Pensiero e sentimento, Racconti, Racconti & Poesie

Breve storiella estiva

É una breve storia che termina come gran parte di tutte quelle brevi storie, le quali occupano una buona fetta di vita dei suoi protagonisti: con la sua fine.
Ma quale?
Lucy e Billy erano due bimbetti di tre e quattro anni che giocavano a rincorrersi nel prato a bordo piscina di un residence estivo nell’Alt Empordà, in Catalogna. Ogni estate, puntualmente e in coincidenza con l’inizio delle ferie dei loro genitori, ecco che le due famiglie, da direzioni opposte della Spagna, si incontravano in quel punto dove il mare faceva da sfondo alle case che in semicerchio circondavano la piscina.
“Saremo amici per sempre” disse Lucy al suo amichetto Billy.
“Sempre e per sempre” rispose Billy alla sua amichetta Lucy.
Avevano solo sette anni all’epoca, quando si giurarono per la prima volta qualcosa di molto più grande di loro, e intanto si tenevano fraternamente per mano, dopo aver mangiato insieme un gelato che aveva macchiato tutto il vestitino bianco di Lucy.
Era la sua amica del cuore, era la migliore compagnia per le sue estati, pensava Billy.
Lucy e Billy si conobbero proprio in quel residence sul mare. La prima volta che si videro avevano quattro anni, e cominciarono già a giocare e bisticciarsi come se si fossero conosciuti da tutta una vita. E quindi “sempre e per sempre” era la loro unica promessa.
Quanta dolcezza e quanta ingenuità nei loro occhi; ma Lucy e Billy ancora non sapevano che la vita era una montagna russa e non una passeggiata al tramonto.
L’anno in cui Lucy non venne alla casa al mare, Billy si sentì solo. Aveva tredici anni e qualcosa in lui si stava spegnendo. Non aveva voglia di giocare a bocce, non voleva stare troppo a lungo in piscina e nemmeno con gli altri amichetti, perché Lucy, la sua migliore amica Lucy, non c’era.
D’altro canto Lucy era obbligata a rimanere in città, il lavoro di suo padre li aveva costretti a posticipare le ferie, ed eccola affacciata alla finestra con aria triste. Lucy chiuse gli occhi, e pretese di trasformare le grida dei bimbi che giocavano nel parco della Ciutadella accanto casa, nelle voci dei suoi amici del mare. Allora si concentrò ancora di più, e sempre ad occhi chiusi poté scorgere anche Billy che le tirava il pallone.
Era il 1986, e non c’erano cellulari, c’erano soltanto pensieri generati da forti sentimenti.
Lucy e Billy non si incontrarono altre volte, lì nel residence sul mare. Finché, verso i sedici anni, finalmente loro e le loro famiglie si ritrovarono, come un tempo.
Lucy era contenta di rivederlo, eppure lui era diverso, serio, distante. Billy era diventato quasi uno sconosciuto per lei. Mentre, per lui, Lucy, la sua vecchia amica Lucy, era una semplice ragazzina goffa e con l’apparecchio, proprio come molte delle sue compagne di classe.
Che delusione per lei, cosa c’era che non andava? Perché non le rivolgeva nemmeno più la parola? Perché passava i pomeriggi a giocare in piscina con gli altri ragazzi e non aveva più voglia di giocare con lei?
Allora tentó di avvicinarlo un paio di volte; lo invitò a farsi un bagno come i vecchi tempi, lo sfidó pure a bocce come i vecchi tempi, ma di quei vecchi tempi c’era di uguale soltanto il suo nome, perchè perfino il colore dei suoi capelli era cambiato e si era inscurito.
Dunque, quell’estate Lucy lasció il residence  con l’animo di chi aveva perso per sempre qualcuno e così disse addio al suo amico del cuore.
E poi passarono gli anni, e si sa quello che combina il tempo, il quale rimescola le carte uno ad uno, a suo piacimento.
Nè Billy nè Lucy rimisero più piede al residence, ma ecco che casualmente Billy si ritrovò per lavoro nella città di Lucy. I due ormai non si sentivano da anni, anzi, entrambi legavano i loro nomi soltanto al ricordo di quelle estati passate al mare.
Finché un giorno Billy la vide casualmente, seduta a mangiare in un ristorantino all’angolo della strada del suo ufficio, in compagnia di un uomo.
Lucy era ormai una bella donna, nel fior fiore della sua trentina. Parlava con disinvoltura, mentre sfoggiava un sorriso affascinante e ormai perfetto. Nonostante ciò, aveva ancora quel vezzo per cui si portava timidamente i capelli dietro l’orecchio e questo le donava un misto di delicatezza e femminilità, irresistibile. Lui la riconobbe subito, ed oltre a questo si sbalordì perfino della sua stessa reazione che lo spinse ad entrare, prendere un tavolo da solo e aspettare il momento giusto per salutarla, incurante di quel suo commensale che le teneva la mano.
E così fece: appena lui andò in bagno, le si avvicinò, mettendole una mano sulla spalla.
Lei non lo riconobbe all’istante, ma appena lo mise a fuoco, Billy vide i suoi occhi illuminarsi.
