Racconti, Racconti & Poesie

Il bambino

Tu che urli non mi fai paura; colgo l’essenziale da tutto quell’urgano di energia e parole.
Ti senti solo, incompreso, vittima. Vuoi vincere, vuoi sempre vincere, come vincevi da bambino tra le braccia di tua madre.
Ancora che ti alzi e aumenti il tono della voce. Ancora che mi riempi di improperi, di parole pesanti come mattoni lanciati in faccia, di nomi che non mi si addicono. Forse era così che venivi trattato, forse era così che ti sentivi: intendo, colpito da tanti mattoni in piena faccia e sommerso da parole che non si addicevano nemmeno a te.
Lo vedo che mi vuoi ancora qui. Lo vedo che se te ne vai, vuoi che ti venga a prendere. Lo sento che vai a rintanarti su un trono, ormai malamente illuminato dai riflettori. Non sei più sulle gambe di tua nonna che ti cullava, non c’è più tuo padre che, dopo averti sgridato, ti si sedeva accanto. Adesso il trono è scarno, ma per il tuo orgoglio quella fioca luce che ti illumina la corona sbilenca è tutto, è tanto, anche più di me.
E quindi se mi urli e scambi il mio nome con Elena; e quindi se mi pesti con le parole e con gli occhi, io non muovo una foglia.
Non mi tocchi, non mi scalfisci, non mi ferisci nemmeno un pò.
Per tanti anni sono partita alla ricerca di me stessa, in un lungo viaggio fatto di spiagge deserte, mari in tempesta e prati meravigliosi devastati di colpo da piogge torrenziali. Ma bene o male, nel deserto, tra le tormente e in mezzo al mare mi sono trovata. Io stessa sono stata la mia compagna di avventure, dandomi così il doppio della forza per arrivare qui ad affermare il mio nome.
Io non sono Elena, che nel viaggio ho potuto conoscere, riuscendo così a vedere chiaramente che non mi somiglia. Il mio mestiere non è essere infermiera, né essere tua madre e neppure il sacco da boxe che serve a farti sfogare senza fiatare. Io sono una donna che è nata libera, in un mondo dove la mia voce valeva quanto quella di un uomo. Sono un’artista: vivo di musica, di colori e di poesia. E non è la rabbia a muovermi, perché mi hanno insegnato a trasformare tutta l’energia in passione.
I miei sentimenti ondeggiano in una danza che si muove giù e su, e in questi alti e bassi ho imparato a riconoscere la vita. So aspettare la fine della tempesta, ma fintantoché essa perdura e bagna tutto, cerco riparo senza piangere, immobile. Allora vago e corro sicura; ed anche se, per la maggior parte delle volte, non so nemmeno io dove sto andando, sono comunque spinta dalla certezza che ciò che cerco, mi troverà.
Non ho paura a lasciare andare, non ho bisogno di inseguire. Non ho bisogno di accendere i riflettori sul tuo trono per totale venerazione.
Tempo fa, ho dovuto spengere le luci superflue sul mio di trono e l’ho abbandonato lì, sulla punta di un’altissima montagna innevata. Discesa fino alle pendici, il mio viaggio era cominciato, aiutandomi con l’unica luce che mi ero tenuta: quella semplice torcia che mio nonno utilizzava per vederci meglio.
Adesso sono qui, che penso a tutto questo mentre tu stai ancora parlando ad alta voce: ed io ti vedo, ma non ti sento. Immagino di vedere uscire dal tuo petto un bambino di sette anni che piange e che vorrebbe solo giocare. Parlerò con lui del senso di inferiorità che lo fa sentire in ombra rispetto ai suoi compagni o ai suoi fratelli e gli ricorderò che nella vita bisogna essere il più sé stessi possibile per far sì che tutto venga naturale e per dare il meglio: “Perchè, amore, nessun altro potrebbe essere te, meglio di come puoi esserlo tu”.  A quel punto lo abbraccerò, ma soltanto dopo che sarà sceso dal suo trono illuminato dalle attenzioni della madre e sarà venuto da me; insieme mangeremo pane e cioccolato, accoccolati mentre ci guardiamo un cartone animato al calduccio di una coperta. Probabilmente per quel momento, anche io avrò di nuovo sette anni, e godrò della presenza del mio migliore compagno.
Dopo di ciò congederò quel bimbo che ha i tuoi stessi occhi ardenti e lo vedrò rientrare nel tuo petto. A quel punto anche io avrò ripreso le sembianze di una donna, dove ogni ruga è una medaglia all’esperienza.
Come una fiamma che si irradia dal suo centro, vedrò da fuori i suoi influssi che si spargeranno per tutto il tuo corpo, arrivando alla testa e calmandoti la lingua.
Tu mi guarderai, ti fermerai ed io rimarrò lì semplicemente ad aspettare: ad aspettare che l’uomo che sei, faccia parlare quel bimbo che voleva un semplice abbraccio che lo facesse sentire al sicuro.
Ed ecco che qualcosa l’ho pure imparata in questa vita: anche io vivo in alto, anche se poi scendo giù, poi riprendo la rincorsa per risalire e dopo ancora giù.
Eppure, in questo parco giochi variopinto e in balia dei venti, devo lasciare il superfluo, come i tuoi monologhi di mattoni. Mi scosto un poco e quelli che ho raccolto tra le braccia, li lascio cadere nel vuoto, in modo che possa rimanere leggera. É questo il mio segreto per volare, è questo lo zaino che non mi porto più dietro, perché soltanto così posso raggiungere il cielo, più in alto che posso e portarti con me.
E allora ti guardo, mentre le tue parole, lo ripeto, io non le ascolto; quelle tue tante parole che poi alla fine vogliono dire l’unica cosa che davvero sento: “Amami”.
E lo farò.

