Pensiero e sentimento

Anima Antica

Non è Penelope e nemmeno la figlia del vasaio Butade.
È la mia ombra allungata che ammira il tramonto dalla spiaggia.
È l’immagine della mia anima antica, colta nella sua eterna attesa,
mentre continua a fissare l’orizzonte in un punto infinito del mare. 
È l’ombra di chi, nel mentre che aspetta,
non vede il mare come una barriera divisoria,
ma come un ponte da attraversare in qualunque modo
per raggiungerti.

Pensiero e sentimento

Ondivaga

Sono a letto e fuori piove.
Ho terminato di leggere “Affinità Elettive”, e così Goethe mi ha dato la buonanotte un’ultima volta.

Ho ancora il piumino leggero; qui a Bologna il cielo è stato uggioso, anche se a tratti soleggiato.
Un tempo Ondivago direi.

Che bel termine “Ondivago”; da quando l’ho sentito, mi sono chiesta come fosse possibile amare una parola.
Ondivago è un’altalena, il movimento costante, un’oscillazione che sconvolge la retta.
Ondivago emana tinte blu mare, blu cielo, blu malinconia.
Ondivaga è l’onda che sbatte sullo scoglio della mia terra, è il giorno che si scambia a intermittenza con la notte.

E intanto i giorni passano insieme ai mesi.
E nel mentre che il fiume scorre, io rimango qui, nascosta tra queste coperte.
Il blu di cui ho bisogno, lo abbraccio guardando il cielo sopra di me e che fa da tetto alle ritrovate camminate; mentre ad accompagnarmi, ci stanno innumerevoli pensieri -anch’essi ondivaghi- che mi permettono ogni volta di volare verso altri luoghi.

Spengo la luce del mio comodino; la pioggia continua a cadere in questa città tanto a nord del mio sud.
Chiudo gli occhi e sento il mare.
Sono altrove.
Sono a casa.

Buonanotte,
fuori sede.

Pensieri della sera che magari non parlano sempre di amore, Racconti, Racconti & Poesie

L’interrogatorio: racconto di una tesi provocatoria tra la performance e la solennità di una sessione di laurea

“Chi siamo? Da dove veniamo? Ma, soprattutto: dentro la Merda d’artista c’è davvero la merda dell’artista?
Ecco, signori miei, i tre quesiti cardine della storia dell’uomo e del mio lavoro che oggi vi presento. Voglio proprio mettervi davanti ai dubbi dell’arte, quelle questioni di cui non potremo mai conoscere la risposta, allo stesso modo di come non possiamo sapere cosa ci sarà dopo la morte.
Duchamp ha realmente riempito con il suo fiato quel palloncino oggi sgonfio?
E de Domincis che ha sigillato un forziere misterioso completamente vuoto, ha ideato una performance che è durata anni, fino alla sua apertura? O la sua apertura era qualcosa che non sarebbe mai dovuta avvenire, ammazzando l’opera?
E se anche tutto ciò ci ricollega al senso del tempo che come una freccia, scatta solo in avanti e mai indietro; oppure se vogliamo proprio tornare indietro con il pensiero e riprendere fatti biblici come la curiosità di San Tommaso, San Tommaso ci avrebbe creduto anche senza vedere e toccare la ferita, che Cristo era risorto?
Ironia? Provocazione? Non c’entra niente di tutto questo, sebbene il titolo della mia tesi vada a braccetto proprio con la prima. Vi rispondo io, miei cari, è pura genialità.
Questa genialità, così credo io, è figlia di padre coraggio e di madre follia: sennò non si spiegherebbe com’è che Salvador Dalí abbia disegnato un pene gigante nel quadro legandolo alla figura di suo padre e lo abbia fatto a regola d’arte -permettetemi questi giochi di parole-.
E la follia, a sua volta, è anche sorella della conoscenza: quel pene gigante, non era una cosa infondata, dopotutto, ma aveva origini lontane, addirittura alla mitologia, avrebbe detto Freud.
Divago? Oh, no signori, è tutto collegato: la psicologia che porta alla follia, che porta all’ironia, che porta alla provocazione altrui e che porta al medesimo dubbio: ma questa scatoletta di latta, conteneva merda?
Rimane soltanto un elemento certo: che il tutto è parte dalla mente umana.”

