Pensiero e sentimento

Manifesto egoriferito

Mi piace vestirmi di bianco, con abiti lunghi, in ricordo di stili lontani. Agghindo il mio corpo con anelli, bracciali e orecchini, mentre la mente si impreziosisce di riflessioni e tanti libri, proprio come le donne hanno sempre fatto nel corso della storia. E con i capelli sciolti, spesso in balia del vento, continuo a richiamare in cuor mio quelle donne greche o egiziane, nell’attimo in cui si fermavano ad ammirare anch’esse il mare al tramonto.
Sono figlia di tante generazioni, di donne e di uomini di lingue diverse e passioni potenti.
Sono il frutto delle ere, delle età, dei pensieri, delle letture, delle melodie e delle terre che hanno calpestato.
Sono un granello di sabbia nella storia, al centro di altri granelli di sabbia che continueranno questa stirpe che perde le sue origini nel tempo.
Sono una Gradiva che avanza tra le rovine di Pompei; la fotografia in bianco e nero di una donna senza nome e con una storia dimenticata che ha bruciato le sue carni, toccando inconsapevolmente la psiche di chi l’ha succeduta.
E con queste riflessioni, mentre la gonna e la chioma continuano a ondeggiare al vento, fisso il mare dal terrazzo della mia casa.
Sono la figlia lontana di quella donna dal nome ormai perduto che si affacciava dal suo castello in attesa che il sole tramontasse dietro l’isolotto in balia dei flutti.
Sono il risultato delle scelte e dei destini di tutti coloro che mi hanno preceduta in un conto alla rovescia, in un viaggio a ritroso, tra le maree infinite del tempo.

Racconti

No

Orfeo,
non ti è permesso voltarti indietro.
Siete liberi, potete andare, ma non la devi guardare.
Comprendi?

Ti fidi, Orfeo?
Euridice è dietro di te,
ti tiene la mano e segue il tuo piede fino alla luce.
Ma tu frena la tentazione e bada a non voltarti,
sennò l’Ade la richiama a se’
e io, Persefone,
non permetterò un secondo lasciapassare.

Orfeo,
pensa al futuro,
alla tua musica,
all’amore che ti ha condotto da solo tanto in basso
per permettervi di risalire in due così in alto.
E tu, immaginati già lí; la metà che ritorna ad essere intero,
nuovamente insieme ad assaporare la fresca rugiada del mattino
come se la notte non fosse mai calata su di voi.

Eppure, tutto ha un costo, perfino nell’aldilà.
Non girarti Orfeo.
Se vuoi vivere in quel futuro che hai assaporato con il tuo sguardo interiore,
non voltarti.
Un sacrificio in più, un piccolo passo ancora e i raggi del sole torneranno ad accarezzarvi le braccia infreddolite.
Non temere l’incertezza, non basarti sugli occhi, sulle orecchie, sui sensi.
Ascolta al di là delle tue percezioni da umano,
perché una volta disceso negli Inferi, sei simile a un dio che è risorto
e, come tale, devi trascendere le tue false sensazioni.

Non ti voltare, Orfeo.
Ti fidi?
Di me, di te, di lei,
ti fidi?
Non voltarti, Orfeo.
Ti fidi?
È Euridice, Orfeo.
Ti fidi?

Pensiero e sentimento, Poesia

Per i sognatori come noi

Noi,
ammiratori del sole che lascia il posto alla luna,
non smetteremo mai di sognare
nel guardare la scia rosa che ci regala il tramonto.

Ad ogni giorno che si fa notte,
ad ogni preoccupazione che lascia il posto alla speranza,
così impavidamente
e ancora eternamente.

Noi,
che siamo coraggiosi, scrittori, lettori, amanti, artisti, pensatori, romantici
non arresteremo mai la corsa travolgente dei nostri sogni;
quel che di indole ci basta per continuare a impreziosire la nostra anima antica.

Così impavidamente
e ancora eternamente.

