Racconti, Racconti & Poesie

Davanti al mare

Profumo di gelsomini in un giorno di maggio.
Rumore di tacchi e dei primi ventagli che sventolano.
Voci di bambini al di fuori del silenzio della grande chiesa e una moltitudine di persone dai volti conosciuti, in attesa.
E allora arrivi tu, che saluti tutti quanti, tremando e sorridendo insieme e ti dirigi subito verso il prato, superando lateralmente le file di sedie bianche immerse tra i fiori.
Il prato è umido, eppure il sole delle cinque lo riscalda delicatamente mentre viene pettinato da un venticello leggero.
Sei nervoso, ma vuoi dissimulare: dopotutto fai cose ben più “difficili” nella vita, tu che usi il sorriso per dare forza agli altri, questa volta ti servirà per darla a te stesso.
Eppure l’odore della salsedine lì vicino ti calma; anzi, quando senti che la tachicardia ti annebbia i sensi, spingi tutto il tuo corpo ad abbracciare la presenza del mare. Arrivi perfino a sentire il debole rumore delle onde che si infrangono sullo scoglio al di sotto del prato, ed è lì che pensi a me.
Continui a salutare gli altri ospiti: vedi tua madre e tuo padre prendere posto, guardi il tuo migliore amico che ti abbraccia e ne rimani ancor più confortato. Il suo sguardo, come quello di tua madre seduta davanti a te, sono sempre stati il metro di giudizio per capire la validità di una tua scelta e, vista la loro espressione serena, quella doveva essere proprio la scelta giusta.
L’orchestra accorda i violini e vedi come l’arpista sistema accanto a sé il suo strumento degli angeli. Allora ridi tra te e te: “immagina se ci fosse un ukulele”, ed ecco che ancora una volta ripensi a me, sentendoti meglio.
Ed io intanto sono lontana. Immagino ad occhi chiusi i preparativi attorno a quell’archetto fiorito sul prato della chiesa che si affaccia sul mare, mentre vestita di bianco, sono attorniata dalle mie amiche di una vita e da mia madre, che ancora hanno la stessa espressione incredula di quel lontano giorno in cui dissi loro che avevo finalmente incontrato qualcuno.
Entro in macchina e, per una volta, accorciare le distanze non è stato mai così facile. Come una calamita venivo attratta dal mare, dallo stesso mare che ogni volta mi riportava da te.
Mille pensieri, le chiacchiere felici di mia madre, il velo ovunque, tutti dettagli che resero fin troppo breve quel tragitto che ci riuniva. Eppure io non ero tranquilla, tanto che per calmarmi, provavo a pensarti, ripercorrendo i lineamenti del tuo viso e ripensando a quel modo dolce con cui i tuoi occhi mi hanno detto che avrebbero sposato i miei. E questo accadde ancora prima di conoscerci, ancora prima di innamorarci: accadde che i tuoi occhi mi parlarono per caso in una sera qualsiasi di dicembre, quando ti incontrai nel mezzo di facce conosciute, in un grattacielo di Manhattan.
L’autista si ferma davanti alla chiesa, ed io, che per distrarmi, cerco di paragonare il valzer che sentivo nello stomaco, a quello provato altre volte nella mia vita: per la mia laurea, ad esempio, o per qualche altro evento nel quale io avrei dovuto parlare in pubblico e da quel momento sarebbe cambiata la mia vita.
Mia madre aveva già l’occhio lucido, come le mie amiche – che però lo dissimulavano meglio-.
Comincio a salire la scalinata della chiesa e proprio tra il primo e il secondo gradino dell’entrata, il pensiero del nostro primo litigio mi sferzò un colpo allo stomaco talmente forte da confondermi e da farmi allentare il passo. Quei problemi gonfiati a dismisura da parole e paranoie,  riuscirono a rovinare i nostri giorni di pace. E subito ecco il secondo colpo sulla milza, il litigio del 13 marzo: noi trentenni a litigare per incomprensioni nemmeno degne dei diciottenni; io che volevo farti capire le mie ragioni e tu che andavi somigliando sempre più a un sordo muro.
Un altro colpo: la tua improvvisa gelosia in quella sera di luglio ed io che ridevo, per quanto te la stessi prendendo ingiustamente per una cosa mai esistita.
La mia amica nota qualcosa dal mio viso e mi prende a braccetto: “Se hai una guerra in corso nella tua testa, vedi di scoprire chi è il vincitore prima della fine di questa scalinata”.
Un vincitore? Un vincitore significava andare avanti o scappare per sempre; significava dare peso ai momenti negativi, ai difetti, alle situazioni scomode come se non ci fosse una soluzione dettata dagli anni, dalla maturità e dall’amore. Oppure significava far prevalere la speranza che quei momenti negativi sarebbero arrivati e se ne sarebbero andati subito: significava terminare la scalinata, sorridere a tutti, sorridere a lui, e fare un passo a cui non avrei più potuto porre rimedio e solo per fiducia nell’amore.
Allora la mia amica continua con quello che risulta essere uno dei discorsi più profondi e anche più brevi della sua vita probabilmente, peraltro sussurrati piano al mio orecchio nascosto dal velo: ” qualunque sia il vincitore della tua battaglia interiore, non avere paura di declamarlo. Non è ancora troppo tardi”.