L’incipit della mia discussione di laurea stava andando “bene”; o meglio “bene” nei termini previsti e studiati a priori dalla candidata -me medesima- e dalla sua professoressa, nonché relatrice, nonché partner in crime e che per l’occasione chiameremo Kant -come Eva Kant-.
La commissione era in silenzio: alcuni ascoltavano davvero, altri cercavano oggetti non identificati all’interno delle loro borse.
Anche nella platea, composta da: due genitori -appunto i miei-, tre amici -di Palermo- e quattro altri colleghi di questa Unibo che sto per salutare, mi ascoltavano in un silenzio poco assenso, riflettendo solo su un fatto: io non pronuncio mai la parola “merda” né “pene”, specie in pubblico.
In quel clima un poco scomodo, di imbarazzo, in quel clima, diciamocelo teso -sebbene previsto- io continuavo a parlare, appoggiata dallo sguardo sorridente e complice della prof. Kant.
Ripresi:
“Avrei voluto basarmi su tanti artisti, in questo mio sproloquio sulla risatina e sull’ironia: avrei scelto Salvador Dalí, ma con lui ho già dato anni fa. Avrei scelto Duchamp, ma altri, che non sono me, hanno già dato anni fa -mentre io ero impegnata con Dalí-. Avrei scelto Pascali, e de Dominicis, ma, sapete che c’è? Sono morti.
E allora ecco perché ho scelto Cattelan, che è ancora vivo.”
E cominciai a parlare, con tono serio e professionale,  di Cattelan, insigne e irreprensibile artista contemporaneo che, nel corso della sua vita, ha fatto arrabbiare una lunga lista di persone che se la sono presi a ridere, tutti di nascosto.
Forse.
“Cattelan nacque a Padova nel… e morì nel… No, e appunto non morì – e quella era stata l’ansia-.  La sua provocazione è un modo per parlare e farsi sentire dalla società, su temi per niente banali, a sfondo sociale e bla bla bla.
Ma direi di passare ad analizzare proprio Cattelan.”

E lì cominciai a sudare. Generalmente ogni evento importante è organizzato al 100%, ma non il mio, e questo lo sapevo bene. Diciamo che il mio aveva una percentuale di inaspettato che né io, né la Kant potevamo controllare.
Allora guardai la professoressa, lei guardò me, io mi girai ad esaminare rapidamente tutta la platea alle mie spalle; una platea che non stava capendo se io fossi in preda ad un’amnesia dovuta all’ansia -con tanto di commenti sommessi come “poverina, è agitata” che mi arrivavano alle orecchie- dunque, mi rigirai a guardare la prof.
Sí, ero agitata.
E dopo un secondo o forse due ore -ora bene non so-, ecco che la prof. fece segno a una persona in prima fila di alzarsi, quella prima fila dal lato sinistro dove all’ultimo posto c’era seduta una persona che speravo di vedere e che non avevo visto, perché convinta che al momento della mia laurea avrei anche magicamente smesso di essere miope, non indossando gli occhiali.
Si alzò un uomo, o forse un ragazzo, e si mise ai lati della commissione, in modo da farsi vedere anche dalla platea. Era vestito di jeans, maglia blu, scarpe da tennis e con al collo un cartello con scritto a lettere cubitali: “Tesi della candidata”.
Sentii tutti cominciare a sorridere e sghignazzare, poiché si accorsero che sul viso aveva un maschera con sopra stampata la faccia di Maurizio Cattelan. Per questo, dalla platea mi giunsero voci del tipo: “ah ma che simpatica, ha chiamato “Cattelan”.
Dopo qualche momento di ilarità generale che richiamò l’attenzione di tutti i prof., compresi quelli alias esploratori-di-borsette, io mi alzai, mi avvicinai al mio Cattelan e proseguii il mio intervento con il tono più serio possibile, proprio come se stessi per descrivere la solennità del Lacoonte:
“Bene, signori, cominciamo ad esaminare Cattelan.
Cattelan è alto più o meno così” E alzai il braccio fino ad arrivare più o meno ai suoi capelli, mettendomi un poco in punta di piedi e aggiungendo un:”be’, sicuramente è più alto di me”. Risate generali.
“Ha due occhi” continuai io “due occhi e, permettetemi di dirlo, un naso simpatico nel mezzo della faccia, né troppo in alto, né troppo in basso rispetto alla bocca”. Mi girai un attimo alle mie spalle e mi accorsi che intanto entrarono delle persone nell’Aula Magna.
“Ma andiamo ad esaminare la maglia appositamente semi coperta da un cartello per scopi divulgativi e del tutto personali “Tesi della candidata”: è chiaramente una provocazione.” Ci tengo a specificare che quella era una maglia normalissima, senza niente di provocatorio, motivo per cui tutti ridevano.
“Eh no signori, è una provocazione, vi dico io. Perchè questa maglia non è solo una maglia: è il risultato del lavoro disonesto di queste multinazionali di vestiti che sfruttano davvero tantissimi operai nei paesi non europei.” Il clima ritornò serio per un attimo.
“E questi jeans? C’è un sistema dietro che ha reso famosi i jeans, perchè la gente cominciasse a volere e comprare i jeans. Allora i jeans furono pubblicizzati da qualsiasi mass-media, come da qualsiasi rotocalco. “Non sei figo se non hai il jeans, non sei voluto dalle donne se non hai il jeans” questi i messaggi manipolatori. Ed ecco che adesso tutti vogliono il jeans, compresi coloro a cui nemmeno i jeans piacevano. Dunque, signori miei, questo è il motivo per cui la mia Tesi indossa il jeans: per dire che siete pazzi a indossarlo. Non indossatelo!”
In quell’aula, la maggior parte aveva i jeans. A quel punto c’era chi aveva ripreso a ridere e chi rimaneva serio.