Buona Estate
cari lettori

Pensieri della sera che magari non parlano sempre di amore

Oops! I did it again

Bologna, Luglio 2020

Non è la prima volta che lascio libri in giro per le città, così per dare anche il mio piccolo contributo alla diffusione della cultura.
Cominciai anni fa a Barcarello, quando mi allontanai timidamente da quel libro solitario, poggiato su di una panchina davanti al mare.
Successivamente, decisi di rifarlo a Parigi e allora lasciai un’altra raccolta di poesie sulle rive della Senna.
Di nuovo, nascosi un altro libro a Plaza Catalunya, nella mia adorata Barcellona, la sera prima di andarmene definitivamente.
Finché, di recente, in quella settimana in solitudo che ho deciso di passare a Riccione, l’ho ringraziata per l’accoglienza, regalandole questo libro in un punto della sua spiaggia al tramonto.
E adesso, tocca a Bologna. Dopo sette mesi e mezzo in cui è stata la casa che mi ha protetta, non potevo andarmene a mani vuote.
Così ho preso una delle copie de Le Pagine del Poeta, a cui io stessa ho contribuito, per lasciarla da qualche parte vicino a Piazza Maggiore e al suo Cinema Ritrovato. Il pensiero è uno: credendo nel destino e nella sincronicità, so che anche questo libro di poesie e le sue parole arriveranno esattamente nelle mani di colui a cui erano da tempo destinate.

Ma sono stata seria abbastanza.
Vi lascio dunque il link con il video del “dietro le quinte” con i miei bloopers di un minuto sull’ardua scelta della dedica da scrivere, tra Mina e capelli al vento, fino al momento del posa e scappa finale.

Grazie a voi che mi continuate a stimolare nella scrittura e nella divulgazione dei pensieri in forma di parole che germogliano negli animi di chi -per puro destino- si ritrova a leggerle.

Pensiero e sentimento

Anima Antica

Non è Penelope e nemmeno la figlia del vasaio Butade.
È la mia ombra allungata che ammira il tramonto dalla spiaggia.
È l’immagine della mia anima antica, colta nella sua eterna attesa,
mentre continua a fissare l’orizzonte in un punto infinito del mare. 
È l’ombra di chi, nel mentre che aspetta,
non vede il mare come una barriera divisoria,
ma come un ponte da attraversare in qualunque modo
per raggiungerti.

Poesia, Racconti & Poesie

Una volta e mai più

Ti prometto:
ti amerò una volta e mai più.

Una volta sola
che duri un giorno o una vita intera,
Una notte o tutta la mia esistenza.
Nel vortice del tempo, di anime, di mondi,
Io ti amerò una volta sola.

Cercherò fra tante anime la tua
e la riconoscerò tra la nebbia e il vento,
nonostante il vuoto, il buio e il pianto.
Al di là dell’assenza, della tua mancanza,
oltre le mura del mio dolore.

Ti amerò una volta sola e mai più.
Che una volta smesso di amarti, non sarò più io.
Io che prendo forma, nutrendo il mio spirito di questo amore.
Con in mano il mio cuore, qui dichiaro:

Ti amerò una volta e mai più,
Che dopo di ciò, sarà tutto finito:
questo mondo, la mia esistenza, tutto lascerà il posto all’ignoto;
a nuove vite che ci troveranno distanti, distinti, sconosciuti.

Ti amerò una volta e mai più.
Dopo di ciò, il nulla.
Lo giuro.

