Racconti, Racconti & Poesie

L’abbraccio

-Sì, bambina mia, è questa la loro storia: quando sta per arrivare la luna, il sole si va a nascondere dietro il mare.
-Ma perché? Allora non si vogliono bene?
-Certo e tanto. Vedi, loro lo sanno di volersi bene, ma è la vita che impone questa corsa.
-E allora non si vedono mai?
-Sì che si vedono. Devi sapere che, di tanto in tanto, il sole e la luna si incontrano in un punto del cielo e si abbracciano. Noi tutti aspettiamo con ansia che il sole abbracci la luna e quando accade, guardiamo il cielo e siamo felici. Pensa che abbiamo dato pure un nome al loro abbraccio e l’abbiamo chiamato eclissi.
-E perché siete felici?
-Perché sappiamo che in quel momento il sole e la luna sono contenti di riunirsi e di riposarsi insieme dopo tanto viaggiare per il cielo. Un poco come quando la sera torniamo a casa io e papà che non ci siamo visti per tutto il giorno e ci abbracciamo. Tu, amore, non sei felice quando la sera papà mi abbraccia?
-Sì, mamma!
-Ed è lo stesso quando guardiamo il sole e la luna incontrarsi nel cielo! Tutto chiaro adesso? Hai altri perché che vogliono uscire da quella bella testolina scura?
-Per ora no! Quindi mamma sicura che si abbracciano, prima o poi?
-Sì, amore, prima o poi si riabbracciano sempre.