“Per concludere e per lasciare andare il nostro Cattelan che non ho potuto impagliare, come lui ha fatto con i suoi cavalli , guardategli le mani.” Mi misi ad indicare le sue mani che erano inerti lungo i fianchi. “Io le chiamerei: “le mani di artista”. Dico, quanta arte hanno prodotto queste mani? Quanta arte, reputata tale, giudicata tale, tanto da rientrare in musei come il Solomon Guggenheim, hanno realizzato? Era pazzo il curatore a fare una personale su di lui? A chiamare dei piccioni, arte? Queste mani hanno generato arte o hanno manipolato la concezione dell’arte? Queste mani hanno creato qualcosa che riesca a spiccare per bellezza o, unite alla sua testa, hanno creato un non-so-ché , il quale rimane più impresso della bellezza stessa? E infine, ce la siamo bevuti tutti?”
Tutti erano in silenzio: la platea, la commissione, il Cattelan che sorrideva sornione attraverso la stampa della sua maschera e a poco anche io, che li avevo inondati di domande il giorno della mia laurea.

Allora la prof. Kant, Eva Kant, approfittò di quell’atmosfera avvolta da un silenzio sospeso e riflessivo per fare una domanda.
Eravamo giunti dunque al momento delle domande.
“Signorina, lei quindi ci sta dicendo che la provocazione dell’artista è un modo per arrivare ovunque. Possiamo definirla una strategia?”
Stavo giusto per rispondere, quando “Cattelan” attirò la mia attenzione ed io mi fermai di colpo. Mi dovevo attenere al piano.
Di conseguenza, rivolta alla commissione, dissi: “Gentili professori, sono qui oggi a presentare la mia tesi, dunque credo e reputo giusto che sia proprio la mia Tesi a dover parlare di sé stessa. Prego Cattelan, ci dica”.
La professoressa, complice ricordiamolo, si rivolse garbatamente a Cattelan e, tra il serio e il faceto, gli porse la stessa domanda: “Signor Cattelan, la sua provocazione è per caso una strategia?”
Dopo un silenzio, come se la maschera ci mettesse del tempo a far arrivare alla testa di chi la indossava quella domanda, ecco la risposta: “Si”. Laconica, rapida, veloce, concisa, completa.
“La ringrazio”, concluse la prof., sorridendo divertita e sicura di quella reazione.
Allora, ecco che un altro professore decise di prendere la parola: “Dunque, sulla base di quello che ha detto, l’artista non parla mai in prima persona, piuttosto è la sua assenza a parlare di lui tramite le sue opere, è corretto?”. Ancora una volta, la risposta era un “sì”, così sicuro, così fermo, così maschile, perché a rispondere fu nuovamente lui. Intanto da dietro si sentivano delle risate e dei commenti allegri su quei sì perentori e beffeggiatori, come a voler dire che quei professori – i miei- con le loro domande da copione per via di un momento solenne, lo stavano quasi disturbando, importunando, toccando nel privato. Un privato che in quel momento stava rendendo volutamente pubblico a modo suo, quel “Cattelan”.
“Grazie, Cattelan”, il professore che se la rideva, anche lui. Era soddisfatto.
Ci furono altre domande che i professori fecero, un pò divertiti, un pò seri, tutte rivolte alla mia Tesi, tanto per sapere come questa -o questi- avrebbe risposto e se mai avesse detto qualche no.
Era diventato un interrogatorio, dunque, ma anche questo io e Kant, l’avevamo previsto insieme a quel Cattelan che dopotutto era a suo agio, in quell’atteggiamento alla De Domincis.
“Passiamo all’ultima domanda”, disse un’altra professoressa “e questa volta è rivolta esclusivamente alla candidata. ” E intanto mi rivolgeva un sorriso del tipo “guarda che non scampi alle domande della commissione”. “Vorrei sapere, secondo lei, a proposito di Manzoni, perchè allora la sua opera si definisce arte, nonostante il suo contenuto può non essere quel che dice di essere. Nonostante, cioè, la scatoletta non sia mai stata aperta  e quindi non sappiamo ciò che si trova al suo interno.”