Racconti, Racconti & Poesie

Davanti al mare

Profumo di gelsomini in un giorno di maggio.
Rumore di tacchi e dei primi ventagli che sventolano.
Voci di bambini al di fuori del silenzio della grande chiesa e una moltitudine di persone dai volti conosciuti, in attesa.
E allora arrivi tu, che saluti tutti quanti, tremando e sorridendo insieme e ti dirigi subito verso il prato, superando lateralmente le file di sedie bianche immerse tra i fiori.
Il prato è umido, eppure il sole delle cinque lo riscalda delicatamente mentre viene pettinato da un venticello leggero.
Sei nervoso, ma vuoi dissimulare: dopotutto fai cose ben più “difficili” nella vita, tu che usi il sorriso per dare forza agli altri, questa volta ti servirà per darla a te stesso.
Eppure l’odore della salsedine lì vicino ti calma; anzi, quando senti che la tachicardia ti annebbia i sensi, spingi tutto il tuo corpo ad abbracciare la presenza del mare. Arrivi perfino a sentire il debole rumore delle onde che si infrangono sullo scoglio al di sotto del prato, ed è lì che pensi a me.
Continui a salutare gli altri ospiti: vedi tua madre e tuo padre prendere posto, guardi il tuo migliore amico che ti abbraccia e ne rimani ancor più confortato. Il suo sguardo, come quello di tua madre seduta davanti a te, sono sempre stati il metro di giudizio per capire la validità di una tua scelta e, vista la loro espressione serena, quella doveva essere proprio la scelta giusta.
L’orchestra accorda i violini e vedi come l’arpista sistema accanto a sé il suo strumento degli angeli. Allora ridi tra te e te: “immagina se ci fosse un ukulele”, ed ecco che ancora una volta ripensi a me, sentendoti meglio.
Ed io intanto sono lontana. Immagino ad occhi chiusi i preparativi attorno a quell’archetto fiorito sul prato della chiesa che si affaccia sul mare, mentre vestita di bianco, sono attorniata dalle mie amiche di una vita e da mia madre, che ancora hanno la stessa espressione incredula di quel lontano giorno in cui dissi loro che avevo finalmente incontrato qualcuno.
Entro in macchina e, per una volta, accorciare le distanze non è stato mai così facile. Come una calamita venivo attratta dal mare, dallo stesso mare che ogni volta mi riportava da te.
Mille pensieri, le chiacchiere felici di mia madre, il velo ovunque, tutti dettagli che resero fin troppo breve quel tragitto che ci riuniva. Eppure io non ero tranquilla, tanto che per calmarmi, provavo a pensarti, ripercorrendo i lineamenti del tuo viso e ripensando a quel modo dolce con cui i tuoi occhi mi hanno detto che avrebbero sposato i miei. E questo accadde ancora prima di conoscerci, ancora prima di innamorarci: accadde che i tuoi occhi mi parlarono per caso in una sera qualsiasi di dicembre, quando ti incontrai nel mezzo di facce conosciute, in un grattacielo di Manhattan.
L’autista si ferma davanti alla chiesa, ed io, che per distrarmi, cerco di paragonare il valzer che sentivo nello stomaco, a quello provato altre volte nella mia vita: per la mia laurea, ad esempio, o per qualche altro evento nel quale io avrei dovuto parlare in pubblico e da quel momento sarebbe cambiata la mia vita.
Mia madre aveva già l’occhio lucido, come le mie amiche – che però lo dissimulavano meglio-.
Comincio a salire la scalinata della chiesa e proprio tra il primo e il secondo gradino dell’entrata, il pensiero del nostro primo litigio mi sferzò un colpo allo stomaco talmente forte da confondermi e da farmi allentare il passo. Quei problemi gonfiati a dismisura da parole e paranoie,  riuscirono a rovinare i nostri giorni di pace. E subito ecco il secondo colpo sulla milza, il litigio del 13 marzo: noi trentenni a litigare per incomprensioni nemmeno degne dei diciottenni; io che volevo farti capire le mie ragioni e tu che andavi somigliando sempre più a un sordo muro.
Un altro colpo: la tua improvvisa gelosia in quella sera di luglio ed io che ridevo, per quanto te la stessi prendendo ingiustamente per una cosa mai esistita.
La mia amica nota qualcosa dal mio viso e mi prende a braccetto: “Se hai una guerra in corso nella tua testa, vedi di scoprire chi è il vincitore prima della fine di questa scalinata”.
Un vincitore? Un vincitore significava andare avanti o scappare per sempre; significava dare peso ai momenti negativi, ai difetti, alle situazioni scomode come se non ci fosse una soluzione dettata dagli anni, dalla maturità e dall’amore. Oppure significava far prevalere la speranza che quei momenti negativi sarebbero arrivati e se ne sarebbero andati subito: significava terminare la scalinata, sorridere a tutti, sorridere a lui, e fare un passo a cui non avrei più potuto porre rimedio e solo per fiducia nell’amore.
Allora la mia amica continua con quello che risulta essere uno dei discorsi più profondi e anche più brevi della sua vita probabilmente, peraltro sussurrati piano al mio orecchio nascosto dal velo: ” qualunque sia il vincitore della tua battaglia interiore, non avere paura di declamarlo. Non è ancora troppo tardi”.

