Pensiero e sentimento, Racconti & Poesie

Poiesis

Io non credo a una vita senza amore ed è per questo che ho cominciato a scrivere.
Un anno fa, due anni fa, tre anni fa, quindici anni fa, non è vero che non ero innamorata: lo ero!
Lo ero dei personaggi che ho inventato, delle storie che ho immaginato, delle stanze che vi ho descritto.
Vedevo chiaramente ogni cosa, ogni abbraccio, ogni sguardo. Sentivo ogni parola, anche quella non detta, perfino quella che si nasconde tra i sospiri di chi guarda il cielo. 
Ho percepito la presenza nell’assenza, e l’ho concretizzata in occhi scuri e riccioli, tra i fogli bianchi di vecchi diari.
Ho sempre amato, in ogni racconto, un personaggio diverso. Quel personaggio che proveniva da qualche punto remoto dei miei sogni.
Ti ho amato che eri un uomo, ti ho abbracciato che eri tornato ragazzino. Ti ho consolato che eri impaurito, e ho rispettato i tuoi tempi quando eri stanco.
Poi mi sono innamorata anche di me, di tutti i personaggi che andavo personificando. Ho amato ogni me, protagonista, che via via, andava acquistando una fisionomia sempre diversa, sperimentando la vita e fortificandosi nel carattere.
Ma c’erano dei punti fermi ogni volta. Perché tu eri sempre tu, ed io ero sempre io, sebbene in ruoli diversi. Un giorno insieme, un giorno distanti, un giorno orgogliosi e l’altro di nuovo e ancora una volta amanti.
E in ogni pagina scritta, in ogni scena immaginata e in ogni discorso trascritto con nomi diversi, con il mare come sfondo, io non ho mai smesso neppure un giorno di amare, né di sentirmi amata.
Sono sempre stata innamorata dell’amore, e ho avuto bisogno di portarlo nella mia vita. Allora ho fatto un patto con la mia immaginazione: lei dettava, io scrivevo.
E quell’amore mi riscalda ancora e illumina i giorni più uggiosi, lui che è una fonte sempre gaia di piaceri, che ho creato e alimentato fin da quando ero una bambina, con tutta la potente dolcezza di cui è capace il mio cuore.

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Pensiero e sentimento, Racconti & Poesie

La mansarda parigina

Fermiamoci a Parigi questa notte, prendiamoci una pausa dal nostro peregrinare e dormiamo sotto il tetto blu di quel palazzo davanti a noi.
Guarda, la porta è aperta e sono sicura che ci sarà una scala per salire fino in cima. E poi le vedi tra le tegole, quelle finestre rotonde? Sono fatte proprio per guardare la luna bella e tonda da lì, come se fossimo gatti o musicanti che compongono serenate ispirate al suo bagliore.
E inoltre pensa! Da lassù, ci arrampicheremmo fino in cima e ci sederemmo su quel punto piano, lo vedi là sulla destra accanto alla ciminiera? Lì, con un calice di vino e una coperta rossa, tu mi leggeresti Baudelaire, accompagnato dalla chitarra, e tra una poesia inventata e qualche nota stonata, ci perderemmo in grovigli di sogni confusi, ma pieni delle nostre speranze giovanili. Si finirebbe a imitare i grandi scrittori, mentre ci raccontiamo segrete verità che rimarranno solo tra noi, in quel punto a metà tra il vino e il cielo. E quando si sarà fatto molto tardi, torneremo sotto il tetto blu, e non essere scettico, proprio quel tetto blu di laggiù amore, quello che ancora non credi abbia per davvero un letto davanti a un camino acceso che ci aspetta.
Ma tu continua a credere in me, alle mie storie e a quello che la mia immaginazione ci spingerà a fare, perché ecco: queste sono le chiavi di quella mansarda sotto la luna di Parigi e con essa, anche del mio cuore.