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Poesia, Racconti & Poesie

Tutte le parole che non trovo

Tutte le parole che non trovo sono da qualche parte in un punto della mia lingua; sono nate dal cuore e si sono depositate proprio lì, a un passo dalle labbra.
Tutte le parole che non trovo sento che si trovano da qualche parte nella testa, in un cassetto dentro un cassetto, dentro un armadio chiuso a chiave e coperto da un telo bianco.
Alcune delle parole che non trovo, sono venute fuori in un certo momento dalla punta della mia mano: sono atterrate su un foglio bianco che è stato ripiegato e ricordo che terminavano in rima.
Quelle parole che non trovo e che erano volate via, si trovavano da qualche parte su di una panchina che sapeva di salsedine e tramonti; e l’ultima volta che ci sono passata, già non c’erano più.
Tutte le parole che non trovo, e che dovevano arrivare alle tue orecchie, per raggiungere qualche parte del tuo di cuore o della tua testa, ero convinta che adesso si trovassero in mezzo al mare.  A quest’ora il vento doveva averle spinte lontano, togliendole a me, perché io ne sono rimasta senza.
Eppure le mie di parole, quelle che non posso più trovare, so che hanno trovato loro il modo per arrivare a te. E lo hanno fatto tramite queste pagine, tatuate sulla pelle di questo foglio, che in un giorno ventoso è venuto a poggiarsi nuovamente su quella panchina di salsedine dove hai deciso sederti ancora.

Pensiero e sentimento, Racconti & Poesie

Le forbici

Piccolina,
se questa persona si volta male nei tuoi riguardi, non ti ama.
Se si ostina a non parlarti per tre giorni, non ti ama.
Se è dolce un giorno, ma ti tiene il broncio al primo nonnulla, non ti ama.
Se ti limita nelle azioni e nel pensiero, non ti ama.
Lui è un compagno: ti dovrebbe “accompagnare”, dandoti quella dannata mano, e non menarti verbalmente, psicologicamente o chissà magari fisicamente, con quella stessa mano che ti toglie a suo piacimento.
Tesoro, hai 18 anni, la vita è un uragano di colori e libertà: è fatta di ferite, di lezioni apprese, di cose da perdere e altre da trovare.
Se quella persona -che tanto dice di amarti- ti minaccia che sarai tu a perdere lui, non ti ama.
Se quella persona -che tanto dice di tenerti sul palmo della mano- ti toglie il sonno, la fame, l’aria e la tranquillità solo perchè hai salutato un tuo amico, non ti ama.
Se quella persona fa la vittima, ti dice che fai schifo, ma poi ti abbraccia, non farà altro che decidere quale sarà il tuo prossimo umore in base al suo, ma fidati che nemmeno quello è amore.
É una persona malata che ti trascinerà in questo vortice di follie; modificherà la tua bella testolina e spegnerà il tuo sorriso e i tuoi sogni, uno ad uno.
Ti farà ritrovare sola, farà in modo di essere lui tutto il tuo mondo e quando non gli andrà, sparirà dalla tua vista, così perchè quel giorno si sarà svegliato male.
Asciugati quella lacrima, cucciola mia, che sei libera se te ne accorgi – e poi ti puoi anche arrabbiare tantissimo- pensando che il  filo che ti lega non è fatto di amore, ma è pura violenza. Arrabbiati e taglialo con tutta la forza che hai, perché lo sai che succederà?
Se, infine, un giorno vorrai prendere il volo, seguire il tuo percorso – specie in tempi come questi in cui il trovare lavoro spesso coincide con il lasciare la tua cameretta lontano da Stoccolma-, fallo: l’amore non sta negli occhi.
E se te ne vai e continui a sentire il calore nel cuore, ma tornando trovi la casa vuota: tranquilla piccolina, sei stata coraggiosa e quella persona -che non ti amava- ha fatto l’unica cosa buona per te: lasciarti andare.
Ecco le forbici, ora sta a te tagliare.

