra?”. “Vediamoci dopo pranzo in aeroporto, stacco da lavoro e vengo direttamente lì”, la sua sintetica risposta inversamente proporzionale alla mia ansia in fermento.
Mi vuole lasciare durante il viaggio per Londra. No, mi vuole lasciare durante il concerto dei Coldplay a Londra. No, meglio! Vuole lasciarmi dopo il concerto, al ritorno da Londra, sempre su uno dei miei dannati aerei per rimarcare e sottolineare il fatto che non può tollerare la mia vita. Va bene, io non mi tiro indietro, che me le dica in faccia queste cose, ed io sarò impassibile. Riderò mentre sorseggerò la Coca-Cola che vendono a ben 5 euro sui voli che chiamano low-cost e sarò tranquilla. Dentro sappiamo tutti che morirò, ma cascasse il mondo, non gli darò mai questo sazio.
E questo fu un assaggio di quel flusso di coscienza che ebbi dopo il suo semplice “dobbiamo parlare” delle 8 e 15 e due secondi di un mattino “ansiogeno”.
Ed eccomi all’aeroporto, mentre lui era già seduto davanti al gate per London- Stansted. Immaginavo di vederlo con quella faccia livida, tipica delle migliori litigate in termini di serietà. Mi avvicino, poso la valigia per terra, lo guardo e lui si alza e mi stringe fortissimo tra le braccia. Io tremavo, perché non capivo il significato di quella reazione: “forse, da signore, vuole lasciarmi in quel modo prima di partire. Forse così la decisione sarà solo mia: se salire sull’aereo insieme a lui, oppure no”, di nuovo il mio flusso di coscienza che continuava a perdere incontrollato dalla mia testa come un lavandino che gocciola.
“Sei pronta per il viaggio?”, mi disse con un sorriso e un bacio in testa.
Ed io non sapevo più se stavo parlando con dottor Jekyll o con mister Hyde in quel momento; sapevo soltanto che decisi di non aprire bocca sul fatto di lasciarsi, visto che la decisione in quel caso sarebbe stata solo sua.
Il volo andò stranamente benissimo: anche la Coca-Cola venne abbassata di prezzo alla quasi-modica cifra di 3 euro e 50. Lui mi parlava della sua giornata, di quanto non si ricordasse che il letto a casa dei suoi genitori fosse piccolo e di come Filippo, il suo migliore amico, si fosse invaghito della sua personal trainer. Io ridevo come sempre alle sue parole e per come raccontava ogni cosa con quell’ironia sagace e dolce allo stesso tempo, ma frenavo le grandi risate scaturite anche dal mio cuore, proprio perché non avevo dimenticato che di colpo sarebbe scoppiata la bomba.
Ma intanto il concerto si avvicinava e lui non mi lasciava. A quel punto, mentre eravamo in fila per entrare, fui io a prendere l’argomento stanca di quella tensione: “Senti, a proposito della discussione che abbiamo avuto…”. Lui mi zittì, “non è il momento” mi disse.
Ed ecco che cominciai ad andare internamente in escandescenze, pensando che mi avrebbe davvero lasciata durante il concerto e che io avrei odiato i Coldplay per tutta la mia vita. Cercai di insistere, e vedendomi triste, lui mi serrò in un abbraccio che durò fino all’entrata di Chris Martin sul palco.
Io decisi di acquietarmi e godermi quel momento… come se fosse stato il mio ultimo momento di puro amore con lui.
E allora fu che, a quasi fine concerto, cominciò Fix you, e tutta la platea era diventata un firmamento di stelle luminose, per via degli accendini e dei cellulari accesi in aria.
Lui mi si avvicinò, prendendomi da dietro e cominciando a cantare la canzone sussurrandomela dolcemente all’orecchio, mentre Chris Martin la cantava a entrambi. E al secondo ritornello, sentii che aveva cambiato le parole, anzi, che non stava più seguendo il concerto, che mi stava parlando. “Vuoi sposarmi?” disse piano, talmente piano che io davvero non lo capii. “Eh?”, dissi mentre mi girai verso di lui. E intanto lui si staccò, e indietreggiando, prese una scatoletta dalla tasca dei jeans. “Vuoi sposarmi?”, mi chiese ancora, adesso con un tono più forte ed in viso visibilmente emozionato. Avrei avuto bisogno che qualcuno mi avesse dato un pizzicotto, ero come bloccata dall’emozione di una scena che non mi sarei mai aspettata, specialmente in quel modo. Allora lo vidi inginocchiarsi davanti a me, tra la folla che a quel punto istintivamente gli fece spazio: in mano la scatoletta aperta, dentro c’era il mio anello.