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Racconti, Racconti & Poesie

Davanti al mare

Profumo di gelsomini in un giorno di maggio.
Rumore di tacchi e dei primi ventagli che sventolano.
Voci di bambini al di fuori del silenzio della grande chiesa e una moltitudine di persone dai volti conosciuti, in attesa.
E allora arrivi tu, che saluti tutti quanti, tremando e sorridendo insieme e ti dirigi subito verso il prato, superando lateralmente le file di sedie bianche immerse tra i fiori.
Il prato è umido, eppure il sole delle cinque lo riscalda delicatamente mentre viene pettinato da un venticello leggero.
Sei nervoso, ma vuoi dissimulare: dopotutto fai cose ben più “difficili” nella vita, tu che usi il sorriso per dare forza agli altri, questa volta ti servirà per darla a te stesso.
Eppure l’odore della salsedine lì vicino ti calma; anzi, quando senti che la tachicardia ti annebbia i sensi, spingi tutto il tuo corpo ad abbracciare la presenza del mare. Arrivi perfino a sentire il debole rumore delle onde che si infrangono sullo scoglio al di sotto del prato, ed è lì che pensi a me.
Continui a salutare gli altri ospiti: vedi tua madre e tuo padre prendere posto, guardi il tuo migliore amico che ti abbraccia e ne rimani ancor più confortato. Il suo sguardo, come quello di tua madre seduta davanti a te, sono sempre stati il metro di giudizio per capire la validità di una tua scelta e, vista la loro espressione serena, quella doveva essere proprio la scelta giusta.
L’orchestra accorda i violini e vedi come l’arpista sistema accanto a sé il suo strumento degli angeli. Allora ridi tra te e te: “immagina se ci fosse un ukulele”, ed ecco che ancora una volta ripensi a me, sentendoti meglio.
Ed io intanto sono lontana. Immagino ad occhi chiusi i preparativi attorno a quell’archetto fiorito sul prato della chiesa che si affaccia sul mare, mentre vestita di bianco, sono attorniata dalle mie amiche di una vita e da mia madre, che ancora hanno la stessa espressione incredula di quel lontano giorno in cui dissi loro che avevo finalmente incontrato qualcuno.
Entro in macchina e, per una volta, accorciare le distanze non è stato mai così facile. Come una calamita venivo attratta dal mare, dallo stesso mare che ogni volta mi riportava da te.
Mille pensieri, le chiacchiere felici di mia madre, il velo ovunque, tutti dettagli che resero fin troppo breve quel tragitto che ci riuniva. Eppure io non ero tranquilla, tanto che per calmarmi, provavo a pensarti, ripercorrendo i lineamenti del tuo viso e ripensando a quel modo dolce con cui i tuoi occhi mi hanno detto che avrebbero sposato i miei. E questo accadde ancora prima di conoscerci, ancora prima di innamorarci: accadde che i tuoi occhi mi parlarono per caso in una sera qualsiasi di dicembre, quando ti incontrai nel mezzo di facce conosciute, in un grattacielo di Manhattan.
L’autista si ferma davanti alla chiesa, ed io, che per distrarmi, cerco di paragonare il valzer che sentivo nello stomaco, a quello provato altre volte nella mia vita: per la mia laurea, ad esempio, o per qualche altro evento nel quale io avrei dovuto parlare in pubblico e da quel momento sarebbe cambiata la mia vita.
Mia madre aveva già l’occhio lucido, come le mie amiche – che però lo dissimulavano meglio-.
Comincio a salire la scalinata della chiesa e proprio tra il primo e il secondo gradino dell’entrata, il pensiero del nostro primo litigio mi sferzò un colpo allo stomaco talmente forte da confondermi e da farmi allentare il passo. Quei problemi gonfiati a dismisura da parole e paranoie,  riuscirono a rovinare i nostri giorni di pace. E subito ecco il secondo colpo sulla milza, il litigio del 13 marzo: noi trentenni a litigare per incomprensioni nemmeno degne dei diciottenni; io che volevo farti capire le mie ragioni e tu che andavi somigliando sempre più a un sordo muro.
Un altro colpo: la tua improvvisa gelosia in quella sera di luglio ed io che ridevo, per quanto te la stessi prendendo ingiustamente per una cosa mai esistita.
La mia amica nota qualcosa dal mio viso e mi prende a braccetto: “Se hai una guerra in corso nella tua testa, vedi di scoprire chi è il vincitore prima della fine di questa scalinata”.
Un vincitore? Un vincitore significava andare avanti o scappare per sempre; significava dare peso ai momenti negativi, ai difetti, alle situazioni scomode come se non ci fosse una soluzione dettata dagli anni, dalla maturità e dall’amore. Oppure significava far prevalere la speranza che quei momenti negativi sarebbero arrivati e se ne sarebbero andati subito: significava terminare la scalinata, sorridere a tutti, sorridere a lui, e fare un passo a cui non avrei più potuto porre rimedio e solo per fiducia nell’amore.
Allora la mia amica continua con quello che risulta essere uno dei discorsi più profondi e anche più brevi della sua vita probabilmente, peraltro sussurrati piano al mio orecchio nascosto dal velo: ” qualunque sia il vincitore della tua battaglia interiore, non avere paura di declamarlo. Non è ancora troppo tardi”.