A quelle parole mi venne in mente uno degli ultimi litigi che abbiamo avuto proprio pochi giorni prima che mi chiedesse di sposarlo. Quella sera mi disse che era ovvio che gli andasse bene che io progredissi nella vita e sopratutto nel lavoro; accettava anche che avessi molti amici uomini e che molte delle persone con cui avevo a che fare nell’ambito lavorativo erano di sesso maschile. Accettava la mia apertura verso il mondo e il mio voler aiutare anche gli sconosciuti. Nonostante ciò, vi era un punto che gli veniva difficile dominare: le partenze. Quando in lui si è sviluppato un amore maturo nei miei confronti, io ero una giovane curatrice in erba che viaggiava non solo per amore dell’arte, ma anche per crescita professionale e personale. Nel mio ambito, conoscere luoghi, culture, persone è fondamentale come leggere libri e giornali. I viaggi, le partenze, gli aerei che ci hanno divisi tante volte, avrebbero continuato ad esistere, seppure con un anello al dito che ci avrebbe legato ancora più fortemente, insieme a quell’amore con cui abbiamo combattuto il tempo e i chilometri.
Così io gli ho spiegato che la mia personalità, la mia voglia di fare e la buona riuscita della mia carriera, si basavano su quei viaggi e sulla libertà di affrontarli a mente serena e sentendomi supportata. Io sarei stata una farfalla dalle ali tarpate senza di essi e lo sarei stata anche senza la mia spontaneità, e sicuramente non sarei stata la ragazza che lui diceva di volere accanto a sé per tutta la vita.
Dormimmo separati quella notte: non ci dividevano paesi, né città, ma due case. Infatti lui tornò a dormire dai suoi genitori dopo aver digerito il mio discorso del “o così o in nessun modo” davanti a una birra e una giuria di amici.
Quella notte dormii malissimo e non perché non ero più abituata a non sentire il suo profumo nel letto accanto a me, ma perché quel silenzio e quella stanza più vuota del solito mi diedero modo di pensare a tutte le ombre che io avrei dovuto accettare di lui, in una nostra vita insieme.
Nonostante tutto, la decisione maturata proprio prima di addormentarmi fu la seguente: sentivo che avrei potuto anche accettare le sue parti negative, purché fossero superate in numero dalle sue parti positive, purché fossimo disposti entrambi a venirci incontro e ancora purché entrambe le sue parti negative e positive portassero lui -in anima e corpo- di nuovo accanto a me. Dunque vi erano ben tre e massicci purché in questa scelta, ma dopotutto stare insieme non si è mai trattato di una passeggiata.
Catastrofica come sono, presi sonno poche ore prima per svegliarmi alle 8 e organizzare subito il successivo viaggio di lavoro per Vienna: consideravo già che mi sarei fatta forza partendo e andandomene, nel caso in cui lui mi avesse lasciata. Dopotutto è così che facevo ogni volta a vent’anni.
E in quel momento il telefono squillò: era lui.
“Prima che tu dica qualcosa” dissi io senza dargli modo di parlare “vorrei dirti che…”
Ma lui mi raggelò con un glaciale “Dobbiamo parlare”. E siccome i discorsi seri arrivano sempre nei giorni più complicati, a condire il tutto c’era il fatto che quella sera saremmo dovuti andare a un concerto: un concerto che si trovava pure in un’altra città, una città che a sua volta era da qualche parte fuori dall’Italia, in un punto che tutti chiamano Inghilterra.
Quindi con il mal di pancia che di botto prese a strozzare le parole, riuscii solo a chiedere in modo confuso: “E il concerto? E il volo per Londra?”. “Vediamoci dopo pranzo in aeroporto, stacco da lavoro e vengo direttamente lì”, la sua sintetica risposta inversamente proporzionale alla mia ansia in fermento.
Mi vuole lasciare durante il viaggio per Londra. No, mi vuole lasciare durante il concerto dei Coldplay a Londra. No, meglio! Vuole lasciarmi dopo il concerto, al ritorno da Londra, sempre su uno dei miei dannati aerei per rimarcare e sottolineare il fatto che non può tollerare la mia vita. Va bene, io non mi tiro indietro, che me le dica in faccia queste cose, ed io sarò impassibile. Riderò mentre sorseggerò la Coca-Cola che vendono a ben 5 euro sui voli che chiamano low-cost e sarò tranquilla. Dentro sappiamo tutti che morirò, ma cascasse il mondo, non gli darò mai questo sazio.
E questo fu un assaggio di quel flusso di coscienza che ebbi dopo il suo semplice “dobbiamo parlare” delle 8 e 15 e due secondi di un mattino “ansiogeno”.
Ed eccomi all’aeroporto, mentre lui era già seduto davanti al gate per London- Stansted. Immaginavo di vederlo con quella faccia livida, tipica delle migliori litigate in termini di serietà. Mi avvicino, poso la valigia per terra, lo guardo e lui si alza e mi stringe fortissimo tra le braccia. Io tremavo, perché non capivo il significato di quella reazione: “forse, da signore, vuole lasciarmi in quel modo prima di partire. Forse così la decisione sarà solo mia: se salire sull’aereo insieme a lui, oppure no”, di nuovo il mio flusso di coscienza che continuava a perdere incontrollato dalla mia testa come un lavandino che gocciola.