Poesia, Racconti & Poesie

L’effetto della calamita

Dentro i “come stai?”  si cela l’affetto.
Nei sorrisi, nei discorsi e negli sguardi.
Nella complicità del cercarsi,
nella facilità del trovarsi.
L’affetto è l’effetto della calamita.
L’attrazione che unisce due corpi.
Un ponte fatto di parole e abbracci dal calore intramontabile.

Racconti, Racconti & Poesie

Davanti al mare

Profumo di gelsomini in un giorno di maggio.
Rumore di tacchi e dei primi ventagli che sventolano.
Voci di bambini al di fuori del silenzio della grande chiesa e una moltitudine di persone dai volti conosciuti, in attesa.
E allora arrivi tu, che saluti tutti quanti, tremando e sorridendo insieme e ti dirigi subito verso il prato, superando lateralmente le file di sedie bianche immerse tra i fiori.
Il prato è umido, eppure il sole delle cinque lo riscalda delicatamente mentre viene pettinato da un venticello leggero.
Sei nervoso, ma vuoi dissimulare: dopotutto fai cose ben più “difficili” nella vita, tu che usi il sorriso per dare forza agli altri, questa volta ti servirà per darla a te stesso.
Eppure l’odore della salsedine lì vicino ti calma; anzi, quando senti che la tachicardia ti annebbia i sensi, spingi tutto il tuo corpo ad abbracciare la presenza del mare. Arrivi perfino a sentire il debole rumore delle onde che si infrangono sullo scoglio al di sotto del prato, ed è lì che pensi a me.
Continui a salutare gli altri ospiti: vedi tua madre e tuo padre prendere posto, guardi il tuo migliore amico che ti abbraccia e ne rimani ancor più confortato. Il suo sguardo, come quello di tua madre seduta davanti a te, sono sempre stati il metro di giudizio per capire la validità di una tua scelta e, vista la loro espressione serena, quella doveva essere proprio la scelta giusta.
L’orchestra accorda i violini e vedi come l’arpista sistema accanto a sé il suo strumento degli angeli. Allora ridi tra te e te: “immagina se ci fosse un ukulele”, ed ecco che ancora una volta ripensi a me, sentendoti meglio.
Ed io intanto sono lontana. Immagino ad occhi chiusi i preparativi attorno a quell’archetto fiorito sul prato della chiesa che si affaccia sul mare, mentre vestita di bianco, sono attorniata dalle mie amiche di una vita e da mia madre, che ancora hanno la stessa espressione incredula di quel lontano giorno in cui dissi loro che avevo finalmente incontrato qualcuno.
Entro in macchina e, per una volta, accorciare le distanze non è stato mai così facile. Come una calamita venivo attratta dal mare, dallo stesso mare che ogni volta mi riportava da te.
Mille pensieri, le chiacchiere felici di mia madre, il velo ovunque, tutti dettagli che resero fin troppo breve quel tragitto che ci riuniva. Eppure io non ero tranquilla, tanto che per calmarmi, provavo a pensarti, ripercorrendo i lineamenti del tuo viso e ripensando a quel modo dolce con cui i tuoi occhi mi hanno detto che avrebbero sposato i miei. E questo accadde ancora prima di conoscerci, ancora prima di innamorarci: accadde che i tuoi occhi mi parlarono per caso in una sera qualsiasi di dicembre, quando ti incontrai nel mezzo di facce conosciute, in un grattacielo di Manhattan.
L’autista si ferma davanti alla chiesa, ed io, che per distrarmi, cerco di paragonare il valzer che sentivo nello stomaco, a quello provato altre volte nella mia vita: per la mia laurea, ad esempio, o per qualche altro evento nel quale io avrei dovuto parlare in pubblico e da quel momento sarebbe cambiata la mia vita.
Mia madre aveva già l’occhio lucido, come le mie amiche – che però lo dissimulavano meglio-.
Comincio a salire la scalinata della chiesa e proprio tra il primo e il secondo gradino dell’entrata, il pensiero del nostro primo litigio mi sferzò un colpo allo stomaco talmente forte da confondermi e da farmi allentare il passo. Quei problemi gonfiati a dismisura da parole e paranoie,  riuscirono a rovinare i nostri giorni di pace. E subito ecco il secondo colpo sulla milza, il litigio del 13 marzo: noi trentenni a litigare per incomprensioni nemmeno degne dei diciottenni; io che volevo farti capire le mie ragioni e tu che andavi somigliando sempre più a un sordo muro.
Un altro colpo: la tua improvvisa gelosia in quella sera di luglio ed io che ridevo, per quanto te la stessi prendendo ingiustamente per una cosa mai esistita.
La mia amica nota qualcosa dal mio viso e mi prende a braccetto: “Se hai una guerra in corso nella tua testa, vedi di scoprire chi è il vincitore prima della fine di questa scalinata”.
Un vincitore? Un vincitore significava andare avanti o scappare per sempre; significava dare peso ai momenti negativi, ai difetti, alle situazioni scomode come se non ci fosse una soluzione dettata dagli anni, dalla maturità e dall’amore. Oppure significava far prevalere la speranza che quei momenti negativi sarebbero arrivati e se ne sarebbero andati subito: significava terminare la scalinata, sorridere a tutti, sorridere a lui, e fare un passo a cui non avrei più potuto porre rimedio e solo per fiducia nell’amore.
Allora la mia amica continua con quello che risulta essere uno dei discorsi più profondi e anche più brevi della sua vita probabilmente, peraltro sussurrati piano al mio orecchio nascosto dal velo: ” qualunque sia il vincitore della tua battaglia interiore, non avere paura di declamarlo. Non è ancora troppo tardi”.