Ci pensai un attimo, era una domanda serissima e io, strano a dirsi, fin dall’inizio di quella laurea ero più seria che mai. Perciò riordinai le idee e risposi.
“Se consideriamo l’arte come qualcosa legata solamente alla bellezza estetica, allora, dal mio punto di vista, sicuramente né la scatoletta di Manzoni e neppure il suo contenuto (qualunque esso sia) si potrebbero definire arte. Eppure, se noi ci troviamo davanti a quella scatoletta da lui firmata tantissimi anni fa; una scatoletta che ha fatto parlare di sé negli anni, tanto da continuare a parlarne oggi, in questa stanza di questa illustre università, durante una sessione di laurea, qualcosa di fuori dagli schemi, questa scatoletta ce l’ha.
Mi spiego meglio: quanto è stato lungimirante Charles Saatchi a creare la mostra con gli artisti della YBAs e a chiamarla Sensation? Dopotutto, molte di quelle opere hanno lasciato sconvolta non solo la Gran Bretagna, ma anche l’America, tanto da voler togliere i fondi al Brooklyn Museum che l’aveva ospitata.
Dunque, cosa traiamo da tutto questo? Non è forse l’arte a farci vedere il mondo filtrato attraverso occhi diversi? Non è forse l’arte quel velo di Maya che, se scostato, mostra la realtà nuda e cruda -o meno cruda, dipende dallo stile degli artisti- di come la creazione artistica ce la presenta? Non è forse arte, un semplice gabinetto capovolto e defunzionalizzato, che peraltro è stato definito pure tale da menti con più fosforo della mia? E non è forse arte, proprio quell’arte di percepire quelle sensazioni: piacevoli, non piacevoli, di ironia, di rabbia, e sentire come ci pervadono, ci meravigliano tanto da farci dimenticare per un attimo il luogo e il momento in cui ci troviamo?
Per concludere citerò una frase trovata in quel luogo, centro della divulgazione mondiale di idee geniali e minchiate – quale internet-“. E subito mi rivolsi al Cattelan: “mi perdoni, signor Cattelan, per il mio francesismo” e fortunatamente tutti risero. Dopo di ciò proseguii: “E la frase recitava: “Lei non era bellissima, era come arte. E l’arte non deve essere bellissima, deve farti provare qualcosa.”. Io e tutti coloro che hanno tramandato fino a noi quella “scatoletta di merda”, abbiamo provato qualcosa, seguendo la poiesis dell’artista. E se questa idea “creata” da Manzoni, era di fare tante scatolette chiuse, firmarle e lasciare con esse una legge non scritta che sanciva di non aprirle, questo in sé, racchiude i caratteri della creazione artistica.
Come questo Cattelan dal volto coperto proprio da Cattelan. ” Dissi, rivolgendomi al mio prigioniero, ormai dopo quattro ore di discorsi e indicando la sua maschera.
“Perchè voi non potete sapere se qui dietro c’è il vero Cattelan oppure no, e saperlo smorzerebbe in voi quello che sentite adesso: dubbio, curiosità, magia. E renderebbe quello che è stata tutta la mia performance, una banalissima discussione di tesi magistrale.”
A queste mie parole, la sessione di laurea si era finalmente conclusa, tra due risatine, uno mezzo applauso -di mia madre- e sul retro uno sbadiglio camuffato. I professori andarono sul retro a deliberare e tornarono con il mio voto -un dato che qui non ci interessa divulgare per non peccare di tracotanza-.
Dopo essere stata nominata -per i loro poteri conferiti- nuovamente dottoressa, durante gli applausi di una stanza che si era andata riempiendo man mano che io facevo una delle sessione di laurea più strambe che avessi mai pensato di fare, “Cattelan” si alzò, ritornò nuovamente al centro della stanza, sollevò la maschera per mostrare il suo vero volto e…

Ed era lui o non era lui? Non lo sapremo mai, ma, almeno per oggi, concentriamoci su questo racconto aperto e fingiamo giusto per un attimo
che sia arte.

