Pensiero e sentimento, Poesia

Una canzone che non esiste

É andata così,
vile, vile, vile che sono.
Lasciarti andare, vederti sempre più piccolo,
mentre rimango in silenzio.
Ma giuro che invece parlo, urlo, grido, scalpito
dentro di me, dove ribolle la lava.
E la rabbia e i rimorsi, quelli contro di te, quelli contro di te.

Chissà se fossimo due sconosciuti, chissà se ci fossimo mai messi a parlare.
Magari mi regaleresti nuovamente quello stupido fiore bianco,
e forse mi sposteresti ancora i capelli dal viso, chissà.
Ed io, stronza, probabilmente ti crederei di nuovo
e chissà se alla fine questo amore non si tramuterebbe sempre in dolore,
in una partenza, nella distanza.
Ed il silenzio che ritorna dentro le nostre urla.
E tu, io, i nostri abbracci sfumati in una coltre di sabbia.

Che cosa siamo noi, se non ricordi sbiaditi?
A che serviamo, amore? A che serviamo?
Siamo ormai delle foglie morte, rimasuglio di emozioni spente dalla pioggia torrenziale dei nostri ma.

E tutti quanti i perché, che come mura ci hanno bloccato il cammino.
E tu dove sei, adesso?
Ed io dove sono, adesso?
E scusami, scusami se le distanze sono incolmabili.
E scusami, scusami se non so dirti addio.
E scusami, scusami se ti ho ferito.

Ed è meglio così, che questa è solo una canzone che in realtà non esiste.

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Domenica

Ricordo che era aprile e io mi trovavo nella tua macchina, sul sedile del passeggero, mentre tu guidavi. Fuori pioveva e c’era ancora freddo: nessuna traccia della primavera in quel pomeriggio.
Mi eri venuto a prendere come sempre all’aeroporto, in una delle mie fughe del fine settimana, quando lo studio me lo permetteva. Non ero felice, e a dire il vero stavo per piangere, cosa che tu avevi capito subito. Per questo, sapevo benissimo che avevi acceso la radio per cominciare a canticchiare.
Tra una parola sbagliata e l’altra, le macchine che ci superavano a tutta velocità in autostrada e la pioggia che scendeva sempre più minacciosa, io scoppiai a piangere.
“Non so dove sto andando”, ti dissi.
“Stiamo andando a casa tua”, mi rispondesti.
Ti ho guardato come si guarda qualcuno quando non si ha voglia di scherzare, con una faccia tra l’ammaccato e lo stanco, perché ero stanca da morire.
“Non so dove sto andando. Non so se quello che sto facendo ha senso. Non so se sono su una strada che mi porterà da qualche parte e se da quest’altra parte, io vorrò starci”.
Stavo in silenzio, mentre Mika continuava a cantare felicemente dalla radio della tua macchina. Tu stavi in silenzio, serio e pensoso.
“Ok, mi sto zitta. Dopotutto, non ho il diritto di lamentarmi. Voglio dire, ho tutto: una famiglia solida, degli amici, dei soldi con cui pagare l’affitto e l’università e poi ho te.”
“E se hai tutte queste cose, perchè stai ancora piangendo?”.
Perchè stavo male? Perchè non potevo farmi andare bene tutte le cose che avevo, senza rovinarmi il momento? Perchè non potevo godermi il ritorno a casa con il mio ragazzo, quando invece dovevo sempre rovinare tutto?
“Portami a vedere il mare.”, gli dissi o forse lo supplicai o forse gliel’ordinai.
“Ma hai visto che tempo che c’è? Verrà giù un temporale.”
“Per favore, non è morto mai nessuno per un poco di pioggia, ma sento che io starò peggio senza il mare”.
Lui non disse no, lui non diceva mai no. Ricordo che al bivio sterzò per la spiaggia, parcheggiò la macchina proprio lì davanti, e scendemmo.
Ci coprimmo entrambi sotto l’ombrello e arrivammo a malapena a toccare la sabbia sempre più umida e calpestata dalle nostre scarpe da tennis. In quel momento, davanti al mare grigio che mescolava la sua fine con la linea dell’orizzonte, io mi sentii meglio.
Ti presi la mano, non dissi niente, ma tu avevi capito che ti stavo ringraziando con il cuore.
Poi la pioggia diventò sempre più incessante, e mentre l’ombrello divenne inutile per coprirci entrambi, ricordo che dicesti: “vedi che cose strane che mi fai sempre fare?”, ma ridevi. Ed io ridevo, e penso che non bastava altro.
Avevo 23 anni, ero tornata a casa per tornare a respirare, a respirare te.