A quelle parole mi venne in mente uno degli ultimi litigi che abbiamo avuto proprio pochi giorni prima che mi chiedesse di sposarlo. Quella sera mi disse che era ovvio che gli andasse bene che io progredissi nella vita e sopratutto nel lavoro; accettava anche che avessi molti amici uomini e che molte delle persone con cui avevo a che fare nell’ambito lavorativo erano di sesso maschile. Accettava la mia apertura verso il mondo e il mio voler aiutare anche gli sconosciuti. Nonostante ciò, vi era un punto che gli veniva difficile dominare: le partenze. Quando in lui si è sviluppato un amore maturo nei miei confronti, io ero una giovane curatrice in erba che viaggiava non solo per amore dell’arte, ma anche per crescita professionale e personale. Nel mio ambito, conoscere luoghi, culture, persone è fondamentale come leggere libri e giornali. I viaggi, le partenze, gli aerei che ci hanno divisi tante volte, avrebbero continuato ad esistere, seppure con un anello al dito che ci avrebbe legato ancora più fortemente, insieme a quell’amore con cui abbiamo combattuto il tempo e i chilometri.
Così io gli ho spiegato che la mia personalità, la mia voglia di fare e la buona riuscita della mia carriera, si basavano su quei viaggi e sulla libertà di affrontarli a mente serena e sentendomi supportata. Io sarei stata una farfalla dalle ali tarpate senza di essi e lo sarei stata anche senza la mia spontaneità, e sicuramente non sarei stata la ragazza che lui diceva di volere accanto a sé per tutta la vita.
Dormimmo separati quella notte: non ci dividevano paesi, né città, ma due case. Infatti lui tornò a dormire dai suoi genitori dopo aver digerito il mio discorso del “o così o in nessun modo” davanti a una birra e una giuria di amici.
Quella notte dormii malissimo e non perché non ero più abituata a non sentire il suo profumo nel letto accanto a me, ma perché quel silenzio e quella stanza più vuota del solito mi diedero modo di pensare a tutte le ombre che io avrei dovuto accettare di lui, in una nostra vita insieme.
Nonostante tutto, la decisione maturata proprio prima di addormentarmi fu la seguente: sentivo che avrei potuto anche accettare le sue parti negative, purché fossero superate in numero dalle sue parti positive, purché fossimo disposti entrambi a venirci incontro e ancora purché entrambe le sue parti negative e positive portassero lui -in anima e corpo- di nuovo accanto a me. Dunque vi erano ben tre e massicci purché in questa scelta, ma dopotutto stare insieme non si è mai trattato di una passeggiata.
Catastrofica come sono, presi sonno poche ore prima per svegliarmi alle 8 e organizzare subito il successivo viaggio di lavoro per Vienna: consideravo già che mi sarei fatta forza partendo e andandomene, nel caso in cui lui mi avesse lasciata. Dopotutto è così che facevo ogni volta a vent’anni.
E in quel momento il telefono squillò: era lui.
“Prima che tu dica qualcosa” dissi io senza dargli modo di parlare “vorrei dirti che…”
Ma lui mi raggelò con un glaciale “Dobbiamo parlare”. E siccome i discorsi seri arrivano sempre nei giorni più complicati, a condire il tutto c’era il fatto che quella sera saremmo dovuti andare a un concerto: un concerto che si trovava pure in un’altra città, una città che a sua volta era da qualche parte fuori dall’Italia, in un punto che tutti chiamano Inghilterra.
Quindi con il mal di pancia che di botto prese a strozzare le parole, riuscii solo a chiedere in modo confuso: “E il concerto? E il volo per Londra?”. “Vediamoci dopo pranzo in aeroporto, stacco da lavoro e vengo direttamente lì”, la sua sintetica risposta inversamente proporzionale alla mia ansia in fermento.
Mi vuole lasciare durante il viaggio per Londra. No, mi vuole lasciare durante il concerto dei Coldplay a Londra. No, meglio! Vuole lasciarmi dopo il concerto, al ritorno da Londra, sempre su uno dei miei dannati aerei per rimarcare e sottolineare il fatto che non può tollerare la mia vita. Va bene, io non mi tiro indietro, che me le dica in faccia queste cose, ed io sarò impassibile. Riderò mentre sorseggerò la Coca-Cola che vendono a ben 5 euro sui voli che chiamano low-cost e sarò tranquilla. Dentro sappiamo tutti che morirò, ma cascasse il mondo, non gli darò mai questo sazio.
E questo fu un assaggio di quel flusso di coscienza che ebbi dopo il suo semplice “dobbiamo parlare” delle 8 e 15 e due secondi di un mattino “ansiogeno”.
Ed eccomi all’aeroporto, mentre lui era già seduto davanti al gate per London- Stansted. Immaginavo di vederlo con quella faccia livida, tipica delle migliori litigate in termini di serietà. Mi avvicino, poso la valigia per terra, lo guardo e lui si alza e mi stringe fortissimo tra le braccia. Io tremavo, perché non capivo il significato di quella reazione: “forse, da signore, vuole lasciarmi in quel modo prima di partire. Forse così la decisione sarà solo mia: se salire sull’aereo insieme a lui, oppure no”, di nuovo il mio flusso di coscienza che continuava a perdere incontrollato dalla mia testa come un lavandino che gocciola.
“Sei pronta per il viaggio?”, mi disse con un sorriso e un bacio in testa.
Ed io non sapevo più se stavo parlando con dottor Jekyll o con mister Hyde in quel momento; sapevo soltanto che decisi di non aprire bocca sul fatto di lasciarsi, visto che la decisione in quel caso sarebbe stata solo sua.
Il volo andò stranamente benissimo: anche la Coca-Cola venne abbassata di prezzo alla quasi-modica cifra di 3 euro e 50. Lui mi parlava della sua giornata, di quanto non si ricordasse che il letto a casa dei suoi genitori fosse piccolo e di come Filippo, il suo migliore amico, si fosse invaghito della sua personal trainer. Io ridevo come sempre alle sue parole e per come raccontava ogni cosa con quell’ironia sagace e dolce allo stesso tempo, ma frenavo le grandi risate scaturite anche dal mio cuore, proprio perché non avevo dimenticato che di colpo sarebbe scoppiata la bomba.
Ma intanto il concerto si avvicinava e lui non mi lasciava. A quel punto, mentre eravamo in fila per entrare, fui io a prendere l’argomento stanca di quella tensione: “Senti, a proposito della discussione che abbiamo avuto…”. Lui mi zittì, “non è il momento” mi disse.
Ed ecco che cominciai ad andare internamente in escandescenze, pensando che mi avrebbe davvero lasciata durante il concerto e che io avrei odiato i Coldplay per tutta la mia vita. Cercai di insistere, e vedendomi triste, lui mi serrò in un abbraccio che durò fino all’entrata di Chris Martin sul palco.
Io decisi di acquietarmi e godermi quel momento… come se fosse stato il mio ultimo momento di puro amore con lui.
E allora fu che, a quasi fine concerto, cominciò Fix you, e tutta la platea era diventata un firmamento di stelle luminose, per via degli accendini e dei cellulari accesi in aria.
Lui mi si avvicinò, prendendomi da dietro e cominciando a cantare la canzone sussurrandomela dolcemente all’orecchio, mentre Chris Martin la cantava a entrambi. E al secondo ritornello, sentii che aveva cambiato le parole, anzi, che non stava più seguendo il concerto, che mi stava parlando. “Vuoi sposarmi?” disse piano, talmente piano che io davvero non lo capii. “Eh?”, dissi mentre mi girai verso di lui. E intanto lui si staccò, e indietreggiando, prese una scatoletta dalla tasca dei jeans. “Vuoi sposarmi?”, mi chiese ancora, adesso con un tono più forte ed in viso visibilmente emozionato. Avrei avuto bisogno che qualcuno mi avesse dato un pizzicotto, ero come bloccata dall’emozione di una scena che non mi sarei mai aspettata, specialmente in quel modo. Allora lo vidi inginocchiarsi davanti a me, tra la folla che a quel punto istintivamente gli fece spazio: in mano la scatoletta aperta, dentro c’era il mio anello.
Io piansi: Chris Martin cantava, lui si rialzò subito per avvicinarsi a me ed io vedevo tutto annebbiato tra le lacrime e i sorrisi. Mi strinse nuovamente, mi baciò e fece silenzio. Dopo poco: “Ma se non vuoi, non c’è bisogno di reagire così, basta dire no…”, disse con quell’ironia che di lui amavo. Lo guardai,  i suoi occhi parlavano più di lui, rimisi in sesto il mio viso assumendo una vaga aria da furbetta -poco convincente-, infilai l’anello al dito, gli gettai le braccia al collo e all’ultimo “fix you” cantato dai Coldplay, dissi sì.
“Questa sei tu e voglio che non cambi per nessuno né tantomeno per me. Proprio perché la nostra storia non è facile, vuol dire che è qualcosa di speciale da coltivare, è una sfida che accettiamo insieme che siamo così diversi, ma anche così testardamente uguali. E se anche il lavoro ci porterà ad allontanarci a periodi alterni, non siamo novellini in questo: voglio che tu ti realizzi come persona, come donna e come professionista. Voglio che tu sia felice e soddisfatta, senza che sia io a frenarti in qualcosa. Voglio che tu sia mia moglie e voglio che come moglie, donna e professionista tu sia intraprendente, spontanea, buona e ingenuamente bella come sei. Voglio che rimanga la mia migliore amica e la mia complice, perché se mai dovessimo lasciarci e io dovessi trovare qualcun’altra con queste caratteristiche, non sarebbe lo stesso: perché io non voglio una come te, io voglio te.
Ho più desiderio di starti accanto, nonostante i nostri momenti no, che vederci dividere ancora e per sempre da aerei e altri finti amori. E dunque, mia cara, questo è il mio verdetto”. Il suo verdetto, detto tutto di un fiato con il cuore in mano sulle rive del Tamigi alla fine del concerto di una delle mie band preferite, nella mia amata Londra.