Pensieri della sera che magari non parlano sempre di amore

NOT TO DO List

• NON bere disinfettante durante il giorno: nel #mantenersiidratato lifestyle va ancora di moda l’acqua.
• NON fare aperitivo col disinfettante -il Martini col disinfettante: no buono-.
• NON brindare nemmeno per il 25 aprile con shot di disinfettante mentre canti Bella Ciao, affacciato al balcone.
• NON tentare di lavare via i peccati ingerendo il disinfettante al posto dell’olio per condire l’insalata.
• NON credere che il disinfettante ti trasformi in una persona migliore.
• NON usare il disinfettante al posto della doccia: come per il deodorante, serve comunque lavarsi, sennò significa che rimani sporco.
• NON fare riti di sangue che sanciscono l’amicizia tra te e il tuo besty, iniettandovi del disinfettante. Al massimo cambia best friend, che un cervello in due non lo fate.
• NON iniettarti comunque disinfettante endovena come scopo ludico, ricreativo, con amici in videocall e nel desktop uno sfondo di Piazza Verdi (Bo) o Vettovaglie (Pi).
• NON curare le seguenti tipologie di malesseri: raffreddore, celiachia, preciclo, ciclo, vene varicose, lato b floscio, emicrania, overdose da Netflix, con il disinfettante. Se non cura quelle, figuriamoci il Covid in tutte le sue forme.
• NON ascoltare Barbara d’Urso al suo prossimo tutorial.
• NON considerare Trump come un sedicente medico-scienziato-avanguardista. La sua verve non appartiene alla categoria “genio e sregolatezza”: è proprio stupidità.

E infine

• NON ascoltare Salvatore Aranzulla mentre ti fa un tutorial su come NON usare il disinfettante.
Perché, in quel caso, stavolta mi offendo.

Oggi con ironia

Pensiero e sentimento

Alla radice della catena

È più bello il decollo o l’atterraggio?

Fotografia di un momento felice: io atterravo.
Toccavo terra, la mia terra, e finalmente tornavo a vederne i colori dopo un viaggio durato mesi o forse anni.
Si parte sempre con un’ancora nel cuore che tende la sua catena fin dove dobbiamo arrivare.
Mentre all’arrivo in un posto, il macigno riduce la sua misura e si stagna in una stanza remota, da cui, silenziosamente, ci farà compagnia per tutto il viaggio.
Quel macigno è generalmente la mia casa quando parto oppure è una città, quando la lascio. Le loro immagini, rimangono lì conservate in un cassetto della mia anima, con sopra l’etichetta: “Non dimenticarmi”. No che non vi dimentico e la mia partenza é sempre una promessa di ritorno. Io, figliol prodiga delle città in cui ho vissuto, ho promesso mille volte di ritornarvici con occhi diversi e con un animo sempre più antico.

E così, riguardo questa foto scattata in un settembre ancora soleggiato: é il simulacro del macigno che ho nel cuore, legato a una lunga e grossa catena di ferro che percorre chilometri e chilometri di cielo, fino a raggiungere la sua estremità. Ed è lì che ritrovo la famosa ancora che porta ancora le mie iniziali, sotterrata a pochi metri da quell’ormai consueto isolotto sul mare, e che nei miei sogni ha sempre avuto le sembianze di delfino.

È dunque l’atterraggio, il momento a me più caro. Ritorno alla radice della catena, ritorno al focolare da cui tutto è iniziato; ritorno alla mia gente, al suono della mia parlata e di una me che finalmente torna a ricongiungersi con il suo essere.

A tutti coloro che sono lontani da casa in questi tempi strani.

Pensiero e sentimento

Preghiera

Guardo accanto a me e tu non ci sei.
Vedo solo un letto vuoto e un lato freddo da troppo tempo.
Non ricordo più nemmeno il tuo profumo, come la tua voce o il tuo viso.
Eppure sento l’assenza; la mancanza di una parte di me stessa che usciva allo scoperto solo in tua presenza.

Vedi, non so se mi rivolgo a te come a una persona o a un concetto, ma so solo che ho bisogno di parlarti. Sì, rivolgerti frasi, parole brevi e profonde, per poi immaginare tutte le risposte che mi facciano tremare la carne, che mi riscaldino nuovamente il cuore.

Non so nemmeno perché senta questa esigenza di scrivere a un’assenza: fossi qualcuno di esistito, ti chiamerei fantasma. 
Piuttosto, cominci a diventare un amico immaginario che vorrei chiamare amante, ma cosa direbbe questa società, se le dicessi che amo un’idea?
Un’idea di te, un’idea di uomo che non esiste. Sei esistito o non sei esistito, Amore, poco importa, perché la versione che ho di te adesso è impalpabile e sublime.
Sei trasparente e come ossigeno invadi tutto, tanto che ho bisogno della tua presenza, seppure nella tua assenza.

E allora con queste parole nere su fondo bianco, io traccio i tuoi contorni; che scriverti è sempre stato il mio modo di toccarti, seppur da lontano.
E guardo questo letto accanto a me, così spoglio, trasformandolo con gli occhi della speranza in un giaciglio che già preparo per accoglierti.
Accogliere te, Amore, per quando ti sarai materializzato in un altro corpo , allora avrai occhi e capelli nuovi da indagare col mio sguardo per la prima volta.