“Sei pronta per il viaggio?”, mi disse con un sorriso e un bacio in testa.
Ed io non sapevo più se stavo parlando con dottor Jekyll o con mister Hyde in quel momento; sapevo soltanto che decisi di non aprire bocca sul fatto di lasciarsi, visto che la decisione in quel caso sarebbe stata solo sua.
Il volo andò stranamente benissimo: anche la Coca-Cola venne abbassata di prezzo alla quasi-modica cifra di 3 euro e 50. Lui mi parlava della sua giornata, di quanto non si ricordasse che il letto a casa dei suoi genitori fosse piccolo e di come Filippo, il suo migliore amico, si fosse invaghito della sua personal trainer. Io ridevo come sempre alle sue parole e per come raccontava ogni cosa con quell’ironia sagace e dolce allo stesso tempo, ma frenavo le grandi risate scaturite anche dal mio cuore, proprio perché non avevo dimenticato che di colpo sarebbe scoppiata la bomba.
Ma intanto il concerto si avvicinava e lui non mi lasciava. A quel punto, mentre eravamo in fila per entrare, fui io a prendere l’argomento stanca di quella tensione: “Senti, a proposito della discussione che abbiamo avuto…”. Lui mi zittì, “non è il momento” mi disse.
Ed ecco che cominciai ad andare internamente in escandescenze, pensando che mi avrebbe davvero lasciata durante il concerto e che io avrei odiato i Coldplay per tutta la mia vita. Cercai di insistere, e vedendomi triste, lui mi serrò in un abbraccio che durò fino all’entrata di Chris Martin sul palco.
Io decisi di acquietarmi e godermi quel momento… come se fosse stato il mio ultimo momento di puro amore con lui.
E allora fu che, a quasi fine concerto, cominciò Fix you, e tutta la platea era diventata un firmamento di stelle luminose, per via degli accendini e dei cellulari accesi in aria.
Lui mi si avvicinò, prendendomi da dietro e cominciando a cantare la canzone sussurrandomela dolcemente all’orecchio, mentre Chris Martin la cantava a entrambi. E al secondo ritornello, sentii che aveva cambiato le parole, anzi, che non stava più seguendo il concerto, che mi stava parlando. “Vuoi sposarmi?” disse piano, talmente piano che io davvero non lo capii. “Eh?”, dissi mentre mi girai verso di lui. E intanto lui si staccò, e indietreggiando, prese una scatoletta dalla tasca dei jeans. “Vuoi sposarmi?”, mi chiese ancora, adesso con un tono più forte ed in viso visibilmente emozionato. Avrei avuto bisogno che qualcuno mi avesse dato un pizzicotto, ero come bloccata dall’emozione di una scena che non mi sarei mai aspettata, specialmente in quel modo. Allora lo vidi inginocchiarsi davanti a me, tra la folla che a quel punto istintivamente gli fece spazio: in mano la scatoletta aperta, dentro c’era il mio anello.
Io piansi: Chris Martin cantava, lui si rialzò subito per avvicinarsi a me ed io vedevo tutto annebbiato tra le lacrime e i sorrisi. Mi strinse nuovamente, mi baciò e fece silenzio. Dopo poco: “Ma se non vuoi, non c’è bisogno di reagire così, basta dire no…”, disse con quell’ironia che di lui amavo. Lo guardai,  i suoi occhi parlavano più di lui, rimisi in sesto il mio viso assumendo una vaga aria da furbetta -poco convincente-, infilai l’anello al dito, gli gettai le braccia al collo e all’ultimo “fix you” cantato dai Coldplay, dissi sì.
“Questa sei tu e voglio che non cambi per nessuno né tantomeno per me. Proprio perché la nostra storia non è facile, vuol dire che è qualcosa di speciale da coltivare, è una sfida che accettiamo insieme che siamo così diversi, ma anche così testardamente uguali. E se anche il lavoro ci porterà ad allontanarci a periodi alterni, non siamo novellini in questo: voglio che tu ti realizzi come persona, come donna e come professionista. Voglio che tu sia felice e soddisfatta, senza che sia io a frenarti in qualcosa. Voglio che tu sia mia moglie e voglio che come moglie, donna e professionista tu sia intraprendente, spontanea, buona e ingenuamente bella come sei. Voglio che rimanga la mia migliore amica e la mia complice, perché se mai dovessimo lasciarci e io dovessi trovare qualcun’altra con queste caratteristiche, non sarebbe lo stesso: perché io non voglio una come te, io voglio te.
Ho più desiderio di starti accanto, nonostante i nostri momenti no, che vederci dividere ancora e per sempre da aerei e altri finti amori. E dunque, mia cara, questo è il mio verdetto”. Il suo verdetto, detto tutto di un fiato con il cuore in mano sulle rive del Tamigi alla fine del concerto di una delle mie band preferite, nella mia amata Londra.