A quelle parole mi venne in mente uno degli ultimi litigi che abbiamo avuto proprio pochi giorni prima che mi chiedesse di sposarlo. Quella sera mi disse che era ovvio che gli andasse bene che io progredissi nella vita e sopratutto nel lavoro; accettava anche che avessi molti amici uomini e che molte delle persone con cui avevo a che fare nell’ambito lavorativo erano di sesso maschile. Accettava la mia apertura verso il mondo e il mio voler aiutare anche gli sconosciuti. Nonostante ciò, vi era un punto che gli veniva difficile dominare: le partenze. Quando in lui si è sviluppato un amore maturo nei miei confronti, io ero una giovane curatrice in erba che viaggiava non solo per amore dell’arte, ma anche per crescita professionale e personale. Nel mio ambito, conoscere luoghi, culture, persone è fondamentale come leggere libri e giornali. I viaggi, le partenze, gli aerei che ci hanno divisi tante volte, avrebbero continuato ad esistere, seppure con un anello al dito che ci avrebbe legato ancora più fortemente, insieme a quell’amore con cui abbiamo combattuto il tempo e i chilometri.
Così io gli ho spiegato che la mia personalità, la mia voglia di fare e la buona riuscita della mia carriera, si basavano su quei viaggi e sulla libertà di affrontarli a mente serena e sentendomi supportata. Io sarei stata una farfalla dalle ali tarpate senza di essi e lo sarei stata anche senza la mia spontaneità, e sicuramente non sarei stata la ragazza che lui diceva di volere accanto a sé per tutta la vita.
Dormimmo separati quella notte: non ci dividevano paesi, né città, ma due case. Infatti lui tornò a dormire dai suoi genitori dopo aver digerito il mio discorso del “o così o in nessun modo” davanti a una birra e una giuria di amici.
Quella notte dormii malissimo e non perché non ero più abituata a non sentire il suo profumo nel letto accanto a me, ma perché quel silenzio e quella stanza più vuota del solito mi diedero modo di pensare a tutte le ombre che io avrei dovuto accettare di lui, in una nostra vita insieme.
Nonostante tutto, la decisione maturata proprio prima di addormentarmi fu la seguente: sentivo che avrei potuto anche accettare le sue parti negative, purché fossero superate in numero dalle sue parti positive, purché fossimo disposti entrambi a venirci incontro e ancora purché entrambe le sue parti negative e positive portassero lui -in anima e corpo- di nuovo accanto a me. Dunque vi erano ben tre e massicci purché in questa scelta, ma dopotutto stare insieme non si è mai trattato di una passeggiata.
Catastrofica come sono, presi sonno poche ore prima per svegliarmi alle 8 e organizzare subito il successivo viaggio di lavoro per Vienna: consideravo già che mi sarei fatta forza partendo e andandomene, nel caso in cui lui mi avesse lasciata. Dopotutto è così che facevo ogni volta a vent’anni.
E in quel momento il telefono squillò: era lui.
“Prima che tu dica qualcosa” dissi io senza dargli modo di parlare “vorrei dirti che…”
Ma lui mi raggelò con un glaciale “Dobbiamo parlare”. E siccome i discorsi seri arrivano sempre nei giorni più complicati, a condire il tutto c’era il fatto che quella sera saremmo dovuti andare a un concerto: un concerto che si trovava pure in un’altra città, una città che a sua volta era da qualche parte fuori dall’Italia, in un punto che tutti chiamano Inghilterra.
Quindi con il mal di pancia che di botto prese a strozzare le parole, riuscii solo a chiedere in modo confuso: “E il concerto? E il volo per Londra?”. “Vediamoci dopo pranzo in aeroporto, stacco da lavoro e vengo direttamente lì”, la sua sintetica risposta inversamente proporzionale alla mia ansia in fermento.
Mi vuole lasciare durante il viaggio per Londra. No, mi vuole lasciare durante il concerto dei Coldplay a Londra. No, meglio! Vuole lasciarmi dopo il concerto, al ritorno da Londra, sempre su uno dei miei dannati aerei per rimarcare e sottolineare il fatto che non può tollerare la mia vita. Va bene, io non mi tiro indietro, che me le dica in faccia queste cose, ed io sarò impassibile. Riderò mentre sorseggerò la Coca-Cola che vendono a ben 5 euro sui voli che chiamano low-cost e sarò tranquilla. Dentro sappiamo tutti che morirò, ma cascasse il mondo, non gli darò mai questo sazio.
E questo fu un assaggio di quel flusso di coscienza che ebbi dopo il suo semplice “dobbiamo parlare” delle 8 e 15 e due secondi di un mattino “ansiogeno”.
Ed eccomi all’aeroporto, mentre lui era già seduto davanti al gate per London- Stansted. Immaginavo di vederlo con quella faccia livida, tipica delle migliori litigate in termini di serietà. Mi avvicino, poso la valigia per terra, lo guardo e lui si alza e mi stringe fortissimo tra le braccia. Io tremavo, perché non capivo il significato di quella reazione: “forse, da signore, vuole lasciarmi in quel modo prima di partire. Forse così la decisione sarà solo mia: se salire sull’aereo insieme a lui, oppure no”, di nuovo il mio flusso di coscienza che continuava a perdere incontrollato dalla mia testa come un lavandino che gocciola.