Aspetto quel momento più del solito, in queste sere dove la tua mancanza pesa come una presenza; ma una di quelle tossiche e che fanno male.
Potesse abbandonarmi per tanti anni la malinconia, probabilmente sarei meno profonda di quello che sono adesso; chissà, magari anche parte della sofferenza mi sarebbe risparmiata e, una volta incontratoti, sarei più leggera, invece di essere quella che sono ora: fin troppo attenta, insicura, imperfetta. Questo è l’effetto che mi hai lasciato, quando per l’ultima volta ti ho visto andare via; da allora ho sentito un bisogno, partire dalla bocca del mio stomaco e trascinarmi via. Con quel masso, ho dovuto camminare a lungo da sola nel deserto, nell’attesa che riducesse il suo volume. Di sicuro, quella è stata la medicina più amara, l’ora più dura della mia esistenza, ma che ho dovuto sopportare pur di curarmi, pur di ritrovarmi.

E chissà, magari, che tu non preferisca la versione senza ferite; una bambina che corre sorridente come se niente al mondo le avesse mai sbucciato il ginocchio.
E chissà anche se quella diversa me attirerebbe Te? Te, per come ti immagino in base alla me di adesso. Se la risposta è sì, allora Tu, verresti attirato da una ragazza che mi somiglia nell’aspetto, ma che nell’anima non sono io.
Se, invece, la risposta è no – perché noti che le manca un sapore che non sai spiegarti – questo significa che verrebbe attirato qualcun altro.
Ed infine mi chiedo: Io, la me di adesso, verrebbe attratta da quest’altro che ti somiglia, ma che nell’anima non sei Tu?
Basta. Fermiamo il flusso e torniamo al punto in cui ci siamo io e te: dove Io sono Io post-guerra e Tu sei Tu, il pezzo combaciante in questo puzzle a due.

Ed è per questo che quando arriverai, Amore mio, purtroppo ti prenderò in braccio con la stessa paura di una madre che per la prima volta tiene in grembo il proprio bambino: così perfetto, un miracolo piccolo e fragile che basterebbe un soffio di vento a spazzarlo via.
Dopo tanto dolore, dopo che questo cuore è stato spezzato e più volte triturato da te, sì da te,  che mi confondevi attraverso altre sembianze che non ti appartenevano, adesso mi è rimasta la paura di vedermelo frantumare nuovamente.
Come posso sopravvivere a un ennesimo inferno?
Il mio cuore, come la mia testa, non reggerebbero più come un tempo.
Un conto è avere il cuore spezzato a poco più di vent’anni, un conto è che ciò succeda nuovamente dopo che sono passati anni da quella ferita finalmente cicatrizzata. Riaprirla, farebbe doppiamente male. Non è un segreto la fragilità umana: io e te lo sappiamo che, in quel caso, si tratterebbe della sua sentenza di morte e della nascita di un cinismo che rischierebbe di rendermi eternamente un’isola, poiché incapace di riconoscerti, anche se mi passi davanti.

Ma c’è ancora tempo, mi ripeto, finché guardo questo letto vuoto sempre con la medesima speranza che venga riempito. Eppure, io sono qui che ti (e)spero ancora con tutta la mia forza e perciò:
io ti prego
di notare la fatica nel mantenere in vita quella vecchia parte di me, romantica sognatrice, sopravvissuta alla catastrofe e desiderosa di superare vittoriosa altre notti nuvolose come questa.

Tuttavia, è pur vero che io stessa non mi conosco all’interno di una vera relazione, dove l’amore è equo e sano: che tipa di ragazza sono? Veramente una di quelle temono? Che si sottomettono? Che si difendono? No. Non voglio credere che vecchi errori non mi abbiano insegnato nulla nella maturità, specie dopo tanti anni di desertica solitudine.
Quel carattere che un giorno, un ragazzo mi disse di non avere, ce l’ho. Quella necessità di avere qualcuno per forza, al mio fianco, era solo un falso giudizio dato da chi non mi conosceva affatto.

Perciò, Amore, ho superato le tre sfide: la solitudine, il silenzio e la dignità.
È tempo di lasciare nuovamente posto alla primavera.
E di nuovo ti prego,
tu che arriverai: sii paziente e buono con me.
Non sarò perfetta, non sarò la migliore e ce ne saranno molte da prendere al posto mio. Eppure, posso dire già da ora e con tutta sicurezza, che se ti amerò, allora ti amerò con tutta me stessa e che se davvero ci troveremo, allora sarà un amore senza mezze misure, senza falsi sì, né dolori.
E che se questa preghiera ti condurrà da me, allora non ci sarà nessun “aspettami che poi ritorno”; perché sappi che in cuor mio, anch’io ho ascoltato la tua silente preghiera, e con lo stesso religioso silenzio ti faccio una promessa e in sua virtù,
ti rimarrò al fianco,
per tutta la mia vita.