Strano da dirsi, ma tutto il film che è passato davanti ai miei occhi è durato il tempo di salire tutte le 32 scale della chiesa.
Mi fermo davanti la grande porta della navata centrale, la supero e mi dirigo verso il passaggio per arrivare al giardino. Ecco che a quel punto mia madre lascia il posto a mio padre che mi prende a braccetto.
Le mie amiche, ancora ignare su chi avesse vinto la guerra dentro di me, si erano indirizzate già verso l’arco fiorito, con il prete che guardava nella mia direzione.
Entro nel giardino e cominciano a suonare i violini.
Inconsciamente avevo scelto il vincitore di quella ennesima guerra che non era nemmeno stata la prima, solo che io ancora non lo sapevo. Raggiungo il centro delle sedie, sentendo il cuore che impazziva in gola: forse volevo scappare o forse volevo continuare, ma ecco quello che successe.
Lo vidi, vidi lui che spuntava da dietro le sedie, accanto al suo testimone. Lo vidi con quel fiore nel taschino e vidi i suoi occhi che si illuminarono, come se non mi vedesse da una vita, come se non volesse vedere altro nella sua vita. Cominciò a suonare l’arpa ed io mossi il primo passo a ritmo della marcia nuziale, con mio padre accanto che sorrideva anche lui, per frenare la commozione.
Ed eccomi lì: che con lo sguardo fisso su di lui, con il nostro mare che gli faceva da sfondo, io lo stavo sposando con tutto il mio cuore.
Percorsi tutta quella bucolica navata centrale direzione onde, scorgendo rapidamente i sorrisi dei miei cari, felici e che ci hanno sempre considerato come gli eterni innamorati ondivaghi di una storia d’amore lunga molti viaggi.
Arrivo all’altare, posto davanti al mare per noi e lui mi alza il velo, sorridendomi finalmente sicuro e fiducioso.

E fu in quel modo che il filo rosso che ci ha legati fino ad allora si trasformò in due anelli; e su di essi la nostra unione, lungamente voluta dal destino, venne incisa in un giorno di maggio, nel mezzo del giardino profumato della ormai nostra chiesa davanti al mare.