Pensiero e sentimento

L’accettazione

Accettalo che le persone non possono venirti dietro come una corte fa con il re, perché niente ti è dovuto.
Accetta che raccogli quello che semini e che ciò che ottieni, sono reazioni (positive o meno) alle tue azioni (positive o meno).
Ricorda che una cattiva parola, una mancata attenzione o il silenzio sono azioni, significano seminare.
Ricorda che un gesto gentile, il tuo tempo o un sorriso sincero sono sempre altre azioni, per poter seminare.
E se non ti piace quello che raccogli, accetta che devi cambiare tu il modo di seminare, senza giudicare gli altri per il loro modo di reagire a quello che stai offrendo loro.
Non è facile l’accettazione, ma magari guadagni in qualità di vita nel comprendere che, avendo potere sulle tue azioni e non su quelle altrui, sei tu, per primo, a dover cominciare a seminare le cose giuste.
Insomma, basta raccogliere tempesta, non ti pare?

Poesia, Racconti & Poesie

Le stanze

Ho stanze per tutti nel mio cuore,
senza odio e né rancore.
E forse è vero che silenzi possono fare allontanare.
Ma nei pensieri, io riesco sempre a tornare.

Pensieri della sera che magari non parlano sempre di amore

Oggi dove?

Guai a me se mi faccio prendere dalla paura di viaggiare.
Guai a me se mi blocco in una stanza all’interno di una casa, dentro le mura di una città, solo perché impaurita dall’ignoto.
Guai a me se mi ritrovo a pensare che quando lo facevo a 22 anni, lo facevo con un altro spirito.
E no! Perché lo spirito va avanti, cresce e progredisce nel viaggio. Non si arresta, non si nasconde sotto il letto tornando indietro, regredendo a un bambino.
Guai a me se perdo il coraggio di stare in mia sola compagnia; se ho il terrore di attraversare strade sconosciute, tra persone di lingue diverse dalla mia.
Guai a me se perdo l’avventura che sento vibrare nelle vene nei mesi di prigionia davanti a un computer! Smetterei di sognare, smetterei di essere chi sono.
Perché io nutrivo il germe della libertà fin da prima che avessi vent’anni; ancora prima di quel viaggio in cui mi ritrovai a scoprire il mondo da sola, quando capii che, eppure, la cosa mi piaceva.
Perciò non mi fermerete: non fermerete me, come tante altre compagne viaggiatrici. Anzi, continueremo sempre a crescere, influenzeremo come un morbo di libertà, tutte le altre viaggiatrici che sono ancora bloccate a casa dalla camicia di forza della routine e delle paure.
Potete farci paura, spaventarci con la vostra barbarie opposta alle nostre debolezze. Potete essere bestie oscene, voi che ciechi di sangue stroncate le vite di donne -di persone- che vogliono solo esplorare il luogo in cui sono nate. E noi abbiamo il diritto di esplorare la nostra terra, che per quanto grande sia, è sempre il luogo da cui proveniamo e che ci appartiene. E dobbiamo farlo senza paura che dietro l’angolo ci possa essere la fine del mondo, del nostro viaggio.
Perciò guai a voi -e sempre guai a me- se vi fermate perché così farete vincere i mostri. E purtroppo si sa che i lupi hanno spesso abitato le favole, ma noi, ragazze e ragazzi liberi, continuiamo a trasformare gli incubi in sogni, e a incuriosirci, lasciare il porto, viaggiare. Poi, se può servire, continuiamo a partire anche da soli, perché è proprio uno dei rimedi più potenti per esaudire quell’unico desiderio che ci tormenta: curarci l’anima, sentendoci liberi.

Perciò, oggi dove?
Oggi Austria.

Poesia, Racconti & Poesie

Alchimia

Tu tienimi la mano,
Quando mi vedi
E intreccia le tue dita con le mie.
Fallo in silenzio,
Senza farti vedere da nessuno,
Perché quello sarà il nostro segreto;
Che mentre fuori appariremo come una mattinata di sole primaverile,
Dentro si scatenerà un uragano alchemico, pronto a trasformarci.
Allora tu, semplicemente, tienimi le mani
Che da quel solo tocco così intimo,
Sempre scaturirà l’abbraccio delle nostre anime innamorate.