A quelle parole mi venne in mente uno degli ultimi litigi che abbiamo avuto proprio pochi giorni prima che mi chiedesse di sposarlo. Quella sera mi disse che era ovvio che gli andasse bene che io progredissi nella vita e sopratutto nel lavoro; accettava anche che avessi molti amici uomini e che molte delle persone con cui avevo a che fare nell’ambito lavorativo erano di sesso maschile. Accettava la mia apertura verso il mondo e il mio voler aiutare anche gli sconosciuti. Nonostante ciò, vi era un punto che gli veniva difficile dominare: le partenze. Quando in lui si è sviluppato un amore maturo nei miei confronti, io ero una giovane curatrice in erba che viaggiava non solo per amore dell’arte, ma anche per crescita professionale e personale. Nel mio ambito, conoscere luoghi, culture, persone è fondamentale come leggere libri e giornali. I viaggi, le partenze, gli aerei che ci hanno divisi tante volte, avrebbero continuato ad esistere, seppure con un anello al dito che ci avrebbe legato ancora più fortemente, insieme a quell’amore con cui abbiamo combattuto il tempo e i chilometri.
Così io gli ho spiegato che la mia personalità, la mia voglia di fare e la buona riuscita della mia carriera, si basavano su quei viaggi e sulla libertà di affrontarli a mente serena e sentendomi supportata. Io sarei stata una farfalla dalle ali tarpate senza di essi e lo sarei stata anche senza la mia spontaneità, e sicuramente non sarei stata la ragazza che lui diceva di volere accanto a sé per tutta la vita.
Dormimmo separati quella notte: non ci dividevano paesi, né città, ma due case. Infatti lui tornò a dormire dai suoi genitori dopo aver digerito il mio discorso del “o così o in nessun modo” davanti a una birra e una giuria di amici.
Quella notte dormii malissimo e non perché non ero più abituata a non sentire il suo profumo nel letto accanto a me, ma perché quel silenzio e quella stanza più vuota del solito mi diedero modo di pensare a tutte le ombre che io avrei dovuto accettare di lui, in una nostra vita insieme.
Nonostante tutto, la decisione maturata proprio prima di addormentarmi fu la seguente: sentivo che avrei potuto anche accettare le sue parti negative, purché fossero superate in numero dalle sue parti positive, purché fossimo disposti entrambi a venirci incontro e ancora purché entrambe le sue parti negative e positive portassero lui -in anima e corpo- di nuovo accanto a me. Dunque vi erano ben tre e massicci purché in questa scelta, ma dopotutto stare insieme non si è mai trattato di una passeggiata.
Catastrofica come sono, presi sonno poche ore prima per svegliarmi alle 8 e organizzare subito il successivo viaggio di lavoro per Vienna: consideravo già che mi sarei fatta forza partendo e andandomene, nel caso in cui lui mi avesse lasciata. Dopotutto è così che facevo ogni volta a vent’anni.
E in quel momento il telefono squillò: era lui.
“Prima che tu dica qualcosa” dissi io senza dargli modo di parlare “vorrei dirti che…”
Ma lui mi raggelò con un glaciale “Dobbiamo parlare”. E siccome i discorsi seri arrivano sempre nei giorni più complicati, a condire il tutto c’era il fatto che quella sera saremmo dovuti andare a un concerto: un concerto che si trovava pure in un’altra città, una città che a sua volta era da qualche parte fuori dall’Italia, in un punto che tutti chiamano Inghilterra.
Quindi con il mal di pancia che di botto prese a strozzare le parole, riuscii solo a chiedere in modo confuso: “E il concerto? E il volo per Londra?”. “Vediamoci dopo pranzo in aeroporto, stacco da lavoro e vengo direttamente lì”, la sua sintetica risposta inversamente proporzionale alla mia ansia in fermento.
Mi vuole lasciare durante il viaggio per Londra. No, mi vuole lasciare durante il concerto dei Coldplay a Londra. No, meglio! Vuole lasciarmi dopo il concerto, al ritorno da Londra, sempre su uno dei miei dannati aerei per rimarcare e sottolineare il fatto che non può tollerare la mia vita. Va bene, io non mi tiro indietro, che me le dica in faccia queste cose, ed io sarò impassibile. Riderò mentre sorseggerò la Coca-Cola che vendono a ben 5 euro sui voli che chiamano low-cost e sarò tranquilla. Dentro sappiamo tutti che morirò, ma cascasse il mondo, non gli darò mai questo sazio.
E questo fu un assaggio di quel flusso di coscienza che ebbi dopo il suo semplice “dobbiamo parlare” delle 8 e 15 e due secondi di un mattino “ansiogeno”.
Ed eccomi all’aeroporto, mentre lui era già seduto davanti al gate per London- Stansted. Immaginavo di vederlo con quella faccia livida, tipica delle migliori litigate in termini di serietà. Mi avvicino, poso la valigia per terra, lo guardo e lui si alza e mi stringe fortissimo tra le braccia. Io tremavo, perché non capivo il significato di quella reazione: “forse, da signore, vuole lasciarmi in quel modo prima di partire. Forse così la decisione sarà solo mia: se salire sull’aereo insieme a lui, oppure no”, di nuovo il mio flusso di coscienza che continuava a perdere incontrollato dalla mia testa come un lavandino che gocciola.