Amen

Pensiero e sentimento, Poesia, Racconti & Poesie

Questo luogo

Sono io, questo luogo.
È assurdo da spiegare,
ma ci sono dovuta nascere per coincidervi così tanto.

Io non sarei io,
senza la sua presenza costante
che fin da sempre penetrava dalla finestra della mia camera.
Giorno e notte
Estati e inverni
In mia presenza e durante le lunghe assenze.
Lui continuava ad esserci.

Io sono questo luogo,
Io mi ricordo -me stessa mi ricorda- questo luogo.
Come un profumo, e questo luogo è il mio profumo.

Tanto che se fossi una terza persona e ci andassi,
nel guardare l’isolotto beato in mezzo alle onde del mare,
spontaneamente penserei:
“Valeria…”.

Pensiero e sentimento, Poesia, Racconti & Poesie

Se…

Se fossi giù, a casa mia,
distesa sul letto della mia stanza,
mi alzerei e aprirei le persiane.
Allora uscirei in terrazza e guarderei l’isola che dorme,
ignara di tutto e lontana da noi.

Fossi in Sicilia, a casa mia,
prenderei le chiavi e scenderei in garage.
Avessi il mio motore blu, unico compagno da tantissimi anni,
ci salirei, riportandolo in vita.

Se non ci fosse la quarantena e fossi giù,
a casa mia,
sentirei la solita necessità di evadere
che mi accompagna da quando avevo poco più di quindici anni.
Potessi ancora sentire il vento mischiato alla musica,
mentre mi dirigo verso il mare.

Ma con i se, non si alimentano i sorrisi.
Ed io non sono giù, a casa mia.
Sono in una casa prestata,
di una città qualunque,
in un punto del mondo.

Eppure i sogni e l’immaginazione,
su quelli non si impone nessuna quarantena.
Ne scrivo a miliardi in questo periodo, preparandomi alla vita,
per quando, chissà,
forse smetterò di essere una mera spettatrice di questo teatro di luci vanescenti
e comincerò finalmente a scegliere quali fili tirare.

E anche questo viaggio è terminato,
e io ritorno alla realtà di questa stanza.

Pensiero e sentimento, Racconti & Poesie

Poiesis

Io non credo in una vita senza amore ed è per questo che ho cominciato a scrivere.
Un anno fa, due anni fa, tre anni fa, quindici anni fa, non è vero che non ero innamorata: lo ero!
Lo ero dei personaggi che ho inventato, delle storie che ho immaginato, delle stanze che vi ho descritto.
Vedevo chiaramente ogni cosa, ogni abbraccio, ogni sguardo. Sentivo ogni parola, anche quella non detta, perfino quella che si nasconde tra i sospiri di chi guarda il cielo. 
Ho percepito la presenza nell’assenza, e l’ho concretizzata in occhi scuri e riccioli, tra i fogli bianchi di vecchi diari.
Ho sempre amato, in ogni racconto, un personaggio diverso. Quel personaggio che proveniva da qualche punto remoto dei miei sogni.
Ti ho amato che eri un uomo, ti ho abbracciato che eri tornato ragazzino. Ti ho consolato che eri impaurito, e ho rispettato i tuoi tempi quando eri stanco.
Poi mi sono innamorata anche di me, di tutti i personaggi che andavo personificando. Ho amato ogni me, protagonista, che via via, andava acquistando una fisionomia sempre diversa, sperimentando la vita e fortificandosi nel carattere.
Ma c’erano dei punti fermi ogni volta. Perché tu eri sempre tu, ed io ero sempre io, sebbene in ruoli diversi. Un giorno insieme, un giorno distanti, un giorno orgogliosi e l’altro di nuovo e ancora una volta amanti.
E in ogni pagina scritta, in ogni scena immaginata e in ogni discorso trascritto con nomi diversi, con il mare come sfondo, io non ho mai smesso neppure un giorno di amare, né di sentirmi amata.
Sono sempre stata innamorata dell’amore, e ho avuto bisogno di portarlo nella mia vita. Allora ho fatto un patto con la mia immaginazione: lei dettava, io scrivevo.
E quell’amore mi riscalda ancora e illumina i giorni più uggiosi, lui che è una fonte sempre gaia di piaceri, che ho creato e alimentato fin da quando ero una bambina, con tutta la potente dolcezza di cui è capace il mio cuore.

