Poesia, Racconti & Poesie

In silenzio

Non dire niente e abbracciami.
Che questo basterà ad aggiustare tutto,
a rattoppare le ferite, a curare i graffi.
Il tempo, le scelte, le città
ci hanno portato lontano.
Ma fintantoché rimaniamo qui ad abbracciarci
siamo legati ancora, a un passo dai nostri cuori.

Abbracciami, in silenzio,
lascia parlare i nostri corpi.
Che melodia armoniosa, dopo mesi di arsura.
E finalmente noi, vicini,
-che bello poter dire vicini-
possiamo accarezzarci fin dentro l’anima
adesso che siamo così stretti.

Che sollievo, ora che mi abbracci senza parlare,
sento quasi ricomporre tutte le parole,
vedo colorare questa stagione dai toni freddi,
tocco con le mie mani il tuo corpo che ho sognato così da lontano,
ora che ci sei.

E allora stringimi, stringimi ancora, stringimi tanto forte,
da non permettere a questo abbraccio di sciogliersi,
nemmeno per quando io sarò partita, ancora una volta.

Pensiero e sentimento

Terapia

Tappo le mie ferite con i colori, o almeno ci provo.
Allora, nel cuore uso il cerotto della poesia e nella testa, la bambagia della musica.
Invento, scrivo, suono, canticchio e poi quando posso viaggio.
Non sbaglio, con me stessa, intendo, perché una parola scritta e venuta fuori dalle mie ferite, è come un pianto che si trasforma in nota; è soltanto uno dei modi che uso per trasformare l’energia che tanto mi faceva male, in motore che mi fa ricominciare a vivere.
L’arte è una terapia, il processo artistico è la mia cura: non sono la migliore, anzi, non devo appartenere a nessuna categoria di artisti. Quella che io chiamo “arte” e che reputo mia, è un uragano di sensazioni che diventano colori anche uditivi. Genero delle sinestesie che mi hanno fatto costruire dei ponti su cui continuare a camminare, non per ottenere qualche premio o per essere chiamata artista, ma per vincere con la mia vita e per essere chiamata con il mio nome.
Quindi, continuate a chiamarmi con il mio nome, qualunque esso sia, e continuate a cercarmi dietro le mie parole, come si cerca un’amica, un’amica che vi comprende, perché da quel dolore, ci è passata.
E anche per questo secondo anno, è questo che ho fatto con il dolore: l’ho completamente trasformato in onde del mare che si infrangono sugli scogli della vita, fino a levigarli.
Perché è questo il potere dell’arte; riesce a modellare le rocce fino a trasformarle in piccole opere che all’interno portano parte del mio cuore.

Pensiero e sentimento, Poesia, Racconti & Poesie

Parlarti

Ti parlo
tra chilometri e città
tra impegni e altra gente
tra feste
tra uscite
e risate finte.

Ti parlo
nelle sere fredde, da soli, dopo cena.
La mattina, appena sveglia, prima del caffè.
E poi in macchina, con quel drink di troppo
che mi intorpidisce il corpo,
ma risveglia le parole.

Ti parlo ancora
mentre guardo il cielo e la nuvola si allontana.
Davanti al mare, sui ciottoli che fanno male.
Guardando un film, quello che piace a te.

E tu non ci sei.

E vedi, il dramma è questo:
io ti parlo e tu non sei qua.
Eppure so che anche se lontano,
puoi sentirmi.

Ed è proprio per questa mia irrazionale certezza
che io continuerò a parlarti.