“Sei pronta per il viaggio?”, mi disse con un sorriso e un bacio in testa.
Ed io non sapevo più se stavo parlando con dottor Jekyll o con mister Hyde in quel momento; sapevo soltanto che decisi di non aprire bocca sul fatto di lasciarsi, visto che la decisione in quel caso sarebbe stata solo sua.
Il volo andò stranamente benissimo: anche la Coca-Cola venne abbassata di prezzo alla quasi-modica cifra di 3 euro e 50. Lui mi parlava della sua giornata, di quanto non si ricordasse che il letto a casa dei suoi genitori fosse piccolo e di come Filippo, il suo migliore amico, si fosse invaghito della sua personal trainer. Io ridevo come sempre alle sue parole e per come raccontava ogni cosa con quell’ironia sagace e dolce allo stesso tempo, ma frenavo le grandi risate scaturite anche dal mio cuore, proprio perché non avevo dimenticato che di colpo sarebbe scoppiata la bomba.
Ma intanto il concerto si avvicinava e lui non mi lasciava. A quel punto, mentre eravamo in fila per entrare, fui io a prendere l’argomento stanca di quella tensione: “Senti, a proposito della discussione che abbiamo avuto…”. Lui mi zittì, “non è il momento” mi disse.
Ed ecco che cominciai ad andare internamente in escandescenze, pensando che mi avrebbe davvero lasciata durante il concerto e che io avrei odiato i Coldplay per tutta la mia vita. Cercai di insistere, e vedendomi triste, lui mi serrò in un abbraccio che durò fino all’entrata di Chris Martin sul palco.
Io decisi di acquietarmi e godermi quel momento… come se fosse stato il mio ultimo momento di puro amore con lui.
E allora fu che, a quasi fine concerto, cominciò Fix you, e tutta la platea era diventata un firmamento di stelle luminose, per via degli accendini e dei cellulari accesi in aria.
Lui mi si avvicinò, prendendomi da dietro e cominciando a cantare la canzone sussurrandomela dolcemente all’orecchio, mentre Chris Martin la cantava a entrambi. E al secondo ritornello, sentii che aveva cambiato le parole, anzi, che non stava più seguendo il concerto, che mi stava parlando. “Vuoi sposarmi?” disse piano, talmente piano che io davvero non lo capii. “Eh?”, dissi mentre mi girai verso di lui. E intanto lui si staccò, e indietreggiando, prese una scatoletta dalla tasca dei jeans. “Vuoi sposarmi?”, mi chiese ancora, adesso con un tono più forte ed in viso visibilmente emozionato. Avrei avuto bisogno che qualcuno mi avesse dato un pizzicotto, ero come bloccata dall’emozione di una scena che non mi sarei mai aspettata, specialmente in quel modo. Allora lo vidi inginocchiarsi davanti a me, tra la folla che a quel punto istintivamente gli fece spazio: in mano la scatoletta aperta, dentro c’era il mio anello.
Io piansi: Chris Martin cantava, lui si rialzò subito per avvicinarsi a me ed io vedevo tutto annebbiato tra le lacrime e i sorrisi. Mi strinse nuovamente, mi baciò e fece silenzio. Dopo poco: “Ma se non vuoi, non c’è bisogno di reagire così, basta dire no…”, disse con quell’ironia che di lui amavo. Lo guardai,  i suoi occhi parlavano più di lui, rimisi in sesto il mio viso assumendo una vaga aria da furbetta -poco convincente-, infilai l’anello al dito, gli gettai le braccia al collo e all’ultimo “fix you” cantato dai Coldplay, dissi sì.
“Questa sei tu e voglio che non cambi per nessuno né tantomeno per me. Proprio perché la nostra storia non è facile, vuol dire che è qualcosa di speciale da coltivare, è una sfida che accettiamo insieme che siamo così diversi, ma anche così testardamente uguali. E se anche il lavoro ci porterà ad allontanarci a periodi alterni, non siamo novellini in questo: voglio che tu ti realizzi come persona, come donna e come professionista. Voglio che tu sia felice e soddisfatta, senza che sia io a frenarti in qualcosa. Voglio che tu sia mia moglie e voglio che come moglie, donna e professionista tu sia intraprendente, spontanea, buona e ingenuamente bella come sei. Voglio che rimanga la mia migliore amica e la mia complice, perché se mai dovessimo lasciarci e io dovessi trovare qualcun’altra con queste caratteristiche, non sarebbe lo stesso: perché io non voglio una come te, io voglio te.
Ho più desiderio di starti accanto, nonostante i nostri momenti no, che vederci dividere ancora e per sempre da aerei e altri finti amori. E dunque, mia cara, questo è il mio verdetto”. Il suo verdetto, detto tutto di un fiato con il cuore in mano sulle rive del Tamigi alla fine del concerto di una delle mie band preferite, nella mia amata Londra.