“Sei pronta per il viaggio?”, mi disse con un sorriso e un bacio in testa.
Ed io non sapevo più se stavo parlando con dottor Jekyll o con mister Hyde in quel momento; sapevo soltanto che decisi di non aprire bocca sul fatto di lasciarsi, visto che la decisione in quel caso sarebbe stata solo sua.
Il volo andò stranamente benissimo: anche la Coca-Cola venne abbassata di prezzo alla quasi-modica cifra di 3 euro e 50. Lui mi parlava della sua giornata, di quanto non si ricordasse che il letto a casa dei suoi genitori fosse piccolo e di come Filippo, il suo migliore amico, si fosse invaghito della sua personal trainer. Io ridevo come sempre alle sue parole e per come raccontava ogni cosa con quell’ironia sagace e dolce allo stesso tempo, ma frenavo le grandi risate scaturite anche dal mio cuore, proprio perché non avevo dimenticato che di colpo sarebbe scoppiata la bomba.
Ma intanto il concerto si avvicinava e lui non mi lasciava. A quel punto, mentre eravamo in fila per entrare, fui io a prendere l’argomento stanca di quella tensione: “Senti, a proposito della discussione che abbiamo avuto…”. Lui mi zittì, “non è il momento” mi disse.
Ed ecco che cominciai ad andare internamente in escandescenze, pensando che mi avrebbe davvero lasciata durante il concerto e che io avrei odiato i Coldplay per tutta la mia vita. Cercai di insistere, e vedendomi triste, lui mi serrò in un abbraccio che durò fino all’entrata di Chris Martin sul palco.
Io decisi di acquietarmi e godermi quel momento… come se fosse stato il mio ultimo momento di puro amore con lui.
E allora fu che, a quasi fine concerto, cominciò Fix you, e tutta la platea era diventata un firmamento di stelle luminose, per via degli accendini e dei cellulari accesi in aria.
Lui mi si avvicinò, prendendomi da dietro e cominciando a cantare la canzone sussurrandomela dolcemente all’orecchio, mentre Chris Martin la cantava a entrambi. E al secondo ritornello, sentii che aveva cambiato le parole, anzi, che non stava più seguendo il concerto, che mi stava parlando. “Vuoi sposarmi?” disse piano, talmente piano che io davvero non lo capii. “Eh?”, dissi mentre mi girai verso di lui. E intanto lui si staccò, e indietreggiando, prese una scatoletta dalla tasca dei jeans. “Vuoi sposarmi?”, mi chiese ancora, adesso con un tono più forte ed in viso visibilmente emozionato. Avrei avuto bisogno che qualcuno mi avesse dato un pizzicotto, ero come bloccata dall’emozione di una scena che non mi sarei mai aspettata, specialmente in quel modo. Allora lo vidi inginocchiarsi davanti a me, tra la folla che a quel punto istintivamente gli fece spazio: in mano la scatoletta aperta, dentro c’era il mio anello.
Io piansi: Chris Martin cantava, lui si rialzò subito per avvicinarsi a me ed io vedevo tutto annebbiato tra le lacrime e i sorrisi. Mi strinse nuovamente, mi baciò e fece silenzio. Dopo poco: “Ma se non vuoi, non c’è bisogno di reagire così, basta dire no…”, disse con quell’ironia che di lui amavo. Lo guardai,  i suoi occhi parlavano più di lui, rimisi in sesto il mio viso assumendo una vaga aria da furbetta -poco convincente-, infilai l’anello al dito, gli gettai le braccia al collo e all’ultimo “fix you” cantato dai Coldplay, dissi sì.
“Questa sei tu e voglio che non cambi per nessuno né tantomeno per me. Proprio perché la nostra storia non è facile, vuol dire che è qualcosa di speciale da coltivare, è una sfida che accettiamo insieme che siamo così diversi, ma anche così testardamente uguali. E se anche il lavoro ci porterà ad allontanarci a periodi alterni, non siamo novellini in questo: voglio che tu ti realizzi come persona, come donna e come professionista. Voglio che tu sia felice e soddisfatta, senza che sia io a frenarti in qualcosa. Voglio che tu sia mia moglie e voglio che come moglie, donna e professionista tu sia intraprendente, spontanea, buona e ingenuamente bella come sei. Voglio che rimanga la mia migliore amica e la mia complice, perché se mai dovessimo lasciarci e io dovessi trovare qualcun’altra con queste caratteristiche, non sarebbe lo stesso: perché io non voglio una come te, io voglio te.
Ho più desiderio di starti accanto, nonostante i nostri momenti no, che vederci dividere ancora e per sempre da aerei e altri finti amori. E dunque, mia cara, questo è il mio verdetto”. Il suo verdetto, detto tutto di un fiato con il cuore in mano sulle rive del Tamigi alla fine del concerto di una delle mie band preferite, nella mia amata Londra.