Racconti, Racconti & Poesie

Pensarsi

-C’è un dubbio che non so sciogliere, quello per cui non capisco se ci siamo persi o allontanati.
-Ha importanza?
-Beh, certo! Se ci perdiamo, vuol dire che siamo relegati in un passato che un tempo ci è appartenuto, mentre, se ci siamo allontanati, rimaniamo insieme nel presente e lo saremo anche un pochino nel futuro.
-E tu cosa vuoi? Relegare nel passato o portarmi nel futuro?
-Voglio la soluzione che faccia meno male.
-Ti fa meno male vedermi più sbiadito?
-Sì.
-Ti senti più leggera, se mi dimentichi?
-Sí.
-Riesci a dimenticarmi?
-No.
– Sai che ci sono cose che puoi cambiare e altre su cui non hai potere. Il segreto per non soffrire è convivere con le seconde, e fare di tutto per agire sulle prime.
-Vuoi dire che devo convivere con te? Ma così ti porto nel futuro!
-Devi convivere con il mio ricordo, mentre lo tieni a bada in un cassetto. Trattalo e trattami come il giocattolo che amavi da bambina; poi appena sei cresciuta, l’hai conservato da qualche parte e andando avanti negli anni, è capitato che non ci hai più pensato. Ma un bel giorno, camminando per la strada, noti una bimba che abbraccia una bambola così simile alla tua. Dunque, lo ripeschi dalla memoria, il tuo giocattolo che ti era tanto dispiaciuto riporre alla fine di quel periodo della tua vita, eppure questa volta ne sorridi. Infine, quando la bambina ha girato l’angolo, anche lì, il tuo pensiero fa lo stesso, e la bambola sparisce dalla strada dei ricordi, rimasta indietro e riportata nuovamente nel suo cassetto. Ecco, è così che devi fare con me.
– Il mio giocattolo preferito… è questo che sono stata io? É così che tu hai fatto con me?
-No. Io ti ho paragonato a una delle giornate più belle della mia vita, una di quelle che ti hanno segnato e che ricordi con il sorriso. Magari le vorresti rivivere, ma per farlo devi tornare più piccolo, devi tornare indietro, devi smettere di essere chi sei.
– Già, io e te non siamo più chi eravamo.
– Ed è giusto che sia così.
-Quindi anche tu mi porti nel futuro?
– É inevitabile. Ti ci porto, ma con parsimonia. Rispunti fuori quando qualcuno ti chiama: un profumo che sembra il tuo, una voce dolce come la tua, un foglio di carta su cui è scritta una poesia, una ragazza che da lontano ha la gonna mossa dal vento, come quella volta che ti ho vista mentre guardavi il tramonto davanti al mare.
Vedi, io non posso rispondere al tuo dubbio, perché noi non ci siamo né persi e né allontanati. Quel che è stato, in qualche modo, ci ha legato seppure noi non ci vediamo, non ci incontriamo e se magari ci vediamo anche, non ci parliamo.
– E non stiamo parlando, adesso?
– Sì che stiamo parlando, e questo è l’unico modo che abbiamo per farlo. Tu hai formulato nel tuo cuore queste domande tanto tempo fa, io oggi sento il bisogno di rispondere a qualcosa che non hanno sentito le mie orecchie, ma che ho percepito dai silenzi degli anni che passano. Tu magari non mi sentirai oggi stesso, ma quando guarderai il cielo e vedrai una scia bianca di un aereo, sorriderai perchè in cuor tuo, mi hai sentito.
-Quindi non ci siamo persi, nonostante tutto.
-No, e non ci perderemo mai, nonostante tutto.

Lui sorrise, conservando in tasca quel foglio di carta che recitava due frasi di William Shakespeare, scritte da qualche sconosciuto e trovate per caso su di una panchina.
Era il 7 novembre 2018.
E lei sorrise, quando sul cielo di Londra, vide comparire una scia di un’aereo che tagliava in due la sagoma della luna, all’ora del tramonto.
Era il 31 dicembre 2019.