Strano da dirsi, ma tutto il film che è passato davanti ai miei occhi è durato il tempo di salire tutte le 32 scale della chiesa.
Mi fermo davanti la grande porta della navata centrale, la supero e mi dirigo verso il passaggio per arrivare al giardino. Ecco che a quel punto mia madre lascia il posto a mio padre che mi prende a braccetto.
Le mie amiche, ancora ignare su chi avesse vinto la guerra dentro di me, si erano indirizzate già verso l’arco fiorito, con il prete che guardava nella mia direzione.
Entro nel giardino e cominciano a suonare i violini.
Inconsciamente avevo scelto il vincitore di quella ennesima guerra che non era nemmeno stata la prima, solo che io ancora non lo sapevo. Raggiungo il centro delle sedie, sentendo il cuore che impazziva in gola: forse volevo scappare o forse volevo continuare, ma ecco quello che successe.
Lo vidi, vidi lui che spuntava da dietro le sedie, accanto al suo testimone. Lo vidi con quel fiore nel taschino e vidi i suoi occhi che si illuminarono, come se non mi vedesse da una vita, come se non volesse vedere altro nella sua vita. Cominciò a suonare l’arpa ed io mossi il primo passo a ritmo della marcia nuziale, con mio padre accanto che sorrideva anche lui, per frenare la commozione.
Ed eccomi lì: che con lo sguardo fisso su di lui, con il nostro mare che gli faceva da sfondo, io lo stavo sposando con tutto il mio cuore.
Percorsi tutta quella bucolica navata centrale direzione onde, scorgendo rapidamente i sorrisi dei miei cari, felici e che ci hanno sempre considerato come gli eterni innamorati ondivaghi di una storia d’amore lunga molti viaggi.
Arrivo all’altare, posto davanti al mare per noi e lui mi alza il velo, sorridendomi finalmente sicuro e fiducioso.