Io piansi: Chris Martin cantava, lui si rialzò subito per avvicinarsi a me ed io vedevo tutto annebbiato tra le lacrime e i sorrisi. Mi strinse nuovamente, mi baciò e fece silenzio. Dopo poco: “Ma se non vuoi, non c’è bisogno di reagire così, basta dire no…”, disse con quell’ironia che di lui amavo. Lo guardai,  i suoi occhi parlavano più di lui, rimisi in sesto il mio viso assumendo una vaga aria da furbetta -poco convincente-, infilai l’anello al dito, gli gettai le braccia al collo e all’ultimo “fix you” cantato dai Coldplay, dissi sì.
“Questa sei tu e voglio che non cambi per nessuno né tantomeno per me. Proprio perché la nostra storia non è facile, vuol dire che è qualcosa di speciale da coltivare, è una sfida che accettiamo insieme che siamo così diversi, ma anche così testardamente uguali. E se anche il lavoro ci porterà ad allontanarci a periodi alterni, non siamo novellini in questo: voglio che tu ti realizzi come persona, come donna e come professionista. Voglio che tu sia felice e soddisfatta, senza che sia io a frenarti in qualcosa. Voglio che tu sia mia moglie e voglio che come moglie, donna e professionista tu sia intraprendente, spontanea, buona e ingenuamente bella come sei. Voglio che rimanga la mia migliore amica e la mia complice, perché se mai dovessimo lasciarci e io dovessi trovare qualcun’altra con queste caratteristiche, non sarebbe lo stesso: perché io non voglio una come te, io voglio te.
Ho più desiderio di starti accanto, nonostante i nostri momenti no, che vederci dividere ancora e per sempre da aerei e altri finti amori. E dunque, mia cara, questo è il mio verdetto”. Il suo verdetto, detto tutto di un fiato con il cuore in mano sulle rive del Tamigi alla fine del concerto di una delle mie band preferite, nella mia amata Londra.

Strano da dirsi, ma tutto il film che è passato davanti ai miei occhi è durato il tempo di salire tutte le 32 scale della chiesa.
Mi fermo davanti la grande porta della navata centrale, la supero e mi dirigo verso il passaggio per arrivare al giardino. Ecco che a quel punto mia madre lascia il posto a mio padre che mi prende a braccetto.
Le mie amiche, ancora ignare su chi avesse vinto la guerra dentro di me, si erano indirizzate già verso l’arco fiorito, con il prete che guardava nella mia direzione.
Entro nel giardino e cominciano a suonare i violini.
Inconsciamente avevo scelto il vincitore di quella ennesima guerra che non era nemmeno stata la prima, solo che io ancora non lo sapevo. Raggiungo il centro delle sedie, sentendo il cuore che impazziva in gola: forse volevo scappare o forse volevo continuare, ma ecco quello che successe.
Lo vidi, vidi lui che spuntava da dietro le sedie, accanto al suo testimone. Lo vidi con quel fiore nel taschino e vidi i suoi occhi che si illuminarono, come se non mi vedesse da una vita, come se non volesse vedere altro nella sua vita. Cominciò a suonare l’arpa ed io mossi il primo passo a ritmo della marcia nuziale, con mio padre accanto che sorrideva anche lui, per frenare la commozione.
Ed eccomi lì: che con lo sguardo fisso su di lui, con il nostro mare che gli faceva da sfondo, io lo stavo sposando con tutto il mio cuore.
Percorsi tutta quella bucolica navata centrale direzione onde, scorgendo rapidamente i sorrisi dei miei cari, felici e che ci hanno sempre considerato come gli eterni innamorati ondivaghi di una storia d’amore lunga molti viaggi.