Strano da dirsi, ma tutto il film che è passato davanti ai miei occhi è durato il tempo di salire tutte le 32 scale della chiesa.
Mi fermo davanti la grande porta della navata centrale, la supero e mi dirigo verso il passaggio per arrivare al giardino. Ecco che a quel punto mia madre lascia il posto a mio padre che mi prende a braccetto.
Le mie amiche, ancora ignare su chi avesse vinto la guerra dentro di me, si erano indirizzate già verso l’arco fiorito, con il prete che guardava nella mia direzione.
Entro nel giardino e cominciano a suonare i violini.
Inconsciamente avevo scelto il vincitore di quella ennesima guerra che non era nemmeno stata la prima, solo che io ancora non lo sapevo. Raggiungo il centro delle sedie, sentendo il cuore che impazziva in gola: forse volevo scappare o forse volevo continuare, ma ecco quello che successe.
Lo vidi, vidi lui che spuntava da dietro le sedie, accanto al suo testimone. Lo vidi con quel fiore nel taschino e vidi i suoi occhi che si illuminarono, come se non mi vedesse da una vita, come se non volesse vedere altro nella sua vita. Cominciò a suonare l’arpa ed io mossi il primo passo a ritmo della marcia nuziale, con mio padre accanto che sorrideva anche lui, per frenare la commozione.
Ed eccomi lì: che con lo sguardo fisso su di lui, con il nostro mare che gli faceva da sfondo, io lo stavo sposando con tutto il mio cuore.
Percorsi tutta quella bucolica navata centrale direzione onde, scorgendo rapidamente i sorrisi dei miei cari, felici e che ci hanno sempre considerato come gli eterni innamorati ondivaghi di una storia d’amore lunga molti viaggi.
Arrivo all’altare, posto davanti al mare per noi e lui mi alza il velo, sorridendomi finalmente sicuro e fiducioso.