Billy e Lucy ebbero il loro colpo di fulmine per la seconda volta in vita loro; potevano iniziare nuovamente da dove avevano lasciato o potevano continuare a seguire le loro vite, separati.
Ogni scelta comportava una perdita, ma soltanto una delle due scelte necessitava di un pizzico di coraggio in più e di caparbietà.
Cosa avrebbe dovuto fare Billy? Riconoscere che Lucy era stata fin da sempre la sua compagna di vita e riprendersela a discapito di quell’uomo, o lasciarla andare? Avrebbe dovuto seguire la linea di chi si basa sulla fatalità, che il passato è passato, che la sua chance era ormai perduta e che il treno aveva definitivamente lasciato la sua stazione?
E Lucy, avrebbe dovuto credere che esiste un destino, che le persone sono legate da un filo invisibile, che certi rapporti non si spezzeranno mai e che magari si può stare con persone sbagliate, perfino quando arriva la persona giusta?
Quel “Sempre e per sempre” doveva trasformarsi in bugia o poteva continuare a vivere prepotentemente come verità? E se vinceva la seconda, doveva essere una verità esplicita o per sempre taciuta?
Questa storia è uguale a tante altre storie, a tante storie che non sono nemmeno poi tanto inventate: molti di voi che stanno leggendo, magari stanno rivivendo con la mente qualche ricordo assopito che sa di mare, che sa di fugacità, ma anche di pura passione.
A cosa servono le storie, se non a darci idee? Cosa sono le storie, se non esperienze? Perché Lucy e Billy non hanno un lieto fine? E se hanno un lieto fine, perché hanno avuto un lieto fine, mentre molti altri non l’hanno mai avuto?
Cosa avreste fatto voi se foste stati Billy a tredici anni in piena crisi adolescenziale? E cosa avreste fatto se foste stati Lucy, seduti su quel ristorante, sentendo il cuore che palpita per un attimo, e tentando di reprimerlo a tutti costi al pensiero che il tuo fidanzato è semplicemente a pochi metri da te e dal tuo grande dilemma?
Ma quello che non sapevano né Billy né Lucy era che entrambi, il tempo di quel saluto e di quella mano sulla spalla, erano ritornati di nuovo i compagni di un tempo. Da piccoli, si tenevano per mano prima di tuffarsi in piscina, e di comune accordo, ogni volta decidevano di lanciarsi insieme.
Lucy e Billy si sarebbero lanciati insieme, di nuovo? E nel caso in cui l’avessero fatto, come potremmo definirli? Recidivi o davvero legati?
Lucy avrebbe salutato per sempre il suo vecchio “amico” come se niente fosse, dopo tutta la tempesta che le stava sconquassando l’animo e i pensieri? Avrebbe riguardato poi casualmente le foto di quando erano piccini, pensando con mestizia “eppure, gli ho voluto tanto bene…”. E lui, avrebbe cominciato a ragionare con distaccata disillusione, pensando freddamente che quel “sempre e per sempre” è solo una promessa hollywoodiana e da romanzo rosa?
Ogni scelta comporta una perdita e qualunque strada decidi di percorrere, questa ti cambia, perciò, chi sarebbero diventati i nostri due giovani e sciocchi protagonisti?
Allora Billy diede un bacio sul dorso della mano di Lucy; generalmente il galateo dice che non si deve baciare davvero la mano della donna, ma lui la baciò ugualmente. É stato il bacio che non le ha mai potuto dare, è stato un marchio che le ha lasciato sulla pelle, è stata una promessa, mille parole non dette, è stato un seme che le ha piantato nella testa, o dell’acqua che ha ricominciato a far crescere quella piantina che le era cresciuta negli anni a partire dai tempi lontani di quella casa sul mare.
E dunque lui lasciò il locale, girò l’angolo e andò via. Lucy rimase a mezz’aria, mentre continuava a seguirlo con lo sguardo attraverso le vetrate del ristorante.
Intanto il suo compagno ritornò al tavolo, e le disse qualcosa che lei nemmeno sentì: mille voci nella sua testa adesso facevano più rumore di tutto il resto. Tra il turbine di emozioni, c’era un pensiero in particolare, che si faceva largo nella sua testa: non era più il 1986 e il suo telefono, quello nero accanto a lei, ormai poteva connettere anche i cuori, se usato bene.
E arriviamo alla fine di questa breve storiella: secondo voi, cosa avrà fatto la nostra Lucy?
Ognuno di voi avrà la propria opinione e di conseguenza la propria fine. Ma una cosa è certa: una volta che l’avrete trovata, applicatela nella vostra vita ed esaudite il vostro desiderio.
Quindi, quale sarà la sua fine?
Voi siete un po’ Lucy, ed anche un po’ Billy, e siete perfino come quel terzo uomo che, ignaro, si lavava le mani fischiettando nel bagno del locale.
Ed è per questo che dovete scegliere con cura il vostro finale.
Buona estate.
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Zoe