Arrivo all’altare, posto davanti al mare per noi e lui mi alza il velo, sorridendomi finalmente sicuro e fiducioso.

E fu in quel modo che il filo rosso che ci ha legati fino ad allora si trasformò in due anelli; e su di essi la nostra unione, lungamente voluta dal destino, venne incisa in un giorno di maggio, nel mezzo del giardino profumato della ormai nostra chiesa davanti al mare.

Pensieri della sera che magari non parlano sempre di amore, Racconti, Racconti & Poesie

L’interrogatorio: racconto di una tesi provocatoria tra la performance e la solennità di una sessione di laurea

“Chi siamo? Da dove veniamo? Ma, soprattutto: dentro la Merda d’artista c’è davvero la merda dell’artista?
Ecco, signori miei, i tre quesiti cardine della storia dell’uomo e del mio lavoro che oggi vi presento. Voglio proprio mettervi davanti ai dubbi dell’arte, quelle questioni di cui non potremo mai conoscere la risposta, allo stesso modo di come non possiamo sapere cosa ci sarà dopo la morte.
Duchamp ha realmente riempito con il suo fiato quel palloncino oggi sgonfio?
E de Domincis che ha sigillato un forziere misterioso completamente vuoto, ha ideato una performance che è durata anni, fino alla sua apertura? O la sua apertura era qualcosa che non sarebbe mai dovuta avvenire, ammazzando l’opera?
E se anche tutto ciò ci ricollega al senso del tempo che come una freccia, scatta solo in avanti e mai indietro; oppure se vogliamo proprio tornare indietro con il pensiero e riprendere fatti biblici come la curiosità di San Tommaso, San Tommaso ci avrebbe creduto anche senza vedere e toccare la ferita, che Cristo era risorto?
Ironia? Provocazione? Non c’entra niente di tutto questo, sebbene il titolo della mia tesi vada a braccetto proprio con la prima. Vi rispondo io, miei cari, è pura genialità.
Questa genialità, così credo io, è figlia di padre coraggio e di madre follia: sennò non si spiegherebbe com’è che Salvador Dalí abbia disegnato un pene gigante nel quadro legandolo alla figura di suo padre e lo abbia fatto a regola d’arte -permettetemi questi giochi di parole-.
E la follia, a sua volta, è anche sorella della conoscenza: quel pene gigante, non era una cosa infondata, dopotutto, ma aveva origini lontane, addirittura alla mitologia, avrebbe detto Freud.
Divago? Oh, no signori, è tutto collegato: la psicologia che porta alla follia, che porta all’ironia, che porta alla provocazione altrui e che porta al medesimo dubbio: ma questa scatoletta di latta, conteneva merda?
Rimane soltanto un elemento certo: che il tutto è parte dalla mente umana.”

L’incipit della mia discussione di laurea stava andando “bene”; o meglio “bene” nei termini previsti e studiati a priori dalla candidata -me medesima- e dalla sua professoressa, nonché relatrice, nonché partner in crime e che per l’occasione chiameremo Kant -come Eva Kant-.
La commissione era in silenzio: alcuni ascoltavano davvero, altri cercavano oggetti non identificati all’interno delle loro borse.
Anche nella platea, composta da: due genitori -appunto i miei-, tre amici -di Palermo- e quattro altri colleghi di questa Unibo che sto per salutare, mi ascoltavano in un silenzio poco assenso, riflettendo solo su un fatto: io non pronuncio mai la parola “merda” né “pene”, specie in pubblico.
In quel clima un poco scomodo, di imbarazzo, in quel clima, diciamocelo teso -sebbene previsto- io continuavo a parlare, appoggiata dallo sguardo sorridente e complice della prof. Kant.
Ripresi:
“Avrei voluto basarmi su tanti artisti, in questo mio sproloquio sulla risatina e sull’ironia: avrei scelto Salvador Dalí, ma con lui ho già dato anni fa. Avrei scelto Duchamp, ma altri, che non sono me, hanno già dato anni fa -mentre io ero impegnata con Dalí-. Avrei scelto Pascali, e de Dominicis, ma, sapete che c’è? Sono morti.
E allora ecco perché ho scelto Cattelan, che è ancora vivo.”