Racconti, Racconti & Poesie

Io, oggi e a partire da domani

In questa storia non ci sono ritorni, porte che si riaprono, mazzi di fiori regalati.
In questa storia ci sono un cuore rotto, capelli lunghi e occhi scuri, indecisi se piangere o dover fingere di ridere.
In questa storia c’è un vuoto incolmabile, ma da dover lo stesso riempire per vivere.
In questa storia ci sono gli amici, c’è lo studio, la ricerca del lavoro.
In questa storia c’è la scrittura, e poi le foto, i viaggi, il mare. Ci sono le uscite senza voglia, le parole di conforto per terzi, quelle che alla fine confortano soltanto te, insieme a tante passeggiate.
Ci sono lunghe ore passate al buio, sotto una coperta troppo grande per te sola e ci sono altrettante ore passate al telefono con chi ti conosce, ma che poi, chiusa la chiamata, se ne ritorna normalmente alla sua vita.
Questa è una storia in cui serve essere forti, perché -ti dici- è ridicolo farsi abbattere da un solo motivo, da uno di quelli che hanno un nome, un cognome e magari un’amante, quando la vita è fatta di altro. E allora ci si concentra su altri libri da leggere, tele da comprare per dipingere e strumenti da suonare in solitaria.
Perché non c’è solo l’amore per un uomo, ed è questo il tema del racconto: l’amore può assumere varie forme e prendere varie direzioni con altrettante destinazioni.
Il cuore è ferito e, nonostante tutto, povero scemo, si conserva una sua fotografia all’interno di un suo cassetto; ma l’amore, l’amore è come l’aria trasparente che prende la forma del contenitore in cui decidi di riporlo, perché costui lo custodisca – o almeno in teoria, nelle favole e nelle eccezioni umane-.
Nella vecchia storia aveva scelto te, come vaso, contenitore, porta reliquie: a pensarci bene, era un poco come se avessi già previsto lo schianto e la morte che mi avrebbe fatta in pezzi. Ed è per questo che rivoglio indietro i pezzi di cuore, se devi proprio bussare ancora alla mia porta, nel tuo voler per forza darmi qualcosa a giorni alterni. Che poi questo “qualcosa” sia la tua presenza, il tuo -finto- amore o la tua leggerezza poco -ti- importa. Al contrario, riportati, invece, tutti i ricordi, uno ad uno. No, i regali no, quelli assolutamente non me li ridare, te li puoi tenere che non voglio più vederli. Con loro, riportati anche le risate e quella dolcezza che da qualche parte trovavi per darla a me, insieme alle cene a lume di candela sul mio balcone. Ed io, in cambio, fingerò di levare dal mio discorso parte della mia ira, togliendo ogni inciso, ogni frecciatina che spero ti colpisca e ti inietti quel virus per te letale, chiamato empatia.
Rimangiati le volte in cui ti sei confuso e, a tua volta, mi hai voluto far confondere, andandotene nuovamente, facendo ripartire da zero il distacco come se non avessi già dovuto affrontarlo altre mille volte nei miei ricordi, durante le notte sonni e insonni, e in quelle volte in cui sei venuto, faccia tosta che sei, a suonare di nuovo alla mia porta.
Quindi, no, in questa storia non c’è più tempo, né spazio, né voglia per nessuno che un giorno decide di tornare e andarsene nuovamente il minuto dopo.
Perché, vedi, se tu non fossi così, ci sarebbe tutto il tempo del mondo: butterei perfino qualsiasi lancetta esistente per ricavarne dell’altro. Ma non è così, tu non sei così ed io è per questo che, assurdamente e razionalmente, non voglio te.
E quindi non c’è tempo per le tue braccia, non c’è più desiderio di un abbraccio o di un bacio consolatore. Non ho voglia di stare con te per avvelenarmi della tua dipendenza; non ho voglia di starti vicino come se avessi accanto un orologio che conta i minuti alla rovescia, prima che tu vada via di nuovo in balia del tuo insano ballo guidato dal caos  della tua solita confusione.
Togli quel caos dalla mia vita, togli la tua di vita dalla mia vita.
Perché in questa storia, nella mia storia, non c’è più posto per ciò che sei e per ciò che mi hai lasciato: non c’è più posto per cuori spezzati e pianti notturni. Non c’è più spazio per lunghi dialoghi immaginati davanti allo specchio o per la tua follia che un giorno mi mostra la mano, mentre l’altro mi da’ le spalle.
In questa storia, dunque, non ci sono ritorni, porte che si riaprono e perdoni che ti accolgono.
In questa storia ci sono io, oggi e a partire da domani.