E fu in quel modo che il filo rosso che ci ha legati fino ad allora si trasformò in due anelli; e su di essi la nostra unione, lungamente voluta dal destino, venne incisa in un giorno di maggio, nel mezzo del giardino profumato della ormai nostra chiesa davanti al mare.

Racconti, Racconti & Poesie

A Manhattan

Incontriamoci sul grattacielo più alto di Manhattan.
Saremo più grandi, più stanchi, più matti, ma inconsapevolmente sicuri di ritrovarci.
Incontriamoci su quell’edificio, sulla cima della città,
facciamolo al tramonto in un giorno che non piove.
Ritroveremo i nostri sguardi per caso, così lontani da casa tra la musica e il vento.
In quel punto più alto, con il mondo ai nostri piedi e i bicchieri nelle mani, guarderemo giù senza paura, pronti a saltare in quel vuoto di colori e fuochi d’artificio.
Potremo affrontare insieme le luci e le ombre di un luogo sterminato e a noi sconosciuto.
Questa volta riusciremo a vivere
questa volta, lo prometto, riusciremo a viverci.
Ma il destino, si sa, ha dei piani che preferisce nascondere per mostrarci solo la meta;
la nostra si chiama Manhattan e noi neanche lo sappiamo mentre piego i vestiti e tu richiudi la porta di casa alle tue spalle.
Ma il destino, si sa, che ha regole non razionali,
e che per riavvicinarci ci ha fatto cambiare molti aerei,
allargare le distanze,
e dormire lontani nel tempo e nello spazio.
Eppure, arrivando così lontano, è proprio da qui che stiamo per riunirci:
dall’apice di questa Mela noi smetteremo finalmente di credere che le distanze ci facciano sentire al sicuro.
E adesso comincia il conto alla rovescia che ci avvicina e che accorcia le nostre strade.
Ed io ho chiuso la valigia
e percorro gli ultimi chilometri che mi separano da quell’aereo con destinazione America.
E intanto tu stai camminando a passo leggero fino al gate di una città sconosciuta:
guardi da fuori la vetrata il cielo azzurro e l’unica nuvola bianca ti richiama un pensiero, un profumo di donna che non sai definire e che prende forma nella tua testa come un déjà-vu.
Ti imbarchi,
mi imbarco.
Ti avvicini,
mi avvicino.
L’appuntamento con il destino accelera il suo passo e noi seguiamo il suo ritmo guardando fuori dall’oblò di due aerei diversi che come rette parallele si congiungono in un punto infinito, ma a nostra insaputa definito.
Incontriamoci sul grattacielo più alto di Manhattan,
ritroviamoci senza saperlo: occhi negli occhi, sorrisi nel cuore
e una volta riuniti in cima al mondo,
con nelle braccia le tue braccia sorprese che pulsano di felicità,
una volta che l’ironia del destino ha svelato le sue carte,
proprio da lassù,
noi non lasciamoci andare più.
Pensiero e sentimento

Scrittura automatica di fine inverno

Come una musica di un pianoforte che forma una scia di ghirigori e foglie nel suo viaggio tra i tetti fumanti delle case nell’inverno del nord.
E rapisce i miei pensieri, portandoli in sella verso una meta indefinita.
La malinconia non è altro che un metodo alternativo per conoscere il mondo.
La malinconia è e non è.
Presenza e assenza insieme.
Una musica che tocca lo spirito come fa una mano sul cuore ed ecco che l’anima sussulta e sorride.
L’amarezza non esiste, le note sono l’acqua che spegne il fuoco.
Il vento mi sospinge sempre più in là: più in là del mio letto, della mia stanza, della mia casa. E le città e tutte le luci di persone che corrono e si fermano e guardano il cielo.
Siamo fragili e forti: abbiamo ali e non le abbiamo. Abbiamo la capacità di trasformare la solitudine in un viaggio a cavalcioni di una scia di nuvole.
Ci riconosce solo chi sa volare.
Ci prende solo chi ha fermato la sua corsa, perchè arrivato alla meta.
E seppure la meta non ha ancora un nome, un volto o una definizione, ci consola solo il fatto che essa esiste e che io sto volando nel cielo pieno di stelle per raggiungerla, in attesa della sorpresa finale.
Questo viaggio si concluderà con un inizio. Supererò le strade ghiacciate e le notti gelide, supererò i campi congelati e le persone tristi.
Supererò la superficialità di attimi che fanno male; supererò il mio modo negativo di vedere che me li mostra neri.
Mi accosterò alla positività, mi terrò per mano, continuerò a guidarmi
e soltanto alla fine, soltanto all’ultimo passo,
all’ultimo colpo d’ali,
all’ultimo momento
finalmente  mi riposerò
nell’unico modo in cui da quel momento potrò fare:

con te accanto.