E cominciai a parlare, con tono serio e professionale,  di Cattelan, insigne e irreprensibile artista contemporaneo che, nel corso della sua vita, ha fatto arrabbiare una lunga lista di persone che se la sono presi a ridere, tutti di nascosto.
Forse.
“Cattelan nacque a Padova nel… e morì nel… No, e appunto non morì – e quella era stata l’ansia-.  La sua provocazione è un modo per parlare e farsi sentire dalla società, su temi per niente banali, a sfondo sociale e bla bla bla.
Ma direi di passare ad analizzare proprio Cattelan.”

E lì cominciai a sudare. Generalmente ogni evento importante è organizzato al 100%, ma non il mio, e questo lo sapevo bene. Diciamo che il mio aveva una percentuale di inaspettato che né io, né la Kant potevamo controllare.
Allora guardai la professoressa, lei guardò me, io mi girai ad esaminare rapidamente tutta la platea alle mie spalle; una platea che non stava capendo se io fossi in preda ad un’amnesia dovuta all’ansia -con tanto di commenti sommessi come “poverina, è agitata” che mi arrivavano alle orecchie- dunque, mi rigirai a guardare la prof.
Sí, ero agitata.
E dopo un secondo o forse due ore -ora bene non so-, ecco che la prof. fece segno a una persona in prima fila di alzarsi, quella prima fila dal lato sinistro dove all’ultimo posto c’era seduta una persona che speravo di vedere e che non avevo visto, perché convinta che al momento della mia laurea avrei anche magicamente smesso di essere miope, non indossando gli occhiali.
Si alzò un uomo, o forse un ragazzo, e si mise ai lati della commissione, in modo da farsi vedere anche dalla platea. Era vestito di jeans, maglia blu, scarpe da tennis e con al collo un cartello con scritto a lettere cubitali: “Tesi della candidata”.
Sentii tutti cominciare a sorridere e sghignazzare, poiché si accorsero che sul viso aveva un maschera con sopra stampata la faccia di Maurizio Cattelan. Per questo, dalla platea mi giunsero voci del tipo: “ah ma che simpatica, ha chiamato “Cattelan”.
Dopo qualche momento di ilarità generale che richiamò l’attenzione di tutti i prof., compresi quelli alias esploratori-di-borsette, io mi alzai, mi avvicinai al mio Cattelan e proseguii il mio intervento con il tono più serio possibile, proprio come se stessi per descrivere la solennità del Lacoonte:
“Bene, signori, cominciamo ad esaminare Cattelan.
Cattelan è alto più o meno così” E alzai il braccio fino ad arrivare più o meno ai suoi capelli, mettendomi un poco in punta di piedi e aggiungendo un:”be’, sicuramente è più alto di me”. Risate generali.
“Ha due occhi” continuai io “due occhi e, permettetemi di dirlo, un naso simpatico nel mezzo della faccia, né troppo in alto, né troppo in basso rispetto alla bocca”. Mi girai un attimo alle mie spalle e mi accorsi che intanto entrarono delle persone nell’Aula Magna.
“Ma andiamo ad esaminare la maglia appositamente semi coperta da un cartello per scopi divulgativi e del tutto personali “Tesi della candidata”: è chiaramente una provocazione.” Ci tengo a specificare che quella era una maglia normalissima, senza niente di provocatorio, motivo per cui tutti ridevano.
“Eh no signori, è una provocazione, vi dico io. Perchè questa maglia non è solo una maglia: è il risultato del lavoro disonesto di queste multinazionali di vestiti che sfruttano davvero tantissimi operai nei paesi non europei.” Il clima ritornò serio per un attimo.
“E questi jeans? C’è un sistema dietro che ha reso famosi i jeans, perchè la gente cominciasse a volere e comprare i jeans. Allora i jeans furono pubblicizzati da qualsiasi mass-media, come da qualsiasi rotocalco. “Non sei figo se non hai il jeans, non sei voluto dalle donne se non hai il jeans” questi i messaggi manipolatori. Ed ecco che adesso tutti vogliono il jeans, compresi coloro a cui nemmeno i jeans piacevano. Dunque, signori miei, questo è il motivo per cui la mia Tesi indossa il jeans: per dire che siete pazzi a indossarlo. Non indossatelo!”