E fu in quel modo che il filo rosso che ci ha legati fino ad allora si trasformò in due anelli; e su di essi la nostra unione, lungamente voluta dal destino, venne incisa in un giorno di maggio, nel mezzo del giardino profumato della ormai nostra chiesa davanti al mare.

Poesia, Racconti & Poesie

Senza se e senza ma

Non so scrivere una poesia senza se e senza ma,
dato che senza incertezza non mi vengono le parole:
quelle giuste,
quelle potenti,
che racchiudono pensieri infinitesimali come un punto.
Non so scrivere una poesia senza ma e senza se,
perchè senza la sofferenza, non creo nessuna arte.
Non so scrivere una poesia senza dubbi per il futuro
o per un ipotetico passato;
su di te
e su te e un’ipotetica me, insieme a te.
Non so scrivere una poesia senza ma e senza se,
in quanto non so scrivere una poesia in cui tu non ci sia;
tu che dimori nella mia testa a braccetto con le spine.
E dunque non so scrivere una poesia,
al di là dei ma e dei se,
-e questo ormai lo sappiamo-,
eppure rimango con il dubbio che,
tolti quei tanti se e i miliardi di ma,
magari la poesia migliore da comporre,
l’avremmo potuta scrivere insieme, nel fare l’amore questa notte .

Pensiero e sentimento

Scrittura automatica di fine inverno

Come una musica di un pianoforte che forma una scia di ghirigori e foglie nel suo viaggio tra i tetti fumanti delle case nell’inverno del nord.
E rapisce i miei pensieri, portandoli in sella verso una meta indefinita.
La malinconia non è altro che un metodo alternativo per conoscere il mondo.
La malinconia è e non è.
Presenza e assenza insieme.
Una musica che tocca lo spirito come fa una mano sul cuore ed ecco che l’anima sussulta e sorride.
L’amarezza non esiste, le note sono l’acqua che spegne il fuoco.
Il vento mi sospinge sempre più in là: più in là del mio letto, della mia stanza, della mia casa. E le città e tutte le luci di persone che corrono e si fermano e guardano il cielo.
Siamo fragili e forti: abbiamo ali e non le abbiamo. Abbiamo la capacità di trasformare la solitudine in un viaggio a cavalcioni di una scia di nuvole.
Ci riconosce solo chi sa volare.
Ci prende solo chi ha fermato la sua corsa, perchè arrivato alla meta.
E seppure la meta non ha ancora un nome, un volto o una definizione, ci consola solo il fatto che essa esiste e che io sto volando nel cielo pieno di stelle per raggiungerla, in attesa della sorpresa finale.
Questo viaggio si concluderà con un inizio. Supererò le strade ghiacciate e le notti gelide, supererò i campi congelati e le persone tristi.
Supererò la superficialità di attimi che fanno male; supererò il mio modo negativo di vedere che me li mostra neri.
Mi accosterò alla positività, mi terrò per mano, continuerò a guidarmi
e soltanto alla fine, soltanto all’ultimo passo,
all’ultimo colpo d’ali,
all’ultimo momento
finalmente  mi riposerò
nell’unico modo in cui da quel momento potrò fare:

con te accanto.