Sono passati degli anni da quel momento, e stranamente mi sono svegliata così, questa mattina, con quel ricordo. Le tende sono ancora chiuse e le persiane abbassate, ma nel buio della stanza so che è ormai giorno.
Nel luogo in cui mi trovo adesso non c’è il mare, e in questo strano posto, non ci sei nemmeno tu. Questa domenica mi sono ritrovata a pensare a casa mia, a seguito del mio sogno. Sono ancora a letto che guardo il soffitto rigato dai sottili raggi del sole e quasi quasi mi immagino di stare nel letto della mia vecchia stanza, a casa dei miei. L’armadio bianco, la finestra sul mare, il peluche verde e quello bianco, i miei libri sopra la testa, tutti dettagli che mi erano chiari solo se chiudevo gli occhi.
Dopo colazione, ho deciso di alzarmi e fare due passi per scrollarmi un poco di malinconia di dosso. In questa città non ci sono i miei genitori, né i miei amici di sempre: l’unica cosa su cui contare, e che fosse familiare, sono i libri.
Allora mi preparo ed esco di casa tutta infagottata tra la sciarpa e il cappotto, fino a raggiungere la mia libreria preferita. Tocco alcuni volumi con la punta delle dita, specie quelli che avevano un significato importante per me, quelli che, al solo leggere il titolo, riuscivano a riscaldarmi il cuore.
Finché arrivo nel reparto che, più di tutti, mi fa sempre ritrovare la bambina che è in me; una bambina sui nove anni e con la coda che, come ogni domenica mattina, aspettava felicemente di pranzare a tavola, seduta in mezzo a sua madre e suo padre, in quella stanza con il tavolo davanti il mare.

Dopotutto, un modo per ritornare a casa lo si deve sempre trovare, perfino in una città senza mare; e perfino in questa città senza amare e senza amarti, io dovevo poter saziare la mia nostalgia.
Allora mi avvicino alla libreria, scelgo uno dei libri, lo prendo, lo apro e comincio a leggere. Magicamente, ero di nuovo a casa mia, avvolta dalla coperta azzurra e morbida, con la tazza di tè accanto. Concentrandomi, potevo anche sentire mia madre che ci richiamava a tavola per il pranzo, mentre mio padre stappava il vino.
Con quel libro in mano, e i ricordi vividi in testa, i miei trent’anni erano lontani anni luce, lasciando il posto a quella signorinella ancora la coda, che non sapeva ancora cosa fosse il dolore. E allora eccomi, pronta, scattante, piena di vita in quel sogno-realtà ad alzarmi dal letto, a richiudere il mio libro di Harry Potter, riporlo nello scaffale insieme a tutti gli altri, per andare a tavola a mangiare.

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La barca

Come una barca che ha lasciato il porto e naviga su onde di rose. A volte spiega le vele, altre si rintana, raggomitolandosi in sé stessa nelle notti di luna piena.
Tuttavia, lei continua a viaggiare.

Pensiero e sentimento

Lettera al mare

Le ultime volte che sono tornata a casa, sono andata a guardare il mare quasi ogni giorno. Quasi ogni giorno alla stessa ora, o meglio, allo stesso momento: al tramonto. Arrivavo sempre un poco prima dello spettacolo, con in borsa i miei pensieri, la musica, un libro o un foglio su cui scrivere. E finalmente stavo bene.
Le ultime volte a casa sono andata costantemente a passeggiare sulle rive del mare, andandolo a trovare come se fosse un vecchio amico, un fratello, un amante. E non importa se si trattava di una giornata di pioggia o di quiete, d’estate o d’inverno, riusciva sempre a calmarmi e a ricordarmi che la bellezza esiste, senza essere soltanto una favoletta di tutti i sognatori.
Ed infine, il tramonto.
Distrattamente, altri nostalgici e pensatori come me, si soffermavano a guardarlo. Ogni giorno, in quel momento, l’aria si riempiva di tanti sospiri e pensieri che dal rosa, passavano all’arancione per poi sfumarsi nel silenzio della notte. Ed era così che mi congedavo da te, mio amato mare. Come Penelope che tornava sulla riva ogni giorno per dare la buonanotte a Ulisse. Anche io ti davo la buonanotte a ogni tramonto. Giacché preferivo farlo di persona, almeno finché potevo: finché la distanza e il freddo di una nuova città senza mare, non ci avrebbero divisi ancora una volta.