Penso a quella volta, quando eravamo nella tua macchina alle sette di sera, diretti alla famosa festa in terrazza.
Io ti stavo chiedendo in ordine se avevi delle chewing-gum, poi dei fazzoletti perché non trovavo i miei nella borsetta, e infine di mettere le canzoni del tuo telefono che le preferisco alle mie.
Finché, ad un tratto trovai il pacchetto di fazzoletti dalla mia borsa e mentre lo tirai fuori vittoriosa, tra te che brontolavi e la radio che suonava, ecco che l’occhio mi cadde fuori dal finestrino.
Un piccolo gatto nero stava solo e tremolante, seduto sul ciglio della strada.
“Fermati!”
“Che c’è?”, frenasti bruscamente.
Io nemmeno ti risposi, aprii lo sportello e corsi giù dalla macchina con il vestito che svolazzava. Raggiunsi quel puntino nero che mi fissava ed era indeciso se scappare o meno, e mentre mi chinavo lentamente- perché fin da piccola era così che diventavo amica degli animali-, tu mi sentisti dire cose strane con una voce dolce.
“Che c’è? Cos’hai trovato?”
“È un cucciolo!” Urlai io dalla strada.
“Eh?”, sordo che non sei altro.
“Guarda!”, mi avvicinai e mi affacciai dal lato del passeggero con un sorriso che neanche a natale: “è un gattino!”.
Tu eri curioso, dici di non amare gli animali, ma intanto sorridevi alla gattina o al gattino, non si sapeva ancora.
“Lo possiamo portare con noi? Non possiamo lasciarlo qui!”
La tua faccia era un “NI”, ma mi valeva la metà del “sì” della tua indecisione per cercare una scatola o qualcosa di simile dal tuo portabagagli.
La cassa vuota del Bianco di nera, mi sembrava perfetta. La presi ed estrassi tutti i fazzoletti rimasti dal mio pacchetto per rendere il fondo più morbido possibile. Poi ritornai al sedile del passeggero, portai con me la scatola-cuccetta e delicatamente vi misi dentro la gattina, come si fa con un neonato addormentato quando lo si mette nella culla; un neonato che però non voleva sapere di starsene fermo.
Chiusi delicatamente lo sportello della macchina -credo per la prima volta in vita mia- e intanto la guardavo.
Ero come rapita.
“Cos’hai intenzione di farne? Non credere che starà con me.” Mi dicesti serio.
“E come può stare con me, io non sto mai a casa.”
“No, non guardarmi così. Non starà con me. Punto.”
“Va bene, andiamo alla festa e vediamo se lì c’è qualcuno che la vuole”, dissi velocemente, perché era comunque giusto che lo dicessi. Sebbene, a dirla tutta, non era proprio vero che lo pensassi.
“Che ‘la vuole’? Perché, hai deciso che è una lei?”
“Si, ho deciso che è una lei”
“Ah, perché ora si decide se qualcuno è maschio o femmina?”, tu sempre sarcastico.
“Guarda che ho controllato, sapientone! E credo proprio che la chiamerò Zoe”, con gli occhi che brillavano, ero proprio fiera di quella scelta.
“Zoe? Perché Zoe? Un altro nome, no?”
“Ignorante: Zoe, dal greco “vita”, per come l’abbiamo trovata -in vita-, nonostante quella strada orribile.” dissi sognante.
“Poetica.”
“Non sfottere e andiamo alla festa”.
Dopo qualche minuto, eravamo già in autostrada. Sentivo il tuo sguardo su di me.
“Amore, che c’è?”, girai gli occhi, ma sapevi che me la ridevo.
“Non ti ci affezionare…”
“Ma non mi ci sto affezionando, la coccolo perché guarda com’è spaventata. Che poi, magari ha sete, con queso caldo! Hai finito la tua bottiglia? Dov’è? La posso prendere? Oppure magari ha fame, senti come miagola. Magari, ci possiamo fermare in un supermercato che compro un poco di latte? E mi guardi… si può sapere perché mi guardi e ridi pure?”
“Niente, niente. E magari, magari sì che andiamo al supermercato.”
Ero soddisfatta di quella risposta, guardavo il panorama che scorreva fuori dal finestrino e intanto accarezzavo quel batuffolo nero sotto il mento.
“Ah, come so come andrà finire questa storia” dicesti piano, talmente piano che… io ti sentii lo stesso perché tanto lo sai che ci sento benissimo.
E intanto Zoe finalmente si era calmata e si stava addormentando sulle mie gambe, chiaramente fuori dalla scatola.
“In questi casi, altro che master e titoli, ritorni proprio una bambina”, e ti piaceva.
“Ma cosa dici, tanto alla festa vedrai che troviamo subito a chi darla”, e si sa che non ci credevo nemmeno io. Allora abbassai gli occhi, e vidi che la piccola Zoe si era addormentata.
La mia piccola Zoe, quella che tu sapevi già fin dall’inizio sarebbe rimasta con noi.