Pensiero e sentimento

E il tema di “oggi” è

L’amore è:

russi da morire; non buttare i vestiti sul divano; non sdraiarti sul letto che l’ho rifatto; non mangiare la torta che la dobbiamo portare dai miei per cena; smettila di fare il bambino e ascolta quello che dico, invece di seguire solo il tuo ragionamento; finiamo di giocare ai videogames e magari mi calcoli? Mi fai scegliere il film e poi ti lamenti per tutto il film? È una sfida?
Ma cosa fai? Togli subito i pattini dal bambino che ha solo 1 anno che c’è ancora tempo per vedere se ci saprà andare! Ti lascio solo 5 minuti e ti ritrovo che giochi con il cane e il bambino pieni di fango in salotto! Cucini una cotoletta e imbratti tutta una cucina? Ma esattamente perché usi il mestolo per fare la cotoletta? Eh no e dai, oggi tocca a te lavare i piatti! E tu vorresti uscire con quella maglietta? E non mi interessa la solita storia che è la tua preferita, la usi da tre giorni! Come non trovi la tua maglietta? Nel cesto della biancheria! Come dov’è il cesto della biancheria?Quattro ore in bagno peggio di me! E non ho sbattuto forte lo sportello della macchina!
…Oh, mi hai portato una torta al cioccolato e panna come piace a me?

Ma insomma, dico io, come si farebbe a non amarlo?

Pensiero e sentimento

Lettera al mare

Le ultime volte che sono tornata a casa, sono andata a guardare il mare quasi ogni giorno. Quasi ogni giorno alla stessa ora, o meglio, allo stesso momento: al tramonto. Arrivavo sempre un poco prima dello spettacolo, con in borsa i miei pensieri, la musica, un libro o un foglio su cui scrivere. E finalmente stavo bene.
Le ultime volte a casa sono andata costantemente a passeggiare sulle rive del mare, andandolo a trovare come se fosse un vecchio amico, un fratello, un amante. E non importa se si trattava di una giornata di pioggia o di quiete, d’estate o d’inverno, riusciva sempre a calmarmi e a ricordarmi che la bellezza esiste, senza essere soltanto una favoletta di tutti i sognatori.
Ed infine, il tramonto.
Distrattamente, altri nostalgici e pensatori come me, si soffermavano a guardarlo. Ogni giorno, in quel momento, l’aria si riempiva di tanti sospiri e pensieri che dal rosa, passavano all’arancione per poi sfumarsi nel silenzio della notte. Ed era così che mi congedavo da te, mio amato mare. Come Penelope che tornava sulla riva ogni giorno per dare la buonanotte a Ulisse. Anche io ti davo la buonanotte a ogni tramonto. Giacché preferivo farlo di persona, almeno finché potevo: finché la distanza e il freddo di una nuova città senza mare, non ci avrebbero divisi ancora una volta.

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Questioni di film

Eccoti il tuo dvd.
Me l’hai prestato, lo rivolevi. Anzi, me l’avevi regalato e poi l’hai rivoluto.
Il tuo cd e il tuo amore.
E quindi eccolo, libero di tornare a casa tua: nella tua libreria con tutti gli altri film.
E lì c’è anche il mio dvd, quello che ti ho regalato perché quella sera al cinema, il film ti era piaciuto tanto, stranamente. E allora eccomi il giorno dopo alla Feltrinelli a comprartelo.
Quei soldi, i miei risparmi in giorni di magra, per te, per il tuo sorriso, per il nostro amore. Capisci? Era tutto un investimento per il nostro amore. E ho investito i miei desideri, i miei progetti, il mio tempo, la mia vita per un sogno che non ne aveva, di vita.
Cosa sono pochi anni in confronto a tanti anni?
Cos’è amare un uomo che una mattina si sveglia con il piede sbagliato e capisce che non ti ama più?
Io lavoravo tanto, guadagnavo e tu smettevi di amarmi.
Io smettevo di lavorare tanto, guadagnavo meno, ti amavo di più e tu ti accorgevi che non mi amavi. Ma che “non che non ci tenga a te, non che non ti voglio, perché in fin dei conti tu sei mia”. No, amore, di tuo c’era solo quell’ultimo dvd che ti apparteneva e di mio c’era quell’ultimo dvd che insieme al cuore, diedi a te.
Ed è tutta una questione di film, alla fine, penso io: tu amavi gli horror, i thriller, gli spara tutto. E anche se i thriller mi andavano bene,  io ero più per i sentimenti, l’intelligenza, la passione, qualche lacrima e qualche risata: io ero sempre per la vita.
Perciò,  sai quella piccolissima differenza tra me e te di cui ti accennai un giorno, dopo aver visto “Dorian Gray”?  Quel giorno non mi ascoltasti, lo so, pensavi ad arrivare in tempo per guardare la partita. Eppure oggi te la riassumo così: che quel dvd te lo puoi riprendere. Sì, tu conservati pure il tuo “Saw l’enigmista”, ma io, in quella tua fredda libreria, ti voglio lasciare comunque un briciolo di sentimento.
Perciò eccoti “Via col vento”, te lo puoi proprio tenere.