Racconti, Racconti & Poesie

Il bambino

Tu che urli non mi fai paura; colgo l’essenziale da tutto quell’urgano di energia e parole.
Ti senti solo, incompreso, vittima. Vuoi vincere, vuoi sempre vincere, come vincevi da bambino tra le braccia di tua madre.
Ancora che ti alzi e aumenti il tono della voce. Ancora che mi riempi di improperi, di parole pesanti come mattoni lanciati in faccia, di nomi che non mi si addicono. Forse era così che venivi trattato, forse era così che ti sentivi: intendo, colpito da tanti mattoni in piena faccia e sommerso da parole che non si addicevano nemmeno a te.
Lo vedo che mi vuoi ancora qui. Lo vedo che se te ne vai, vuoi che ti venga a prendere. Lo sento che vai a rintanarti su un trono, ormai malamente illuminato dai riflettori. Non sei più sulle gambe di tua nonna che ti cullava, non c’è più tuo padre che, dopo averti sgridato, ti si sedeva accanto. Adesso il trono è scarno, ma per il tuo orgoglio quella fioca luce che ti illumina la corona sbilenca è tutto, è tanto, anche più di me.
E quindi se mi urli e scambi il mio nome con Elena; e quindi se mi pesti con le parole e con gli occhi, io non muovo una foglia.
Non mi tocchi, non mi scalfisci, non mi ferisci nemmeno un pò.
Per tanti anni sono partita alla ricerca di me stessa, in un lungo viaggio fatto di spiagge deserte, mari in tempesta e prati meravigliosi devastati di colpo da piogge torrenziali. Ma bene o male, nel deserto, tra le tormente e in mezzo al mare mi sono trovata. Io stessa sono stata la mia compagna di avventure, dandomi così il doppio della forza per arrivare qui ad affermare il mio nome.
Io non sono Elena, che nel viaggio ho potuto conoscere, riuscendo così a vedere chiaramente che non mi somiglia. Il mio mestiere non è essere infermiera, né essere tua madre e neppure il sacco da boxe che serve a farti sfogare senza fiatare. Io sono una donna che è nata libera, in un mondo dove la mia voce valeva quanto quella di un uomo. Sono un’artista: vivo di musica, di colori e di poesia. E non è la rabbia a muovermi, perché mi hanno insegnato a trasformare tutta l’energia in passione.
I miei sentimenti ondeggiano in una danza che si muove giù e su, e in questi alti e bassi ho imparato a riconoscere la vita. So aspettare la fine della tempesta, ma fintantoché essa perdura e bagna tutto, cerco riparo senza piangere, immobile. Allora vago e corro sicura; ed anche se, per la maggior parte delle volte, non so nemmeno io dove sto andando, sono comunque spinta dalla certezza che ciò che cerco, mi troverà.
Non ho paura a lasciare andare, non ho bisogno di inseguire. Non ho bisogno di accendere i riflettori sul tuo trono per totale venerazione.
Tempo fa, ho dovuto spengere le luci superflue sul mio di trono e l’ho abbandonato lì, sulla punta di un’altissima montagna innevata. Discesa fino alle pendici, il mio viaggio era cominciato, aiutandomi con l’unica luce che mi ero tenuta: quella semplice torcia che mio nonno utilizzava per vederci meglio.
Adesso sono qui, che penso a tutto questo mentre tu stai ancora parlando ad alta voce: ed io ti vedo, ma non ti sento. Immagino di vedere uscire dal tuo petto un bambino di sette anni che piange e che vorrebbe solo giocare. Parlerò con lui del senso di inferiorità che lo fa sentire in ombra rispetto ai suoi compagni o ai suoi fratelli e gli ricorderò che nella vita bisogna essere il più sé stessi possibile per far sì che tutto venga naturale e per dare il meglio: “Perchè, amore, nessun altro potrebbe essere te, meglio di come puoi esserlo tu”.  A quel punto lo abbraccerò, ma soltanto dopo che sarà sceso dal suo trono illuminato dalle attenzioni della madre e sarà venuto da me; insieme mangeremo pane e cioccolato, accoccolati mentre ci guardiamo un cartone animato al calduccio di una coperta. Probabilmente per quel momento, anche io avrò di nuovo sette anni, e godrò della presenza del mio migliore compagno.
Dopo di ciò congederò quel bimbo che ha i tuoi stessi occhi ardenti e lo vedrò rientrare nel tuo petto. A quel punto anche io avrò ripreso le sembianze di una donna, dove ogni ruga è una medaglia all’esperienza.
Come una fiamma che si irradia dal suo centro, vedrò da fuori i suoi influssi che si spargeranno per tutto il tuo corpo, arrivando alla testa e calmandoti la lingua.
Tu mi guarderai, ti fermerai ed io rimarrò lì semplicemente ad aspettare: ad aspettare che l’uomo che sei, faccia parlare quel bimbo che voleva un semplice abbraccio che lo facesse sentire al sicuro.
Ed ecco che qualcosa l’ho pure imparata in questa vita: anche io vivo in alto, anche se poi scendo giù, poi riprendo la rincorsa per risalire e dopo ancora giù.
Eppure, in questo parco giochi variopinto e in balia dei venti, devo lasciare il superfluo, come i tuoi monologhi di mattoni. Mi scosto un poco e quelli che ho raccolto tra le braccia, li lascio cadere nel vuoto, in modo che possa rimanere leggera. É questo il mio segreto per volare, è questo lo zaino che non mi porto più dietro, perché soltanto così posso raggiungere il cielo, più in alto che posso e portarti con me.
E allora ti guardo, mentre le tue parole, lo ripeto, io non le ascolto; quelle tue tante parole che poi alla fine vogliono dire l’unica cosa che davvero sento: “Amami”.
E lo farò.