Strano da dirsi, ma tutto il film che è passato davanti ai miei occhi è durato il tempo di salire tutte le 32 scale della chiesa.
Mi fermo davanti la grande porta della navata centrale, la supero e mi dirigo verso il passaggio per arrivare al giardino. Ecco che a quel punto mia madre lascia il posto a mio padre che mi prende a braccetto.
Le mie amiche, ancora ignare su chi avesse vinto la guerra dentro di me, si erano indirizzate già verso l’arco fiorito, con il prete che guardava nella mia direzione.
Entro nel giardino e cominciano a suonare i violini.
Inconsciamente avevo scelto il vincitore di quella ennesima guerra che non era nemmeno stata la prima, solo che io ancora non lo sapevo. Raggiungo il centro delle sedie, sentendo il cuore che impazziva in gola: forse volevo scappare o forse volevo continuare, ma ecco quello che successe.
Lo vidi, vidi lui che spuntava da dietro le sedie, accanto al suo testimone. Lo vidi con quel fiore nel taschino e vidi i suoi occhi che si illuminarono, come se non mi vedesse da una vita, come se non volesse vedere altro nella sua vita. Cominciò a suonare l’arpa ed io mossi il primo passo a ritmo della marcia nuziale, con mio padre accanto che sorrideva anche lui, per frenare la commozione.
Ed eccomi lì: che con lo sguardo fisso su di lui, con il nostro mare che gli faceva da sfondo, io lo stavo sposando con tutto il mio cuore.
Percorsi tutta quella bucolica navata centrale direzione onde, scorgendo rapidamente i sorrisi dei miei cari, felici e che ci hanno sempre considerato come gli eterni innamorati ondivaghi di una storia d’amore lunga molti viaggi.
Arrivo all’altare, posto davanti al mare per noi e lui mi alza il velo, sorridendomi finalmente sicuro e fiducioso.