In quell’aula, la maggior parte aveva i jeans. A quel punto c’era chi aveva ripreso a ridere e chi rimaneva serio.

“Per concludere e per lasciare andare il nostro Cattelan che non ho potuto impagliare, come lui ha fatto con i suoi cavalli , guardategli le mani.” Mi misi ad indicare le sue mani che erano inerti lungo i fianchi. “Io le chiamerei: “le mani di artista”. Dico, quanta arte hanno prodotto queste mani? Quanta arte, reputata tale, giudicata tale, tanto da rientrare in musei come il Solomon Guggenheim, hanno realizzato? Era pazzo il curatore a fare una personale su di lui? A chiamare dei piccioni, arte? Queste mani hanno generato arte o hanno manipolato la concezione dell’arte? Queste mani hanno creato qualcosa che riesca a spiccare per bellezza o, unite alla sua testa, hanno creato un non-so-ché , il quale rimane più impresso della bellezza stessa? E infine, ce la siamo bevuti tutti?”
Tutti erano in silenzio: la platea, la commissione, il Cattelan che sorrideva sornione attraverso la stampa della sua maschera e a poco anche io, che li avevo inondati di domande il giorno della mia laurea.

Allora la prof. Kant, Eva Kant, approfittò di quell’atmosfera avvolta da un silenzio sospeso e riflessivo per fare una domanda.
Eravamo giunti dunque al momento delle domande.
“Signorina, lei quindi ci sta dicendo che la provocazione dell’artista è un modo per arrivare ovunque. Possiamo definirla una strategia?”
Stavo giusto per rispondere, quando “Cattelan” attirò la mia attenzione ed io mi fermai di colpo. Mi dovevo attenere al piano.
Di conseguenza, rivolta alla commissione, dissi: “Gentili professori, sono qui oggi a presentare la mia tesi, dunque credo e reputo giusto che sia proprio la mia Tesi a dover parlare di sé stessa. Prego Cattelan, ci dica”.
La professoressa, complice ricordiamolo, si rivolse garbatamente a Cattelan e, tra il serio e il faceto, gli porse la stessa domanda: “Signor Cattelan, la sua provocazione è per caso una strategia?”
Dopo un silenzio, come se la maschera ci mettesse del tempo a far arrivare alla testa di chi la indossava quella domanda, ecco la risposta: “Si”. Laconica, rapida, veloce, concisa, completa.
“La ringrazio”, concluse la prof., sorridendo divertita e sicura di quella reazione.
Allora, ecco che un altro professore decise di prendere la parola: “Dunque, sulla base di quello che ha detto, l’artista non parla mai in prima persona, piuttosto è la sua assenza a parlare di lui tramite le sue opere, è corretto?”. Ancora una volta, la risposta era un “sì”, così sicuro, così fermo, così maschile, perché a rispondere fu nuovamente lui. Intanto da dietro si sentivano delle risate e dei commenti allegri su quei sì perentori e beffeggiatori, come a voler dire che quei professori – i miei- con le loro domande da copione per via di un momento solenne, lo stavano quasi disturbando, importunando, toccando nel privato. Un privato che in quel momento stava rendendo volutamente pubblico a modo suo, quel “Cattelan”.
“Grazie, Cattelan”, il professore che se la rideva, anche lui. Era soddisfatto.
Ci furono altre domande che i professori fecero, un pò divertiti, un pò seri, tutte rivolte alla mia Tesi, tanto per sapere come questa -o questi- avrebbe risposto e se mai avesse detto qualche no.
Era diventato un interrogatorio, dunque, ma anche questo io e Kant, l’avevamo previsto insieme a quel Cattelan che dopotutto era a suo agio, in quell’atteggiamento alla De Domincis.
“Passiamo all’ultima domanda”, disse un’altra professoressa “e questa volta è rivolta esclusivamente alla candidata. ” E intanto mi rivolgeva un sorriso del tipo “guarda che non scampi alle domande della commissione”. “Vorrei sapere, secondo lei, a proposito di Manzoni, perchè allora la sua opera si definisce arte, nonostante il suo contenuto può non essere quel che dice di essere. Nonostante, cioè, la scatoletta non sia mai stata aperta  e quindi non sappiamo ciò che si trova al suo interno.”