Racconti, Racconti & Poesie

Foglie gialle e neve

Una giornata intera a camminare per la città. A vagare tra vicoli e vicoletti, sperando che i tanti volti, rumori confusi e musiche passeggere riuscissero a spegnere i pensieri.
Richard è sempre stato così – pensai- sempre pronto a farmi ricredere. Quando le cose andavano bene, non ero mai tranquilla: sapevo che ben presto sarebbe arrivata la tempesta. E poi in quei tanto temuti giorni di bufera, la pioggia torrenziale, di colpo, si trasformava in soffice neve che, paradossalmente, irrazionalmente e follemente ci riscaldava i cuori.
Anche quella mattina successe qualcosa di simile. L’alba era dorata tra le sue braccia, il venticello faceva muovere le persiane di legno e si sentivano i bambini ridere dal parco accanto al nostro palazzo. New York e le sue strade, New York e tutti gli scenari che il mattino andava a risvegliare. E tra questi c’eravamo noi, distesi sotto le coperte nel letto caldo, mentre ognuno si ridestava dai propri sogni.
Mi disse buongiorno a bassa voce, mi baciò sulla fronte, mi sistemò meglio le coperte e si alzò per andarsi a preparare. Io come ogni mattina lo sentii ad occhi chiusi e dentro di me sorrisi; tentai pure di afferrare il suo braccio per trattenere l’alba ancora un poco insieme a me, ma lui, delicatamente si liberò.
Quella delicatezza, quanto la temevo a volte: perché era con la delicatezza che, quelle volte, riusciva a farmi ingoiare le pillole peggiori.
Mentre mi svegliavo, sentivo l’acqua scendere nella doccia. Pensai a quanto potesse cambiare la percezione di un oggetto, se a utilizzarlo è chi ti sta più a cuore. Quando era lui a usarla, per le mie orecchie quella doccia suonava, mentre se a usarla era qualcun altro, non si trattava nient’altro che di acqua pesante che, a forma di gocce, cadeva e sbatteva ovunque come proiettili.
E questo era lui per me: un uomo che, ai miei occhi, trasformava in oro tutto quello che toccava: e purtroppo anche ciò che era più lontano dall’oro.
Allora mi alzai, andai a preparare il caffè per entrambi, aspettando pazientemente che lui mi raggiungesse. Il venticello si alzava, faceva freddo e io trovai una sua felpa per coprirmi, mentre già cominciavo a sentire l’odore del caffè provenire dalla caffettiera.
Richard entrò in cucina e senza nemmeno guardarmi prese la sua tazzina già riempita, vi versò un cucchiaino di zucchero di canna, lo bevve, si fermò, non mi guardò nemmeno. Allora si girò verso di me -non mi guardò-, trovò intuitivamente la mia testa per darmi un bacio senza ancora guardarmi, disse “ciao” o “a più tardi”- non ricordo- e , senza guardarmi neanche mezza volta, raggiunse la porta, l’aprì, la richiuse, poi andò via.
New York in autunno sa riempirti il cuore con il suo essere molto pittoresca e colorata, eppure certe mattine sa come farti sentire vuota, sola, una straniera in mezzo a tanti solitari.
Guardavo dalla finestra della cucina, superavo con lo sguardo le scale antincendio e vedevo Richard andare via in sella alla sua moto.
Sapevo che si stava avvicinando l’inverno, ma non ero mai pronta all’idea che il tempo potesse cambiare così repentinamente, minacciando di nevicare quando ancora le foglie gialle andavano scoprendo via via tutti gli alberi della città.
Quello che feci, fu ricoprire il vuoto generato da quella porta di casa chiusa tanto velocemente,  con la musica mista ad acqua della mia doccia. Mi vestii, cercai di ripassare mentalmente la routine, sintonizzando la mente solo con i miei impegni. Allora cercai le chiavi e, infreddolita al pensiero di dover uscire, mi misi il suo cardigan marrone; quello che rimpicciolii per sbaglio in uno dei primi lavaggi -in uno di quelli che in realtà volevo fare con il cuore e che finivano in teneri e per me imbarazzanti disastri-.
Almeno in quel modo, lui mi poteva abbracciare per tutta la giornata, pensai indossandolo.
“Stavo elemosinando l’affetto”- mi dissi mentre abbottonavo il cappotto e mi richiudevo la porta alle spalle, proprio come lui aveva fatto poco – o già molto- tempo prima.
Stavo elemosinando silenziosamente qualcosa che non avevo, o meglio, qualcosa che non era stabile. Non dovevo lottare per un posto, non dovevo andare a letto la sera pregando di ritrovarlo ancora lì la mattina. Non dovevo sentirmi fortunata di passare un altro giorno con lui o di vedere che lui mi dedicava un momento in più della sua giornata. Al contrario ero io che dovevo scegliere ogni giorno se volevo passarlo con lui ed era lui che doveva ritenersi fortunato della mia presenza e della compagnia della mia testa.
Arrivata a lavoro, cercai di distaccare i miei pensieri dal  cuore per collegarli al mio senso del dovere. Le ore passarono veloci, tranne per quei momenti in cui guardavo l’orologio e automaticamente il mio pensiero volava da lui.
Nessun sorriso, nessuno sguardo, non una parola. L’alba dorata aveva lasciato il posto a una mattinata dal cielo grigio e ventoso, ed io avevo solo un cardigan rovinato a riscaldarmi.
Così, dopo il lavoro che da un lato pregavo che non finisse, decisi di passeggiare fino a una meta indefinita.
Una giornata intera a camminare per la città. A vagare tra vicoli e vicoletti, sperando che mille volti, rumori confusi e musiche passeggere riuscissero a spegnere i pensieri.
Sarà tornato a casa? Questa volta tornerà? Devo ancora dipendere dalle sue scelte giornaliere o “finalmente sceglierò”?
Forse fu all’uscita della metro che, per la prima volta arrivò un pensiero che, tra i tanti, riuscì a rincuorarmi. E allora mi ci aggrappai, mi ci aggrappai potentemente con tutte le forze che avevo. Il ragionamento era questo: lui avrebbe anche potuto scegliere di non volermi più, ma nel dubbio, in quell’insicurezza che avrebbe segnato le mie giornate future più prossime di un’assenza marcata, proprio lì, io avrei trovato la mia libertà. La libertà da una presenza chiaroscurale con molti tratti ombrosi; una libertà da dei fili che, muovendosi, cambiavano le espressioni del mio viso ogni giorno e anche più volte al giorno. Una libertà che ritrovavo nel decidere io stessa dei miei stati d’animo, di pilotarli verso l’alto, senza che nessuno me li buttasse violentemente e rapidamente giù con l’arrivo di qualche nuvola. La libertà di non sentire piccoli pugni nello stomaco ogni volta in cui un piccolo gesto mancato o uno sguardo non percepito mi facessero sentire la ruota di scorta, utile per un mondo che teme la solitudine.
Abbracciare la mia solitudine tra le strade autunnali newyorkesi mi stava sembrando naturale come abbracciare la pienezza d’animo in un campo di grano rischiarato dai primi raggi del sole.
Grazie a questo, quella giornata grigia vide spuntare un nuovo e leggero calore nel mio stomaco e che poi si propagò al cuore. E questa volta, lui non c’entrava niente.
Rientrando a casa, lo vidi che stava in piedi davanti alla finestra a sorseggiare un scotch con ghiaccio.  Ah, Richard, Richard e la sua rivoluzione francese nella testa. “Qualche sparo ogni tanto” a volte mi diceva, e in quel giorno potevo leggere dai suoi occhi che c’erano stati molti spari e qualche tregua.
Per quella sera o da quella sera, ancora non so, smisi di sentirmi l’inviata di pace delle sue lotte intestine. Cessai di essere la crocerossina venuta al mondo con il compito di soffiare sulle sue ferite. Capii con il tempo che questa forzatura spesso non serviva e che più pretendevo di esercitare il mio “lavoro”,  e più quello stesso impiego non era considerato se non con i pochissimi riguardi di cui poteva disporre l’indifferenza. Perché arrivare a rendere il mio aiuto scontato? Perché arrivare a far considerare il tempo che io dedico a qualcuno come un bene che viene sempre più sottovalutato?
Allora gli ricambiai il bacio in testa di quella mattina, entrai in salotto e mi misi a leggere “Casa di bambola” di Ibsen davanti alla finestra chiusa, per non permettere più al freddo di irrigidire la mia vita- o almeno per quella sera- .
Dopo qualche ora fu lui a venire. Semplicemente si sedette accanto a me, con il suo taccuino in mano. In quel silenzio che si generò, stavamo bene. Niente di obbligato da dire, da esprimere, da esigere.  Nessuno stava elemosinando niente, nessuno stava dando più del dovuto.
Dopo cena, ci cambiammo per andare a dormire. Nel mettermi a letto, io avevo in testa la musica di una milonga: passione, rabbia, erotismo, dolcezza, amore, sospetto, odio, amore, amore, passione, odio, amore. Erano tutte le emozioni che trapelavano da quel ritmo al mio animo, oppure che provenivano dal mio animo e si attaccavano a quel ritmo come fanno due amanti che, ballando, impregnano gli occhi degli spettatori della loro essenza.
Richard spense la luce dall’interruttore accanto alla porta della nostra camera e scostò le coperte per mettersi nel nostro grande letto accanto a me.
Io ero girata dall’altro lato, e dandogli le spalle, stavo lì a guardare in silenzio la neve che cominciò a cadere da quella strana New York autunnale.
Un calore avvolgente, una presa sicura, una morsa rassicurante mi avvolse le spalle da dietro e avvicinò la bocca al mio orecchio.
“Buonanotte amore mio”, la voce chiara di Richard.
Quella notte la neve fu la più calda e la più silenziosa che avessi mai potuto vivere, eppure io l’indomani non avrei più temuto l’inizio dell’inverno.