Pensiero e sentimento

How I met the Covid19

Nel futuro, i miei nipoti studieranno questo giorno: 11 marzo 2020, l’Oms annuncia la pandemia globale del Covid19.
Poi verranno da me e mi chiederanno: ”Nonna, ma tu c’eri?”
E io risponderò: ”Sì tesori, la nonna, da una stanza di Bologna, ha visto tutto: prima la situazione in Cina e l’Italia che si faceva gli aperitivi. Poi in Italia quando c’era la divisione tra i “tanto è un’influenza” e i “moriremo tutti”. Da quel mio MacBook ho visto anche la fuga impanicata delle 23:39 dal nord al sud al seguito di una bozza pubblicata dai giornali, e ho seguito quotidianamente l’evoluzione del decreto per cui ogni giorno, in Italia, sorgevano zone rosse come fossero margherite.
Ricordo quei video che giravano con le persone che stavano in fila ai supermercati di notte, carcerati che tentarono di evadere dalle prigioni e messaggi vocali in un siciliano ostrogoto che non capivo nemmeno io. Uno di questi testimoniava uno dei fattori di stress maggiori del momento: ad esempio per quelle madri che non capivano perché le scuole fossero chiuse e minacciavano di lanciarsi dal balcone pur di non passare un altro giorno chiuse in casa con i figli.
Ormai tutta l’Italia era zona rossa, e noi Italiani eravamo gli stranieri infetti per gli altri paesi, ancora convinti di essere sani e solo con qualche influenzato in più.
La nostra vita era cambiata radicalmente nel giro di qualche giorno ed era tutto paradossale. Niente più voli, niente più feste, negozi chiusi; le lauree erano online, insieme alle collezioni dei musei, lezioni, smartworking, allenamenti, dirette: praticamente ci veniva garantito uno pseudo-ritorno alla normalità grazie al 4 e il 5G. Ecco forse la vera differenza rispetto alle varie epidemie di peste del passato. E intanto, le uniche facce che vedevo, erano quelle di Conte e Burioni che andavano diventando sempre più i miei migliori amici.
Eppure, ho provato un grande orgoglio nel vedere l’operato di tutto il personale sanitario lavorare duramente giorno e notte, proprio per cercare di arginare uno di quei mostri di cui si parla solo nei film e si conoscono nei peggiori incubi.
Ho assistito alla raccolta fondi di tre milioni di euro ottenuti in 24 ore, da almeno una novantina di paesi, e lanciata da due influencer che hanno usato benissimo la loro fama, le loro conoscenze e i social. Ma sopratutto, non posso dimenticare quella foto scattata all’aeroporto di Roma, la sera in cui arrivarono i nostri veri alleati, venuti direttamente dalla Cina, per aiutarci a evitare la catastrofe.
E intanto, mentre ci avvicinavamo alla fase 2 che era -cito- : “una fase 1, ma a maniche corte”, io ho imparato che “questo governo non lavora con il favore delle tenebre”, che anche per Mattarella i barbieri erano chiusi e che mezza Italia ha cercato su Google il termine “congiunti”.
Nonostante ciò, ricordo ancora il drastico isolamento fisico. Non potevamo abbracciarci per via di una distanza obbligata e dettata dall’amore, ma la gente cantava dai balconi ed eravamo tutti un grande coro.
Ad ogni modo, io non potevo tornare a casa in Sicilia per non rischiare di contagiare nessuno, sopratutto i vostri bisnonni.
Rispetto ai vostri trisnonni, noi la nostra guerra l’abbiamo combatutta rimanendo sul divano a guardarci film e se ci dovevamo lamentare del fatto che ci fossimo pure messi d’impegno a festeggiare il capodanno di quel 2020, lo facevamo, ma pur sempre stando a casa.
Tuttavia, anche se lontani, eravamo uniti grazie a internet, e ricordo che io controllavo costantemente la salute di tutti i miei cari, bisnonni e vostri zii e zie varie, grazie a Whatsapp e Facebook.”
“Cosa sono Whatsapp e Facebook, nonna?”
“Niente tesori, questo ve lo spiegherò quando arriverete al capitolo di storia in cui cadde il meteorite vicino alla terra nell’aprile dello stesso anno di merda”.

mo pure messi d’impegno a festeggiare il capodanno di quel 2020, lo facevamo, ma pur sempre stando a casa.
Tuttavia, anche se lontani, eravamo uniti grazie a internet, e ricordo che io controllavo costantemente la salute di tutti i miei cari, bisnonni e vostri zii e zie varie, grazie a Whatsapp e Facebook.”
“Cosa sono Whatsapp e Facebook, nonna?”
“Niente tesori, questo ve lo spiegherò quando arriverete al capitolo di storia in cui cadde il meteorite vicino alla terra nell’aprile dello stesso anno di merda”.