E fu in quel modo che il filo rosso che ci ha legati fino ad allora si trasformò in due anelli; e su di essi la nostra unione, lungamente voluta dal destino, venne incisa in un giorno di maggio, nel mezzo del giardino profumato della ormai nostra chiesa davanti al mare.

Poesia, Racconti & Poesie

Prima di vederti oggi

In quante altre vite ti ho incontrato, prima di vederti oggi?
Quante altre volte ci siamo presentati, guardati negli occhi, stretti la mano?
Quanti nomi ti ho detto che mi sono appartenuti?
E quante altre volte l’hai fatto tu?
Ma il carattere, la tua personalità, 
quelli sono rimasti sempre gli stessi,
lo sento.

Giusto, è vero, io non ti conosco;
non ti avevo mai visto in questa nuova vita, 
prima di adesso,
qui, dove ci stiamo finalmente imbattendo l’uno nell’altra
ancora un’altra volta, seppur per la prima volta.
Ebbene, io ti conosco.
Sì, ti ri-conosco adesso che mi parli
e la tua voce comincia a sembrarmi familiare,
nonostante non l’abbia mai sentita. 

Tu, con quel sorriso così sincero e gli occhi profondi;
se solo potessi entrare in quell’azzurro
e percorrere a ritroso tutta la loro profondità,
probabilmente viaggerei nel tempo,
ripercorrendo ogni tappa della nostra esistenza,
fino al momento in cui ci siamo innamorati.