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Le 20 sigarette

Da quando lui ha finito il suo pacchetto di sigarette, a me è venuta fame.
Sembra strano come le due cose possano essere collegate; eppure quella sera, dopo aver terminato la nostra ennesima cena a base di silenzio e un comune soprappensiero, dopo esserci stesi sul divano, aver acceso, lui, la tv ed io aver aperto il libro, non lo avevo mica capito che le due cose erano collegate.
É andata più o meno così: lui con fare annoiato che aveva finito l’ultima sigaretta del pacchetto da 20 -comprato proprio quel giorno- ed io che, di colpo, avevo voglia di dolci.
Allora ha bofonchiato qualcosa, si sei alzato, è andato a cercare le chiavi, ha preso e messo il giubbotto tanto per non soffrire il freschetto delle sere di maggio e, dimenticando felicemente il telefono in carica, ecco che è partito alla ricerca delle sue 20 sigarette.
Intanto io avevo chiuso il libro ed, entrando in cucina, aprii quella scatola di biscotti che nascondevo a me stessa da almeno un mese.
Un biscotto, piccolo e leggero senso di colpa.
Lui ancora non era tornato e allora io misi l’acqua sul fuoco per prepararmi una tisana. Un biscotto e una tisana, magari questa strana sensazione passerà.
Decisi di cambiare postazione e dare al mio libro un nuovo sfondo. Ero appoggiata sul tavolo della cucina, con una gamba a penzoloni sull’angolo e l’altra rannicchiata sotto di me, che stavo scomposta sulla sedia. “Un maschiaccio” avrebbe detto mia nonna. Eppure lei, vissuta in un’epoca di galanteria e merletti, non sapeva o forse sperava che fossi io a non scoprirlo mai, che a volte l’essere “maschiaccio” può servire: che può agevolarti in determinate situazioni, chissà trovare anche lavoro, altre volte -purtroppo- ti conferisce psicologicamente una maggiore forza (perché così ti hanno inculcato) e sopratutto può far credere al tuo uomo che puoi tenergli testa.
Così, mentre sfogliavo le pagine del mio libro blu e andavo avanti con la sua storia, tra me e me sorridevo, ripensando a quante cose avrà imparato dalla vita mia nonna, sperando che nel futuro -che nel mio presente- sarebbero cambiate.
Un altro biscotto, un’altra pagina, l’acqua che bolliva. Mi alzai per scappare dalla scatola tentatrice e portatrice di cioccolato misto a tanto zucchero. Versai l’acqua nella tazza con su scritto “No olvides sonreir”, e questa cominciò a fumare e a profumare l’aria di cannella.
Ritornai in postazione, aspettai che il calore diminuisse, lessi due righe, mi fermai: un altro biscotto. Allora mi rialzai, raggiunsi il piano cottura su cui avevo strategicamente lasciato i biscotti prima di risedermi, puntando sulla mia pigrizia – ma ecco che in questi casi è l’istinto a batterla-. Dunque un altro biscotto, anzi due, anzi tre. Dovevo sentire a pieno il sapore, dovevo godere a fondo di quella “felicità”. Che nome poteva avere quella sensazione di piacere dopo giorni, mesi o forse anni di pioggia, puzza di sigarette e vuoto? Come potevo ripudiare quella carezza rivolta alle mie papille gustative in mezzo a un deserto di carezze da molto non pervenute su qualche altra zona del mio corpo?
“A che numero sarò arrivata?”, pensai. Forse era il decimo o il quindicesimo biscotto, fatto sta che quel conto mi fece ricordare che era già passato un bel poco di tempo, ma ancora di un nuovo pacchetto da 20 sigarette a varcare la porta, non vi era traccia.
Decisi di tornare in salotto, con in mano la tazza e il libro. I biscotti in cucina, le sigarette chissà dove. Entrando nella stanza, vidi che la tv trasmetteva ancora il film d’azione che il quasi-ormai-famoso-cercatore di 20 sigarette stava guardando.
-“Rambo, piacere di sentirti vivo. Dacci la tua posizione che veniamo a prenderti.”
-“Murdok sarò io che verrò a prenderti.”
Ironia della sorte, era quello che stavo pensando anche io.
Che si sia perso? Che stia andando a cercare, una per una, le 20 sigarette in giro per il mondo? Che stia contrattando con spacciatori e narcotrafficanti per averne ognuna di una tipologia diversa? Che il distributore automatico situato alla destra del mio portone sia entrato in una dimensione parallela e che per arrivarci servano riti di sangue e raccomandazioni speciali?
“Murdok sarò io che verrò a prenderti”, mi ripetei in testa, gli altri lo cercano, lo aspettano, ma sarà lui ad andare o a tornare da loro. Perché agitarsi quando tutto dipende dalla sua testa e non da quella degli altri? Che ruolo potevano avere gli altri, se non marginale in confronto all’eroe?
In quel momento stavo ancora soffiando sulla mia tisana, aspettando, ormai quasi impazientemente, che, gentilmente, mi permettesse di berla. Ed è così che succede con le relazioni, pensai: fai di tutto per andarci con tutte le precauzioni, per far sí di non rischiare di bruciarti. Ti metti in testa che devi aspettare, andarci piano, che le cose che si guadagnano con il tempo sono le migliori, le più stabili e le più durature e poi…
A quel punto me ne fregai e avvicinai le mie labbra alla tazza come si fa con il proprio ragazzo dopo un pesante litigio: incerta, stanca, vogliosa.
“Ahia!”… e poi ti bruci.
Dopo aver ricevuto quel morso dal duo tazza-tisana, ecco che decisi di spegnere la tv, alzarmi dal divano, lasciare il libro che per quella sera non avrebbe più trovato nessuno che ascoltasse quanto aveva da dire e andrai dritta fino al ripiano della cucina.
Presi due delle cose che avevo nascosto in quella stanza, proprio perché la mia casa era troppo piccola e senza validi nascondigli per farlo altrove. Dopo di ciò andai in bagno.
Passarono sì e no due ore, due ore eterne, ma, uscendo dal bagno, eccomi a sorridere tra me e me, mentre guardavo il suo telefono in carica sul suo comodino. Alla ricerca di 20 sigarette, senza nessun mezzo per ricercare lui. Poteva generarsi un loop incredibile, e dopotutto, tristemente – ma nello stesso tempo con ironia- sapevo che non era il caso di scomodare la polizia con la storia del ricercatore scomparso delle 20 sigarette, in quanto probabilmente le 20 sigarette si trovavano tutte a casa di una persona dal nome femminile e dal cognome a me ignoto.
“No olvides sonreir” neanche in quel caso; neanche quando, in compagnia del mio pacco di biscotti, mi infilai sotto le coperte con la lucina accesa.
Un biscotto e poi un altro, una piccola lacrima e poi un’altra; il cioccolato, la tisana ormai fredda e inutile. Avrò superato di certo i 20 biscotti mentre rintoccava la mezzanotte e al mondo erano finite le sigarette.
Ricordo che quella notte mi addormentai con la luce accesa, stanca di tutto: del cioccolato, degli zuccheri raffinati, della mia tazza con su scritto “non dimenticarti di sorridere” in spagnolo, dei film d’azione alla tv, della tv stessa lasciata accesa da qualcuno, dei distributori di sigarette finiti in un altro universo, delle tisane troppo calde, dei morsi dei ragazzi incazzati, delle labbra ferite, delle piccole lacrime in solitaria, dei telefoni dimenticati sotto carica, delle cose nascoste nei ripiani della cucina e delle 20 sigarette disperse tra i meandri di un amore inesistente.
Ma la notte, nonostante tutto, passò e con lei finirono i biscotti, mentre i distributori lasciavano la scena all’apertura dei tabaccai. A non finire, però, fu la mia voglia di dolci, quella voglia di dolci nata giusto nel momento in cui lui aveva fumato la sua ultima sigaretta, senza mai ripromettersi che fosse davvero l’ultima.
Eppure si ricominciava, la mia tazza suggeriva imperterrita di farlo con un sorriso ad ogni ora del giorno, in ogni istante dolce-amaro della vita. Entrai in bagno, il test di gravidanza ancora sul bordo della vasca dalla sera prima: due lineette.
Soltanto ad una cosa pensai: “ti prometto, tesoro mio, che non fumerò mai e poi mai nemmeno una sigaretta”.

Poesia, Racconti & Poesie

La Buonanotte

Buonanotte mi disse
Buonanotte gli dissi
Ed andammo a dormire in luoghi lontani.
Poi andammo a cercarci per boschi dispersi
E ci perdemmo, senza più ritrovarci, tra le dune dei deserti.
Buonanotte gli dissi
Buonanotte mi disse
E non sapevamo ciò che stavamo facendo.
Era un addio, un arrivederci o un aspettami che torno?
Erano fiori, erano lacrime o calci e promesse?
Buonanotte mi disse
Buonanotte gli dissi
Ed i giorni diventavano secoli che cavalcavano
E le parole foglie gialle che, via via, cadevano
E le notti promemoria fatti di stelle che perdevano luce
sopra le colline ondulate nell’oceano di sabbia.
Lui era sperduto tra le dune del deserto
Io era immersa tra le onde del mare
Non ci saremmo più incontrati a mezzanotte sull’orologio del cielo
Non ci saremmo più tenuti stretti sotto l’aurora boreale.
E per cui
Buonanotte mi disse
Buonanotte gli dissi
Ed il tempo non era più sogno, ormai
E la realtà, dopo l’ultima notte, tornava ad aspettarmi.
Ed io mi sarei dovuta risvegliare, l’indomani.
E così buonanotte gli dissi
E così buonanotte mi dissi.