Poesia, Racconti & Poesie

Tutte le parole che non trovo

Tutte le parole che non trovo sono da qualche parte in un punto della mia lingua; sono nate dal cuore e si sono depositate proprio lì, a un passo dalle labbra.
Tutte le parole che non trovo sento che si trovano da qualche parte nella testa, in un cassetto dentro un cassetto, dentro un armadio chiuso a chiave e coperto da un telo bianco.
Alcune delle parole che non trovo, sono venute fuori in un certo momento dalla punta della mia mano: sono atterrate su un foglio bianco che è stato ripiegato e ricordo che terminavano in rima.
Quelle parole che non trovo e che erano volate via, si trovavano da qualche parte su di una panchina che sapeva di salsedine e tramonti; e l’ultima volta che ci sono passata, già non c’erano più.
Tutte le parole che non trovo, e che dovevano arrivare alle tue orecchie, per raggiungere qualche parte del tuo di cuore o della tua testa, ero convinta che adesso si trovassero in mezzo al mare.  A quest’ora il vento doveva averle spinte lontano, togliendole a me, perché io ne sono rimasta senza.
Eppure le mie di parole, quelle che non posso più trovare, so che hanno trovato loro il modo per arrivare a te. E lo hanno fatto tramite queste pagine, tatuate sulla pelle di questo foglio, che in un giorno ventoso è venuto a poggiarsi nuovamente su quella panchina di salsedine dove hai deciso sederti ancora.