In quante vite ti ho incontrato, ancora?
Quante altre volte ci siamo ri-conosciuti?
Il destino, amico o nemico, ha sempre fatto incrociare i nostri passi?
E se anche avessimo vissuto una sola vita senza ri-conoscerci,
quella sarà stata una vita vuota, insignificante, sprecata?
Sono certa di sì:
che vita era anche solo la mia,
prima di sentire queste vene così elettriche risvegliare ogni parte del mio corpo?
E lo vedo, come ti sei acceso anche tu,
da quando mi parli, pur senza parlare.

In quante altre vite ci siamo riconosciuti?
E sopratutto,
quella prima volta in assoluto che l’esistenza ci ha plasmato entrambi,
in due uniche metà create per combaciare,
l’abbiamo capito subito
o abbiamo sprecato del tempo,
o abbiamo dovuto buttare altre vite vane,
fingendo di non sentire,
fingendo di non ri-conoscerci?

In quante altre vite ci siamo ri-conosciuti?

E in questa?

Pensieri della sera che magari non parlano sempre di amore

NOT TO DO List

• NON bere disinfettante durante il giorno: nel #mantenersiidratato lifestyle va ancora di moda l’acqua.
• NON fare aperitivo col disinfettante -il Martini col disinfettante: no buono-.
• NON brindare nemmeno per il 25 aprile con shot di disinfettante mentre canti Bella Ciao, affacciato al balcone.
• NON tentare di lavare via i peccati ingerendo il disinfettante al posto dell’olio per condire l’insalata.
• NON credere che il disinfettante ti trasformi in una persona migliore.
• NON usare il disinfettante al posto della doccia: come per il deodorante, serve comunque lavarsi, sennò significa che rimani sporco.
• NON fare riti di sangue che sanciscono l’amicizia tra te e il tuo besty, iniettandovi del disinfettante. Al massimo cambia best friend, che un cervello in due non lo fate.
• NON iniettarti comunque disinfettante endovena come scopo ludico, ricreativo, con amici in videocall e nel desktop uno sfondo di Piazza Verdi (Bo) o Vettovaglie (Pi).
• NON curare le seguenti tipologie di malesseri: raffreddore, celiachia, preciclo, ciclo, vene varicose, lato b floscio, emicrania, overdose da Netflix, con il disinfettante. Se non cura quelle, figuriamoci il Covid in tutte le sue forme.
• NON ascoltare Barbara d’Urso al suo prossimo tutorial.
• NON considerare Trump come un sedicente medico-scienziato-avanguardista. La sua verve non appartiene alla categoria “genio e sregolatezza”: è proprio stupidità.

E infine

• NON ascoltare Salvatore Aranzulla mentre ti fa un tutorial su come NON usare il disinfettante.
Perché, in quel caso, stavolta mi offendo.

Oggi con ironia

Pensiero e sentimento

Alla radice della catena

È più bello il decollo o l’atterraggio?

Fotografia di un momento felice: io atterravo.
Toccavo terra, la mia terra, e finalmente tornavo a vederne i colori dopo un viaggio durato mesi o forse anni.
Si parte sempre con un’ancora nel cuore che tende la sua catena fin dove dobbiamo arrivare.
Mentre all’arrivo in un posto, il macigno riduce la sua misura e si stagna in una stanza remota, da cui, silenziosamente, ci farà compagnia per tutto il viaggio.
Quel macigno è generalmente la mia casa quando parto oppure è una città, quando la lascio. Le loro immagini, rimangono lì conservate in un cassetto della mia anima, con sopra l’etichetta: “Non dimenticarmi”. No che non vi dimentico e la mia partenza é sempre una promessa di ritorno. Io, figliol prodiga delle città in cui ho vissuto, ho promesso mille volte di ritornarvici con occhi diversi e con un animo sempre più antico.

E così, riguardo questa foto scattata in un settembre ancora soleggiato: é il simulacro del macigno che ho nel cuore, legato a una lunga e grossa catena di ferro che percorre chilometri e chilometri di cielo, fino a raggiungere la sua estremità. Ed è lì che ritrovo la famosa ancora che porta ancora le mie iniziali, sotterrata a pochi metri da quell’ormai consueto isolotto sul mare, e che nei miei sogni ha sempre avuto le sembianze di delfino.

È dunque l’atterraggio, il momento a me più caro. Ritorno alla radice della catena, ritorno al focolare da cui tutto è iniziato; ritorno alla mia gente, al suono della mia parlata e di una me che finalmente torna a ricongiungersi con il suo essere.

A tutti coloro che sono lontani da casa in questi tempi strani.