Pensiero e sentimento, Racconti & Poesie

Poiesis

Io non credo a una vita senza amore ed è per questo che ho cominciato a scrivere.
Un anno fa, due anni fa, tre anni fa, quindici anni fa, non è vero che non ero innamorata: lo ero!
Lo ero dei personaggi che ho inventato, delle storie che ho immaginato, delle stanze che vi ho descritto.
Vedevo chiaramente ogni cosa, ogni abbraccio, ogni sguardo. Sentivo ogni parola, anche quella non detta, perfino quella che si nasconde tra i sospiri di chi guarda il cielo. 
Ho percepito la presenza nell’assenza, e l’ho concretizzata in occhi scuri e riccioli, tra i fogli bianchi di vecchi diari.
Ho sempre amato, in ogni racconto, un personaggio diverso. Quel personaggio che proveniva da qualche punto remoto dei miei sogni.
Ti ho amato che eri un uomo, ti ho abbracciato che eri tornato ragazzino. Ti ho consolato che eri impaurito, e ho rispettato i tuoi tempi quando eri stanco.
Poi mi sono innamorata anche di me, di tutti i personaggi che andavo personificando. Ho amato ogni me, protagonista, che via via, andava acquistando una fisionomia sempre diversa, sperimentando la vita e fortificandosi nel carattere.
Ma c’erano dei punti fermi ogni volta. Perché tu eri sempre tu, ed io ero sempre io, sebbene in ruoli diversi. Un giorno insieme, un giorno distanti, un giorno orgogliosi e l’altro di nuovo e ancora una volta amanti.
E in ogni pagina scritta, in ogni scena immaginata e in ogni discorso trascritto con nomi diversi, con il mare come sfondo, io non ho mai smesso neppure un giorno di amare, né di sentirmi amata.
Sono sempre stata innamorata dell’amore, e ho avuto bisogno di portarlo nella mia vita. Allora ho fatto un patto con la mia immaginazione: lei dettava, io scrivevo.
E quell’amore mi riscalda ancora e illumina i giorni più uggiosi, lui che è una fonte sempre gaia di piaceri, che ho creato e alimentato fin da quando ero una bambina, con tutta la potente dolcezza di cui è capace il mio cuore.