E detto ciò: “…francamente, me ne infischio”.

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Noi e il mare

Noi,
cresciuti con gli occhi davanti al mare,
non sappiamo cosa sia una città fredda;
perché se ci siamo, ce ne andiamo,
scappiamo.
Noi ricerchiamo il ruscello,
le gocce d’acqua che cadono
e poi si mescolano con la sabbia.
Noi ricerchiamo il riflesso del sole sul letto di onde
e la spuma del mare sul bagnasciuga.
Percepiamo il richiamo della marea,
di quella dolce sensazione che ci avvolge
quando sentiamo il bisogno di nasconderci al di sotto.
E tutto il silenzio,
un silenzio che segue quel nostro reiterato battesimo,
è parte di un non-luogo
conosciuto solamente da chi, come noi,
ha tatuato e impresso negli occhi
la potenza del mare.

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Finta poesia

Abbiamo tanto da dirci
-da non dirci-
da scrivere milioni di poesie e racconti.
Dove per te, un giorno,
sono un fiore
e tu un drago.
Poi, un altro, diventi un pirata,
ed io l’onda che sconquassa il mare.
Un giorno siamo amici,
un giorno ci uccidiamo.
Un giorno siamo amanti
mentre l’altro scappiamo.
E oggi chi sarai per me, mio poeta?
Tu sarai un gabbiano dalle ali grandi:
così maestoso, ma non lo sai.
Ti senti goffo mentre nutri amore per lei;
quella piccola anatra che sta sul bordo dello stagno.
Guarda i cigni e piange per il suo aspetto.
Guarda il cielo che non potrà mai toccare
e ti cerca con i suoi pensieri silenziosi al mondo.
Ogni giorno alla stessa ora,
lei ti cerca e vi trovate.
Voi non lo sapete, dolci piume,
che vi amate entrambi.
Troppo lontani per saperlo,
a distanza di sguardi da cui è impossibile parlare.
Un’anatra e un gabbiano,
così diversi, ma così simili.
Che non sanno fare altra cosa che amare.
E oggi chi sarò per te, mio poeta?
E domani chi sarai nel mio prossimo racconto?
Ogni forma può mutare giorno dopo giorno,
mentre il nostro nome non varia.
A legarci c’è la distanza
e ogni parola scritta,
come quella che leggerai anche oggi,
in questa mia ennesima finta poesia.

Pensiero e sentimento

La lettera

Ed è rimasta questa lettera a nascondere gelosamente tante piccole poesie scritte a mano. Non la vedrà nessuno, non le leggerà nessuno, almeno finché le sue parole continueranno a urlare da dentro. Rimarrà conservata e così dimenticata tra i fogli di un diario scritto male.
Ma un giorno, chissà quando, qualcuno aprirà quel diario e si sorprenderà nel trovarla. E seppure non compaiano nè nomi e nè indirizzi, sarà chiaro a quel fortuito trovatore, a chi era rivolta.
Eppure, in cuor mio, pur senza sapere come nè quando, sono certa che quella lettera prima o poi arriverà al suo vecchio destinatario, perché nonostante i suoi tempi, il destino sa quando un incontro è scritto tra le sue pagine; pagine simili a quei fogli ormai ingialliti dagli anni e forse pure un poco sbiaditi, ma sicuramente mai cancellati da niente e nessuno.