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Il punto sulla spiaggia

Oggi il cielo era meraviglioso.
Ero proprio lì, nel punto in cui quel giorno, con aria buffa, mi hai chiesto di andare a vivere insieme con la stessa facilità con cui si chiede alla propria ragazza se preferisce una margherita o una quattro stagioni.
E tu eri lì che mi guardavi inebetito mentre io scoppiavo a ridere come una matta.
Chissà che avranno pensato quei due che erano mano nella mano, vedendo un pazzo che mi chiedeva di convivere ed un’altra folle che accettava a suon di risate.
Se solo avessero saputo che genere di conversazione c’era in corso, saremmo stati il loro argomento di dialogo per i prossimi appuntamenti.
E quindi io stavo lì, sempre in quel punto in cui mi rotolavo sulla sabbia per le risate e dove poi correvo a piedi scalzi verso il mare; proprio nel momento in cui decidevi che quella doveva essere una gara a chi toccava prima l’acqua.
Che buffa la scena di noi due, poveri pazzi – pazzi d’amore – che tentavamo di sopportare il freddo di novembre in una corsa folle verso il bagnasciuga.
E ci vedo ancora, tu che prima di entrare in acqua cambi idea e torni indietro per frenarmi in un abbraccio, ma poi mi lasci e mi guardi.
Ed io che, ancora a distanza di anni, ripasso dallo stesso pezzettino di spiaggia e poso lo sguardo nel punto in cui, tante vite fa, c’eri tu; chiedendomi come sarebbe stata quella nostra casa e la nostra vita, insieme a tutte le altre scene folli a cui avrebbe assistito il mondo che, fino ad allora, calpestavamo insieme…
Se solo il tempo non avesse deciso di portarti via.

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La finestra

Il mio nome è Penelope e vivo davanti al mare.
La mia casa è modesta, sebbene sia la più grande della città; con le pareti in pietra e le finestre di legno.
La mia camera da letto si affaccia sugli scogli; distesa posso vedere la linea dell’orizzonte cambiare colore durante il giorno.
Da quella finestra mi affaccio sul mondo; da lì mi raggiungono il rumore delle onde, le risa dei bambini che corrono all’imbrunire e le poesie d’amore degli amanti separati dal destino.
Posso udire i suoni delle genti; i canti delle sirene e le promesse lasciate a metà.
Attraverso vi si estende quell’immenso tetto di color cangiante che copre tutti e che di notte ravviva i pensieri più nostalgici con il suo tappeto di stelle luminose.
Il mio piccolo mondo è tutto racchiuso in quella fessura che finisce con un arco di pietra e dalle imposte un po’ rovinate dalla salsedine che sbattono nei giorni di vento. La mia vita si basa su quelle immagini, come me, sempre uguali e diverse; fatte da tanti personaggi che sembrano puntini e che spariscono dopo aver danzato tra quelle case, tra quegli alberi, tra quegli scogli all’estremità della spiaggia oppure che si sono dileguati, puntando l’orizzonte.
Col mio cavalletto dipingo le onde e con il mio telaio le incido sul tessuto per poi disfarle sul far dell’alba, mentre una coperta color fuoco si arrampica sul mio corpo svestito.
E così aspetto. 
Aspetto mentre la notte si sostituisce al giorno e mentre il sole cede il passo alla luna. 
Aspetto quando vedo i bambini superare in velocità i loro nonni che faticano a stargli dietro, tenendoli per mano.
Aspetto mentre coppie di innamorati passeggiano abbracciati avvolti dal rosso della sera e aspetto ancora quando ascolto le serenate dedicatemi dai viandanti di strada, ma che non riescono ad arrivarmi al cuore. Non mi fermo e non cedo durante il freddo dell’inverno, né con il caldo nelle sere d’estate.
Aspetto quel canto che proviene dal mare e che ogni giorno ed ogni mese ed ogni anno mi ritrova sempre diversa ed uguale allo stesso tempo; aspetto mentre quel boato di tuoni anticipa un temporale e continuo ad aspettare quando tutto si rischiara ed i gabbiani riportano echi di messaggi lontani. Aspetto mentre le navi all’orizzonte si avvicinano, senza mai fermarsi e sempre così facendo 
aspetto, 
ti aspetto 
e mi aspetto 
che in ogni nave, in ogni canto, in ogni eco di promesse perdute e non infrante, finalmente ci possa essere tu.