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La mansarda parigina

Fermiamoci a Parigi questa notte, prendiamoci una pausa dal nostro peregrinare e dormiamo sotto il tetto blu di quel palazzo davanti a noi.
Guarda, la porta è aperta e sono sicura che ci sarà una scala per salire fino in cima. E poi le vedi tra le tegole, quelle finestre rotonde? Sono fatte proprio per guardare la luna bella e tonda da lì, come se fossimo gatti o musicanti che compongono serenate ispirate al suo bagliore.
E inoltre pensa! Da lassù, ci arrampicheremmo fino in cima e ci sederemmo su quel punto piano, lo vedi là sulla destra accanto alla ciminiera? Lì, con un calice di vino e una coperta rossa, tu mi leggeresti Baudelaire, accompagnato dalla chitarra, e tra una poesia inventata e qualche nota stonata, ci perderemmo in grovigli di sogni confusi, ma pieni delle nostre speranze giovanili. Si finirebbe a imitare i grandi scrittori, mentre ci raccontiamo segrete verità che rimarranno solo tra noi, in quel punto a metà tra il vino e il cielo. E quando si sarà fatto molto tardi, torneremo sotto il tetto blu, e non essere scettico, proprio quel tetto blu di laggiù amore, quello che ancora non credi abbia per davvero un letto davanti a un camino acceso che ci aspetta.
Ma tu continua a credere in me, alle mie storie e a quello che la mia immaginazione ci spingerà a fare, perché ecco: queste sono le chiavi di quella mansarda sotto la luna di Parigi e con essa, anche del mio cuore.

Pensiero e sentimento

L’accettazione

Accettalo che le persone non possono venirti dietro come una corte fa con il re, perché niente ti è dovuto.
Accetta che raccogli quello che semini e che ciò che ottieni, sono reazioni (positive o meno) alle tue azioni (positive o meno).
Ricorda che una cattiva parola, una mancata attenzione o il silenzio sono azioni, significano seminare.
Ricorda che un gesto gentile, il tuo tempo o un sorriso sincero sono sempre altre azioni, per poter seminare.
E se non ti piace quello che raccogli, accetta che devi cambiare tu il modo di seminare, senza giudicare gli altri per il loro modo di reagire a quello che stai offrendo loro.
Non è facile l’accettazione, ma magari guadagni in qualità di vita nel comprendere che, avendo potere sulle tue azioni e non su quelle altrui, sei tu, per primo, a dover cominciare a seminare le cose giuste.
Insomma, basta raccogliere tempesta, non ti pare?

Poesia, Racconti & Poesie

Le stanze

Ho stanze per tutti nel mio cuore,
senza odio e né rancore.
E forse è vero che silenzi possono fare allontanare.
Ma nei pensieri, io riesco sempre a tornare.

Pensieri della sera che magari non parlano sempre di amore

Oggi dove?