Racconti, Racconti & Poesie

Sul Pellegrino

Se per un giorno, questo mondo fosse abitato soltanto da romantici e sognatori, allora ti direi di incontrarci domani a mezzanotte su quel monte che protegge Palermo e il suo mare.
Lí, sul belvedere del Pellegrino, segretamente si incontrano gli amanti che vogliono contemplare il futuro, guardando le stelle, a mani intrecciate.
E allora io lo scelgo, come palcoscenico del nostro incontro, pronto ad avvolgerci mentre noi stessi ci avvolgiamo e ci riscaldiamo nel nostro abbraccio, tra le stelle e il buio, su uno sfondo cielo-mare.

Pensiero e sentimento

Pensieri della sera che parlano d’Amore

No, non è vero che per me l’amore non esiste, anche se rispetto al passato, lo considero diversamente.
L’amore sì che esiste, eppure nel mondo, nel secolo e nel contesto in cui sono nata è talmente raro, da rischiare di non incontrarlo mai.
Un tempo c’era la guerra, più povertà, meno distrazioni. Le persone puntavano alla praticità, coglievano l’attimo, imparavano ad alimentare sentimenti puri e duraturi, basando la loro vita su cose semplicissime, ma non per questo meno vere e reali.
Non era con i telefoni che combattevano la lontananza, ma imprimevano talmente nel loro cuore una passione, che nemmeno il freddo di una nuovo inverno distante da casa, la poteva cancellare.
Lo stesso andare al fronte per un giovane, gli faceva capire già a soli diciott’anni che la vita può essere breve, che si può fare qualcosa per cambiare le cose, e che l’amore vero supera anche la trincea e ti aspetta a braccia aperte, una volta sentita suonare la campanella della vittoria.
Non c’erano messaggi da mandare facilmente, ma lettere scritte di pugno e cuore. E poi c’era il vedersi appena la vita lo concedeva, che senza quello, non si poteva costruire niente.
Uscito di prigione, mio nonno ritornó da mia nonna e stettero insieme, fino alla fine, anche quando, questa volta, toccó al lavoro il compito di dividerli ancora.
Ecco, io discendo davvero da questa generazione che ha saputo scegliere, aspettare, tenersi. Che ha scelto i sentimenti reali e non qualche momento di pseudo amore dettato dalla solitudine o dalla moda.
Ho imparato a danzare con la mia solitudine, senza precludermi di aprirmi alle novità e valutarle ogni volta. Ognuno può cadere nella trappola che ogni nuovo incontro possa essere amore, ma dalla nostra parte, a guidarci ci sono le esperienze, l’età e un obiettivo chiaro. Perché ciò che si è andato apprendendo negli anni, ci ha insegnato a riconoscere subito chi abbiamo davanti e, finiti i lunghi vent’anni, lo sappiamo più di prima chi non è Amore.
Sono ancora quella che ama le lettere scritte a mano e direbbe a parole e di faccia tutto quello che ha nel cuore.
E quando un giorno, se mai avrò questa fortuna, troverò una persona tanto speciale a cui dedicare la parte migliore di me, allora anche io, figlia della mia generazione, userò il telefono, soltanto per due motivi: cercare il suo indirizzo su google maps e scrivergli un semplice messaggio: “sto arrivando”.
E se mentre esco di casa, magari me lo ritrovo assurdamente davanti al mio portone ad aspettarmi: che dirvi, è questo ciò che riassumerebbe tutto quello che per me è ancora Amore.

Pensieri della sera che magari non parlano sempre di amore

Fermati

Fermati.
Che affannarsi a rincorrere qualcosa, non per forza ci fa giungere subito alla meta.
Fermati.
Non c’è errore nel fermarsi; nel riprendere fiato, nel ricalcolare la rotta.
Fermati.
Che nessuno ti giudicherà realmente. Vivi la tua vita per come hai bisogno di viverla.
Fermati.
E non giudicarti, che a volte un passo indietro precede cento passi avanti.
Fermati.
Che non sei una macchina e che, a volte, anche le macchine si fermano.
Fermati.
Perché potresti sbagliare strada, perché potresti davvero sbagliare qualcosa.
Fermati.
E prenditi il tuo tempo, perché è tuo e nessuno te lo deve togliere.
Fermati.
Che il destino è scritto, e quella pausa era già stata messa in conto.
Fermati.
Perché devi volerti bene.
Fermati.
E consigliati di fermarti come lo consiglieresti alle persone più care quando le vedi boccheggiare.
Fermati.
Vai nel punto più alto e guarda la bellezza del panorama, respirando a pieni polmoni.
Fermati.
Trova il tempo per dormire, per tornare a sognare, per sentire le emozioni.
Fermati.
Trova il tempo per capire, per scoprire chi c’è sotto la tua maschera e quella di chi ti circonda.
Fermati.
E fai il punto della situazione, respirando lentamente.

Hai tutto il tempo del mondo.

E dopo che lo avrai fatto.
Riparti.
Ricomincia.
Goditi il viaggio in tua compagnia.
E solo allora, neanche tu saprai come è che sei riuscito ad arrivare a destinazione.