Ci pensai un attimo, era una domanda serissima e io, strano a dirsi, fin dall’inizio di quella laurea ero più seria che mai. Perciò riordinai le idee e risposi.
“Se consideriamo l’arte come qualcosa legata solamente alla bellezza estetica, allora, dal mio punto di vista, sicuramente né la scatoletta di Manzoni e neppure il suo contenuto (qualunque esso sia) si potrebbero definire arte. Eppure, se noi ci troviamo davanti a quella scatoletta da lui firmata tantissimi anni fa; una scatoletta che ha fatto parlare di sé negli anni, tanto da continuare a parlarne oggi, in questa stanza di questa illustre università, durante una sessione di laurea, qualcosa di fuori dagli schemi, questa scatoletta ce l’ha.
Mi spiego meglio: quanto è stato lungimirante Charles Saatchi a creare la mostra con gli artisti della YBAs e a chiamarla Sensation? Dopotutto, molte di quelle opere hanno lasciato sconvolta non solo la Gran Bretagna, ma anche l’America, tanto da voler togliere i fondi al Brooklyn Museum che l’aveva ospitata.
Dunque, cosa traiamo da tutto questo? Non è forse l’arte a farci vedere il mondo filtrato attraverso occhi diversi? Non è forse l’arte quel velo di Maya che, se scostato, mostra la realtà nuda e cruda -o meno cruda, dipende dallo stile degli artisti- di come la creazione artistica ce la presenta? Non è forse arte, un semplice gabinetto capovolto e defunzionalizzato, che peraltro è stato definito pure tale da menti con più fosforo della mia? E non è forse arte, proprio quell’arte di percepire quelle sensazioni: piacevoli, non piacevoli, di ironia, di rabbia, e sentire come ci pervadono, ci meravigliano tanto da farci dimenticare per un attimo il luogo e il momento in cui ci troviamo?
Per concludere citerò una frase trovata in quel luogo, centro della divulgazione mondiale di idee geniali e minchiate – quale internet-“. E subito mi rivolsi al Cattelan: “mi perdoni, signor Cattelan, per il mio francesismo” e fortunatamente tutti risero. Dopo di ciò proseguii: “E la frase recitava: “Lei non era bellissima, era come arte. E l’arte non deve essere bellissima, deve farti provare qualcosa.”. Io e tutti coloro che hanno tramandato fino a noi quella “scatoletta di merda”, abbiamo provato qualcosa, seguendo la poiesis dell’artista. E se questa idea “creata” da Manzoni, era di fare tante scatolette chiuse, firmarle e lasciare con esse una legge non scritta che sanciva di non aprirle, questo in sé, racchiude i caratteri della creazione artistica.
Come questo Cattelan dal volto coperto proprio da Cattelan. ” Dissi, rivolgendomi al mio prigioniero, ormai dopo quattro ore di discorsi e indicando la sua maschera.
“Perchè voi non potete sapere se qui dietro c’è il vero Cattelan oppure no, e saperlo smorzerebbe in voi quello che sentite adesso: dubbio, curiosità, magia. E renderebbe quello che è stata tutta la mia performance, una banalissima discussione di tesi magistrale.”
A queste mie parole, la sessione di laurea si era finalmente conclusa, tra due risatine, uno mezzo applauso -di mia madre- e sul retro uno sbadiglio camuffato. I professori andarono sul retro a deliberare e tornarono con il mio voto -un dato che qui non ci interessa divulgare per non peccare di tracotanza-.
Dopo essere stata nominata -per i loro poteri conferiti- nuovamente dottoressa, durante gli applausi di una stanza che si era andata riempiendo man mano che io facevo una delle sessione di laurea più strambe che avessi mai pensato di fare, “Cattelan” si alzò, ritornò nuovamente al centro della stanza, sollevò la maschera per mostrare il suo vero volto e…

Ed era lui o non era lui? Non lo sapremo mai, ma, almeno per oggi, concentriamoci su questo racconto aperto e fingiamo giusto per un attimo
che sia arte.