Guai a me se mi faccio prendere dalla paura di viaggiare.
Guai a me se mi blocco in una stanza all’interno di una casa, dentro le mura di una città, solo perché impaurita dall’ignoto.
Guai a me se mi ritrovo a pensare che quando lo facevo a 22 anni, lo facevo con un altro spirito.
E no! Perché lo spirito va avanti, cresce e progredisce nel viaggio. Non si arresta, non si nasconde sotto il letto tornando indietro, regredendo a un bambino.
Guai a me se perdo il coraggio di stare in mia sola compagnia; se ho il terrore di attraversare strade sconosciute, tra persone di lingue diverse dalla mia.
Guai a me se perdo l’avventura che sento vibrare nelle vene nei mesi di prigionia davanti a un computer! Smetterei di sognare, smetterei di essere chi sono.
Perché io nutrivo il germe della libertà fin da prima che avessi vent’anni; ancora prima di quel viaggio in cui mi ritrovai a scoprire il mondo da sola, quando capii che, eppure, la cosa mi piaceva.
Perciò non mi fermerete: non fermerete me, come tante altre compagne viaggiatrici. Anzi, continueremo sempre a crescere, influenzeremo come un morbo di libertà, tutte le altre viaggiatrici che sono ancora bloccate a casa dalla camicia di forza della routine e delle paure.
Potete farci paura, spaventarci con la vostra barbarie opposta alle nostre debolezze. Potete essere bestie oscene, voi che ciechi di sangue stroncate le vite di donne -di persone- che vogliono solo esplorare il luogo in cui sono nate. E noi abbiamo il diritto di esplorare la nostra terra, che per quanto grande sia, è sempre il luogo da cui proveniamo e che ci appartiene. E dobbiamo farlo senza paura che dietro l’angolo ci possa essere la fine del mondo, del nostro viaggio.
Perciò guai a voi -e sempre guai a me- se vi fermate perché così farete vincere i mostri. E purtroppo si sa che i lupi hanno spesso abitato le favole, ma noi, ragazze e ragazzi liberi, continuiamo a trasformare gli incubi in sogni, e a incuriosirci, lasciare il porto, viaggiare. Poi, se può servire, continuiamo a partire anche da soli, perché è proprio uno dei rimedi più potenti per esaudire quell’unico desiderio che ci tormenta: curarci l’anima, sentendoci liberi.

Perciò, oggi dove?
Oggi Austria.

Poesia, Racconti & Poesie

Alchimia

Tu tienimi la mano,
Quando mi vedi
E intreccia le tue dita con le mie.
Fallo in silenzio,
Senza farti vedere da nessuno,
Perché quello sarà il nostro segreto;
Che mentre fuori appariremo come una mattinata di sole primaverile,
Dentro si scatenerà un uragano alchemico, pronto a trasformarci.
Allora tu, semplicemente, tienimi le mani
Che da quel solo tocco così intimo,
Sempre scaturirà l’abbraccio delle nostre anime innamorate.