Pensiero e sentimento, Racconti, Racconti & Poesie

A Virginia

Mi ritrovai a pensarlo.
Stavo a letto, leggendo un libro dalla copertina azzurra e, mentre i caratteri neri si alternavano agli spazi bianchi, ecco che io ripensavo a lui.
I giardini inglesi di Virginia diventavano pezzi di strade familiari e quelle conversazioni cambiavano voci, assumendo le nostre, solo più roche e stridenti.
Così io lo ripensai, mentre sfogliavo le pagine senza guardarle; mentre richiudevo il libro senza segnalibro, e vedevo i suoi capelli scuri da sopra quella copertina azzurra color cielo terso e lontano.
E allora forse il paradiso era quello; e dunque l’amore erano le sue braccia, e forse il vero calore poteva scaturire solamente dalla sua carne che toccava la mia.
E allora io, senza tutto questo, andavo perdendo significato?
Non lo sapevo: tenevo il libro in mano, accarezzando il cielo azzurro con la punta delle dita e quei pensieri cominciavano a gocciolare dalla mia testa fino a sfociare in una pioggia torrenziale che mi arrivava agli occhi.
Un’inondazione nel mio di cielo azzurro, mare mosso nei miei occhi. Avevo il terremoto nella testa e quest’apocalissi si era generata in un non-istante, per una parola nera tra due spazi bianchi che mi hanno portato indietro, indietro e basta.
Leggevo Virginia e leggevo me stessa, leggevo Virginia e intanto incominciavo a intravedere nei suoi discorsi quello che non volevo io, ma che volevano i pensieri irrisolti e le conversazioni mai concluse.
L’Inghilterra che ho sempre amato perdeva ormai fascino tra quei fogli; la mia mente volava in quel luogo che si stava concretizzando a partire dal ricordo. E poi la nostalgia, quella compagna sempre in agguato, mi fece chiudere il libro e aprire la porta di casa.
Una panchina nuova, solitaria, ingenua e ignara di tutte le vicende d’amore che avrebbe sostenuto negli anni, mi aspettava sotto l’ulivo e a una lunga camminata di distanza da casa mia.
Ai piedi dell’albero c’era ombra e anche pace: tutto quello che voleva la mia testa in piena guerra fredda con il passato.
Mi sedetti, con un uomo e una donna dai nomi conosciuti che mi urlavano, in un ping pong di parole lanciate tra un orecchio e l’altro, passando per la testa.
“Sono quella che tu non sei. Sei quello che io non sono. Siamo nomi, siamo foglie, siamo il vento che ci ha preso e spostato. Siamo il giallo e siamo il grigio. Siamo il rosso diventato marrone. Siamo il nero e nessun colore. Siamo nessun colore, amore”.
Scrivevo nel taccuino accanto l’ulivo, e scrivendo, parlavo di rabbia, di te, di odio, di amore e ancora di te. Contavo i mesi, poi le ore e più ti scrivevo e sfogavo la burrasca dei pensieri, più mi accorgevo che mi andavo scordando dei dettagli del tuo viso.
Avevo la tua voce che impazziva nella mia testa, quella sì: era quella che mi amava e che poi fingeva, quella che tornava e che dopo avermi confusa, mi abbandonava a me stessa.
Avevo le tue parole conservate nel cassetto del mio cuore; avevo ancora quel pezzo del tuo cuore che mi avevi regalato, qui sotto il braccio sinistro. Avevo conservato tutto.
E invece tu dov’eri?
Mi hai lasciato tante parti di te, pezzi di passato e di ricordo; mi hai lasciato i silenzi, mi hai lasciato le parole non dette insieme ai gesti non espressi. Mi hai lasciato tutte cose che io non posso toccare con le mie mani: non c’è niente da schiaffeggiare, niente da accarezzare.
Da qualche parte del mondo, ci sarai tu che cammini e fischietti allegramente nell’andare al lavoro, ignaro degli effetti di quelle piume e poi dei sassi e delle carezze e poi dei coltelli che mi hai lanciato.
In una parte del mondo, ci sei tu che entri serenamente in un bar a ordinarti un caffè: lo sorseggi, lo assapori, mentre c’è qualcun altro che si sta ancora curando tutte le ferite per quel caffè caldo che, senza nemmeno accorgertene, hai lanciato sui tagli che fingevi di curare.
Avevi dimenticato l’importanza delle parole, che sono lame e sono piume. Eppure io ancora non avevo dimenticato la tua voce, la tua bella voce travestita da musica, ma che fendeva la mia carne come vetri infranti.
E dunque, in questo taccuino scriverò un brano, qui, seduta all’ombra dell’ulivo. E parlerà di amore e di odio e di rabbia e di te.
Appena finito, prenderò una foglia dall’albero, la metterò in mezzo alle pagine e chiuderò il plico. L’ulivo cambierà il senso a tutto: le mie parole trasformeranno il loro discorso e con loro anche la mia testa avrà cessato di urlare.
Alla fine dei giochi, le mie parole nere miste a spazi bianchi parleranno di quattro cose: prima di odio, poi di amore, finchè si intrometterà il perdono e infine sempre di te;
e se il perdonare precede il ringraziare, allora quel che ho scritto lo intitolerò così:
“A Virginia”.