Pensieri della sera che magari non parlano sempre di amore, Racconti & Poesie

Tra le strade del caos di vivere

Cammino, cammino.
Dove vado? Non lo so.
Ho una direzione che sfugge,
una rotta che si modifica ad ogni secondo
e pensieri contrastanti.
Corro corro, aspetta che mi fermo.
Vedo una luce e la seguo
e lei mi conduce verso il buio:
accidenti alla fiducia.
Dal buio alla penombra,
e il viaggio si fa più stancante.
Dalla valigia sembra essere andata via, quasi del tutto, la speranza
e intanto gli anni si sommano.
Mi sembra di girare intorno,
di perdere il ritmo,
di strisciare assetata di incognite.
Poi lo ritrovo, eccolo di nuovo un qualche ritmo nel mio modo di camminare,
anche se non ho idea di cosa io stia parlando.
Eppure sento che una regola in tutto questo viaggio ci sia.
Una cadenza che scandisce i momenti belli da quelli dolorosi,
una mano invisibile che mi conduce tra le vie affollate del caos.
E lo vedo davanti a me:
un groviglio di strade che danno su pontili e funivie.
La scelta, l’incognita, se prendere il ponte o seguire le rotaie.
Qualunque direzione scelga,
raggiungo lo stesso una collina
e intanto mi chiedo cosa sia la libertà.
La risalgo lentamente, nella valigia mi era rimasta ancora la volontà
e sotto i miei piedi la salita sembra trasformarsi in una montagna,
che poi diventa cascata
che poi diventa una grotta
e che mi ripara all’interno della bolla di un tramonto.
Al suo interno, inaspettatamente, trovo un’oasi verde e mi ci fermo per un pó:
un altro miraggio e allora riparto.
Ma questa volta non mi lascio scoraggiare,
avevo più bisogno di riposare che di non farlo.
Che sia la vita o un sogno, non so dire.
Io e la mia valigia tra le strade del caos di vivere.
E cammino, cammino.
Dove vado? Che ne so.
So solo che alla fine dei giorni sarò arrivata in un punto che adesso sconosco e a cui poco credo.
So soltanto che senza troppo pensarci, solo allora avrò capito di aver raggiunto la mia meta.

Pensiero e sentimento

Punti di vista

Ringrazio che tu non ti sia mai messo seriamente a scrivere un libro di poesie.
Un romanzo. Una storia: la nostra magari.
Hai reso più facile smontare il grande castello di carte dorate su cui si basava il tuo ricordo. Un pensiero continuo e costante, ma mediato dalla fantasia e che mi faceva sentire la tua mancanza anche quando non la sentivo davvero.
Tu, che non scrivevi poesie. Tu che non facevi ciò che dicevi.
Non è stato difficile avere momenti in cui potevo vederti per quel che realmente sei: e cioè quasi niente.
Il difficile è stato sempre costringere la mia mente a recuperare quei momenti di raziocinio per accantonare dalla mia testa una persona che in realtà non esiste.
Le tue lettere, le tue storie, le tue parole. Tutto finto, tutto inesistente.
E alla fine non eri tu a scrivere poesie, non eri tu a scrivere quel libro:
perché si sa… che quella che era capace di parlare d’Amore sono sempre stata soltanto io.

Poesia, Racconti & Poesie

Vent’anni

Ho amato
Perduto
Sofferto
Lottato contro la rabbia, le domande infinite, il ricordo e la nostalgia.
Poi successe che ho perdonato,
accantonato l’inutile,
ripreso a sorridere.
Ed allora ho scritto,
ho suonato,
camminato per città,
visto il mare.
Eppure pensavo di non poter mai dimenticare;
di non riuscire mai a vedere nessun altro.
Credevo di sapere tutto a vent’anni.
E poi un giorno mi svegliai;
la vita sembrava sempre la stessa.
Ma successe che, quel giorno, ti incontrai.
E no, non fu più la stessa.