Racconti, Racconti & Poesie

Io, oggi e a partire da domani

In questa storia non ci sono ritorni, porte che si riaprono, mazzi di fiori regalati.
In questa storia ci sono un cuore rotto, capelli lunghi e occhi scuri, indecisi se piangere o dover fingere di ridere.
In questa storia c’è un vuoto incolmabile, ma da dover lo stesso riempire per vivere.
In questa storia ci sono gli amici, c’è lo studio, la ricerca del lavoro.
In questa storia c’è la scrittura, e poi le foto, i viaggi, il mare. Ci sono le uscite senza voglia, le parole di conforto per terzi, quelle che alla fine confortano soltanto te, insieme a tante passeggiate.
Ci sono lunghe ore passate al buio, sotto una coperta troppo grande per te sola e ci sono altrettante ore passate al telefono con chi ti conosce, ma che poi, chiusa la chiamata, se ne ritorna normalmente alla sua vita.
Questa è una storia in cui serve essere forti, perché -ti dici- è ridicolo farsi abbattere da un solo motivo, da uno di quelli che hanno un nome, un cognome e magari un’amante, quando la vita è fatta di altro. E allora ci si concentra su altri libri da leggere, tele da comprare per dipingere e strumenti da suonare in solitaria.
Perché non c’è solo l’amore per un uomo, ed è questo il tema del racconto: l’amore può assumere varie forme e prendere varie direzioni con altrettante destinazioni.
Il cuore è ferito e, nonostante tutto, povero scemo, si conserva una sua fotografia all’interno di un suo cassetto; ma l’amore, l’amore è come l’aria trasparente che prende la forma del contenitore in cui decidi di riporlo, perché costui lo custodisca – o almeno in teoria, nelle favole e nelle eccezioni umane-.
Nella vecchia storia aveva scelto te, come vaso, contenitore, porta reliquie: a pensarci bene, era un poco come se avessi già previsto lo schianto e la morte che mi avrebbe fatta in pezzi. Ed è per questo che rivoglio indietro i pezzi di cuore, se devi proprio bussare ancora alla mia porta, nel tuo voler per forza darmi qualcosa a giorni alterni. Che poi questo “qualcosa” sia la tua presenza, il tuo -finto- amore o la tua leggerezza poco -ti- importa. Al contrario, riportati, invece, tutti i ricordi, uno ad uno. No, i regali no, quelli assolutamente non me li ridare, te li puoi tenere che non voglio più vederli. Con loro, riportati anche le risate e quella dolcezza che da qualche parte trovavi per darla a me, insieme alle cene a lume di candela sul mio balcone. Ed io, in cambio, fingerò di levare dal mio discorso parte della mia ira, togliendo ogni inciso, ogni frecciatina che spero ti colpisca e ti inietti quel virus per te letale, chiamato empatia.
Rimangiati le volte in cui ti sei confuso e, a tua volta, mi hai voluto far confondere, andandotene nuovamente, facendo ripartire da zero il distacco come se non avessi già dovuto affrontarlo altre mille volte nei miei ricordi, durante le notte sonni e insonni, e in quelle volte in cui sei venuto, faccia tosta che sei, a suonare di nuovo alla mia porta.
Quindi, no, in questa storia non c’è più tempo, né spazio, né voglia per nessuno che un giorno decide di tornare e andarsene nuovamente il minuto dopo.
Perché, vedi, se tu non fossi così, ci sarebbe tutto il tempo del mondo: butterei perfino qualsiasi lancetta esistente per ricavarne dell’altro. Ma non è così, tu non sei così ed io è per questo che, assurdamente e razionalmente, non voglio te.
E quindi non c’è tempo per le tue braccia, non c’è più desiderio di un abbraccio o di un bacio consolatore. Non ho voglia di stare con te per avvelenarmi della tua dipendenza; non ho voglia di starti vicino come se avessi accanto un orologio che conta i minuti alla rovescia, prima che tu vada via di nuovo in balia del tuo insano ballo guidato dal caos  della tua solita confusione.
Togli quel caos dalla mia vita, togli la tua di vita dalla mia vita.
Perché in questa storia, nella mia storia, non c’è più posto per ciò che sei e per ciò che mi hai lasciato: non c’è più posto per cuori spezzati e pianti notturni. Non c’è più spazio per lunghi dialoghi immaginati davanti allo specchio o per la tua follia che un giorno mi mostra la mano, mentre l’altro mi da’ le spalle.
In questa storia, dunque, non ci sono ritorni, porte che si riaprono e perdoni che ti accolgono.
In questa storia ci sono io, oggi e a partire da domani.