Pensiero e sentimento, Racconti, Racconti & Poesie

Il tuo ruolo

Oggi ho il cuore che trema; sussulta con lievi scosse di terremoto. Le sento fino alla gola, fino al retro della bocca, mi arriva agli occhi.
Oggi ci sei, sei ritornato con tutte le tue valigie piene di ogni cosa; hai con te i tuoi sorrisi, hai con te le mie pene.
Oggi, tra un masso che cade e un raggio di sole, cammino sospesa tra il buono e il brutto di te. Mi dico che il passato insegna e che il tempo idealizza. E allora cerco di vederti per quello che sei veramente, tu che te ne stai lì sulla soglia della porta e tieni le due valigie ambo i lati.
Sei un ricordo, un ologramma di qualcuno che un tempo mi teneva il cuore talmente tanto forte da stritolarmelo. Quel qualcuno che poi ha allentato così tanto la presa, da farselo scivolare dalle mani. Sei qualcuno che ha voluto riprenderlo a periodi alterni, così, senza impegno, come se si trattasse di un oggetto qualunque.
E invece era un cuore, un cuore con le sue pene ed il suo amore. Un cuore che ha scattato tante foto di quella tua  faccia ambigua e le ha nascoste sotto le lenzuola per guardarsele di nascosto dalla ragione, in giorni come questi.
Allora tu rimanitene lì, per favore, lì con tutte le tue valigie davanti alla porta aperta. Ti giuro, te lo giuro che ti lascerei tanto entrare e ti verrei ad abbracciare, ma ho troppi alleati ormai che mi danno dieci, cento, mille mila ragioni per non toccarti e lasciarti nuovamente andare via.
Per me in amore o è tutto o è niente; per me l’amore è un’amicizia con una magia in più. Per me l’amore è la serenità, che non può essere il paradiso in questa terra, ma è pur sempre una casa con un letto caldo dove potermi riparare dalla vita, dal resto della vita.
L’amore non è inferno, non sono cuori trattati come carne inanimata e lasciati cadere in mezzo alla neve d’inverno. Non è il desiderio di un ragazzo di sentirsi uomo e avere qualcuno accanto, per come lui se lo immagina.
Amore è altro, un “altro” che tu non puoi darmi, che non ho mai capito se non vuoi veramente darmi, ma che per tutto questo, amore non coincide con te.
E te lo giuro che mi dispiace, mi piange il cuore perché finché non mi compare davanti Amore, il mio Amore, credo ancora che sia tu, ancora lì a guardarmi sulla soglia di quella porta semi aperta che sta per chiudersi.
Perciò ti chiedo di andare via, di andare via e farmelo notare. Di fare tanto rumore, di procurarmi il sollievo di una liberazione, un richiamo che attiri Amore, il vero Amore, e che me lo faccia venire qui, nel punto in cui sei tu, davanti a questa porta ormai chiusa. Che Amore bussi, che mi spinga a guardare dallo spioncino, e che magari io esiti a dargli inizialmente confidenza, ma che poi capisca: che Amore era lui, era sempre stato lui che si è solo fatto solo aspettare e che tutto quel che è stato del tuo ruolo nella mia vita, è servito a rendermi pronta ad amare, ad amare davvero, qualcuno che da me, questa volta, ci rimane.

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Dormirci addosso

Con te farei una delle cose che preferisco al mondo: dormirei.
Banale, dici?
Ti sembra banale accoccolarci sotto le coperte calde, dopo la corsa per aver spento la luce?
Accendere il pc, scegliere il film su Netflix e sistemare la mia testa sul tuo petto?
Poi tu mi avvolgeresti con il tuo braccio, io intreccerei le mie gambe con le tue e mi daresti un bacio in testa, che io ricambierei sulle labbra.
E da quella posizione, mi muoverei solo un attimo per prendere velocemente quel pacco di Pop-corn che deciderei di farti trovare quella sera.
Tireremmo fuori le mani dal piumone solo per mangiare ed io, probabilmente, per lanciarti qualche pop-corn addosso; magari, uno o due, giusto per inquietarti e non farti addormentare davanti al film.
Ma si sa come andrebbe a finire: che dopo poco più di mezz’ora e a cibo finito, mi ritroveresti tutta rannicchiata verso di te a dormire, mentre tu mi stringi e ti finisci di guardare il film, in pace.
Dopo, una volta terminato, abbasseresti lo schermo del pc e, senza svegliarmi, mi sposteresti con delicatezza dal tuo petto, per poggiare il mio Mac sul comodino.
Io a questo punto mi girerei nel sonno, e allora tu, invece di tornare nella posizione di prima, mi abbracceresti da dietro, diciamo a cucchiaino. Finché, coccolato dal profumo dei miei capelli, ti addormenteresti anche tu.
E infine, l’indomani mattina, dopo altre coreografie cambiate nella notte, nell’aprire gli occhi, vedrei come prima cosa le tue braccia a proteggermi, da quella nuova posizione; il tuo braccio sui miei fianchi che termina con le dita intrecciate alle mie, e la tua testa addormentata sul mio petto.
E ti posso assicurare che quello sarebbe l’amore più bello che avremmo fatto da quando finalmente ci amiamo.

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Sulla panchina vista mare

Non posso restare, ho un treno da prendere.
Davvero, non so come dirtelo, devo andare tra pochi minuti.
Lasciami la mano, lasciamo questo posto, devo correre in stazione.
Ho il futuro che ha acceso i motori, c’è una porta aperta e non lo rimarrà a lungo.

No, davvero, non posso restare.
Non guardarmi con quegli occhi. Meno male che non parli!
E non metterti pure a parlare per dirmi di non andare,
che non potrei sopportare anche le tue parole.

Già mi basta quello sguardo pieno di nuvoloni.
Già lo sento dal freddo che ci avvolge, mentre il tempo corre.
E ho il cuore come mare in tempesta, se mi afferri il polso.
E le mie gambe sono pietra, finché mi trattieni ancora.

Fingi che io non esista, che sia solo una sconosciuta.
Che oggi, per caso, ti sei trovato in quel caffè e allora mi hai incontrata.
Come, dopotutto, ogni giorno intravedi tante persone e te ne innamori,
mentre stanno sedute a un tavolino a leggere un libro e sorseggiare caffè, come me.

Ma a me non amarmi, non farlo, ti prego, che il futuro non ci vuole.
E lascia stare la nota a piè di pagina che ho segnato a matita: “carpe diem“;
é solo roba antica, non la leggere, non mi ci fare credere.
É il frutto di un destino che di mestiere è sempre stato romanziere.

Forza, lasciami la mano, abbandona questa testa, sciogli il nodo dal mio cuore.
Sblocca le mie gambe, fammi tornare in un mondo dove non posso incontrarti.
Liberami dalla tua esistenza, liberaci dal nostro ricordo.
Fammi prendere quel treno, sì che voglio prenderlo, anzi, portamici tu.

E non guardarmi così,
smettila di guardarmi così,
che se lo fai, il piede rimane ancorato a questa terra.
Ed io ancora, ancorata a te.

e allora:
lasciami,
liberami,
abbandonami,
scioglimi,
Amore.

E ti prego di sbrigarti:
che io sono un’attrice, e recito solo il tempo di uno spettacolo.
Ma ormai è quasi sera: sento le forze esaurirsi, la mia maschera cadere.
Sto per rimanere nuda, e tu vedrai la mia vera faccia e i miei pensieri.

E allora ti dico che non voglio partire, non lasciarmi andare.
Che mentre la gente si saluta davanti a un treno che fuma in partenza,
noi teniamoci ancora stretti, e così saliamo sul nostro,
dal momento in cui mi baci, su questa panchina vista mare.