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Il bambino

Tu che urli non mi fai paura; colgo l’essenziale da tutto quell’urgano di energia e parole.
Ti senti solo, incompreso, vittima. Vuoi vincere, vuoi sempre vincere, come vincevi da bambino tra le braccia di tua madre.
Ancora che ti alzi e aumenti il tono della voce. Ancora che mi riempi di improperi, di parole pesanti come mattoni lanciati in faccia, di nomi che non mi si addicono. Forse era così che venivi trattato, forse era così che ti sentivi: intendo, colpito da tanti mattoni in piena faccia e sommerso da parole che non si addicevano nemmeno a te.
Lo vedo che mi vuoi ancora qui. Lo vedo che se te ne vai, vuoi che ti venga a prendere. Lo sento che vai a rintanarti su un trono, ormai malamente illuminato dai riflettori. Non sei più sulle gambe di tua nonna che ti cullava, non c’è più tuo padre che, dopo averti sgridato, ti si sedeva accanto. Adesso il trono è scarno, ma per il tuo orgoglio quella fioca luce che ti illumina la corona sbilenca è tutto, è tanto, anche più di me.
E quindi se mi urli e scambi il mio nome con Elena; e quindi se mi pesti con le parole e con gli occhi, io non muovo una foglia.
Non mi tocchi, non mi scalfisci, non mi ferisci nemmeno un pò.
Per tanti anni sono partita alla ricerca di me stessa, in un lungo viaggio fatto di spiagge deserte, mari in tempesta e prati meravigliosi devastati di colpo da piogge torrenziali. Ma bene o male, nel deserto, tra le tormente e in mezzo al mare mi sono trovata. Io stessa sono stata la mia compagna di avventure, dandomi così il doppio della forza per arrivare qui ad affermare il mio nome.
Io non sono Elena, che nel viaggio ho potuto conoscere, riuscendo così a vedere chiaramente che non mi somiglia. Il mio mestiere non è essere infermiera, né essere tua madre e neppure il sacco da boxe che serve a farti sfogare senza fiatare. Io sono una donna che è nata libera, in un mondo dove la mia voce valeva quanto quella di un uomo. Sono un’artista: vivo di musica, di colori e di poesia. E non è la rabbia a muovermi, perché mi hanno insegnato a trasformare tutta l’energia in passione.
I miei sentimenti ondeggiano in una danza che si muove giù e su, e in questi alti e bassi ho imparato a riconoscere la vita. So aspettare la fine della tempesta, ma fintantoché essa perdura e bagna tutto, cerco riparo senza piangere, immobile. Allora vago e corro sicura; ed anche se, per la maggior parte delle volte, non so nemmeno io dove sto andando, sono comunque spinta dalla certezza che ciò che cerco, mi troverà.
Non ho paura a lasciare andare, non ho bisogno di inseguire. Non ho bisogno di accendere i riflettori sul tuo trono per totale venerazione.
Tempo fa, ho dovuto spengere le luci superflue sul mio di trono e l’ho abbandonato lì, sulla punta di un’altissima montagna innevata. Discesa fino alle pendici, il mio viaggio era cominciato, aiutandomi con l’unica luce che mi ero tenuta: quella semplice torcia che mio nonno utilizzava per vederci meglio.
Adesso sono qui, che penso a tutto questo mentre tu stai ancora parlando ad alta voce: ed io ti vedo, ma non ti sento. Immagino di vedere uscire dal tuo petto un bambino di sette anni che piange e che vorrebbe solo giocare. Parlerò con lui del senso di inferiorità che lo fa sentire in ombra rispetto ai suoi compagni o ai suoi fratelli e gli ricorderò che nella vita bisogna essere il più sé stessi possibile per far sì che tutto venga naturale e per dare il meglio: “Perchè, amore, nessun altro potrebbe essere te, meglio di come puoi esserlo tu”.  A quel punto lo abbraccerò, ma soltanto dopo che sarà sceso dal suo trono illuminato dalle attenzioni della madre e sarà venuto da me; insieme mangeremo pane e cioccolato, accoccolati mentre ci guardiamo un cartone animato al calduccio di una coperta. Probabilmente per quel momento, anche io avrò di nuovo sette anni, e godrò della presenza del mio migliore compagno.
Dopo di ciò congederò quel bimbo che ha i tuoi stessi occhi ardenti e lo vedrò rientrare nel tuo petto. A quel punto anche io avrò ripreso le sembianze di una donna, dove ogni ruga è una medaglia all’esperienza.
Come una fiamma che si irradia dal suo centro, vedrò da fuori i suoi influssi che si spargeranno per tutto il tuo corpo, arrivando alla testa e calmandoti la lingua.
Tu mi guarderai, ti fermerai ed io rimarrò lì semplicemente ad aspettare: ad aspettare che l’uomo che sei, faccia parlare quel bimbo che voleva un semplice abbraccio che lo facesse sentire al sicuro.
Ed ecco che qualcosa l’ho pure imparata in questa vita: anche io vivo in alto, anche se poi scendo giù, poi riprendo la rincorsa per risalire e dopo ancora giù.
Eppure, in questo parco giochi variopinto e in balia dei venti, devo lasciare il superfluo, come i tuoi monologhi di mattoni. Mi scosto un poco e quelli che ho raccolto tra le braccia, li lascio cadere nel vuoto, in modo che possa rimanere leggera. É questo il mio segreto per volare, è questo lo zaino che non mi porto più dietro, perché soltanto così posso raggiungere il cielo, più in alto che posso e portarti con me.
E allora ti guardo, mentre le tue parole, lo ripeto, io non le ascolto; quelle tue tante parole che poi alla fine vogliono dire l’unica cosa che davvero sento: “Amami”.
E lo farò.