Pensiero e sentimento

In solitaria

Hai presente l’atmosfera che si respira sulla spiaggia all’ora del tramonto?
In lontananza e affievolite, sembra quasi di sentire le voci dei bambini che hanno giocato con i suoi ciottoli per tutto il giorno. Anzi, ti viene proprio da respirare a pieni polmoni, mentre cammini verso il bagnasciuga.
Senti come se quel posto ormai fosse tutto per te, come una parte della tua stessa casa, così libero dai teli, oggetti e parole di tutti i bagnanti che lo hanno affollato per tutte quelle ore prima.
E una volta che tocchi l’acqua e ti godi il venticello che ti carezza il viso, irrazionalmente ti senti di colpo tra il fortunato e il benedetto. Avverti scivolare finalmente via la pesantezza dell’ennesimo giorno ormai quasi al suo termine e che pensavi di dover portare addosso eternamente, sommandolo a tutti gli altri.
Invece quel masso si disintegra, come acqua che batte pietra, quando ti ricordi che non è da tutti il poter godere in solitaria di quel mare dai riflessi che diventano lilla.
E ti stupisci del tuo privilegio, sovrano del mare per il tempo di un tramonto, che quello non è più il mare di tutti, poiché, per quel momento, appartiene soltanto a te.

Pensiero e sentimento

Una marea

Avevo bisogno di una finestra sul mare, di due ante che si aprissero verso i miei desideri.
Non si scrive soltanto quando si è tristi, ma lo si fa anche quando si ha tanto da dire. E questo “tanto da dire” è una marea che mi sconquassa dalla testa, al petto, allo stomaco. Non posso rimanere impassibile alle sue onde.
Dall’interno del mio microcosmo, allora ho bisogno di guardare fuori. Non è il caos della città a richiamare la mia attenzione, nè la quiete di una distesa di montagna. È il mare, è solo il mare che mentre sembra dormiente, in realtà si muove. Che mentre sembra annoiato, in realtà intrattiene infiniti discorsi con il cielo, con la terra e con tutti gli occhi che lo guardano.
Allora il mare è la mia cura, il mio riflesso, da sempre la mia casa. E quando lo guardo non ho più bisogno di dovermi perdere in parole e discorsi, perché lui assorbe tutto il fumo di questi tempi. E quando scrivo e ogni volta lo nomino, è perché anche il sol pensarci, mi calma.
Dopotutto è così che si fa con gli esseri che si amano, quando sono lontani. Ci lega solo il pensiero. Ed io negli anni mi sono allenata con il mare; e così, tutto quel non detto, è stato detto, e tutto quel fumo man mano si diradava.
Ed anche io, seppur distante, in un angolo dei miei pensieri, ho pur sempre continuato a sentirmi a casa.

Pensiero e sentimento, Racconti, Racconti & Poesie

Breve storiella estiva

É una breve storia che termina come gran parte di tutte quelle brevi storie, le quali occupano una buona fetta di vita dei suoi protagonisti: con la sua fine.
Ma quale?
Lucy e Billy erano due bimbetti di tre e quattro anni che giocavano a rincorrersi nel prato a bordo piscina di un residence estivo nell’Alt Empordà, in Catalogna. Ogni estate, puntualmente e in coincidenza con l’inizio delle ferie dei loro genitori, ecco che le due famiglie, da direzioni opposte della Spagna, si incontravano in quel punto dove il mare faceva da sfondo alle case che in semicerchio circondavano la piscina.
“Saremo amici per sempre” disse Lucy al suo amichetto Billy.
“Sempre e per sempre” rispose Billy alla sua amichetta Lucy.
Avevano solo sette anni all’epoca, quando si giurarono per la prima volta qualcosa di molto più grande di loro, e intanto si tenevano fraternamente per mano, dopo aver mangiato insieme un gelato che aveva macchiato tutto il vestitino bianco di Lucy.
Era la sua amica del cuore, era la migliore compagnia per le sue estati, pensava Billy.
Lucy e Billy si conobbero proprio in quel residence sul mare. La prima volta che si videro avevano quattro anni, e cominciarono già a giocare e bisticciarsi come se si fossero conosciuti da tutta una vita. E quindi “sempre e per sempre” era la loro unica promessa.
Quanta dolcezza e quanta ingenuità nei loro occhi; ma Lucy e Billy ancora non sapevano che la vita era una montagna russa e non una passeggiata al tramonto.
L’anno in cui Lucy non venne alla casa al mare, Billy si sentì solo. Aveva tredici anni e qualcosa in lui si stava spegnendo. Non aveva voglia di giocare a bocce, non voleva stare troppo a lungo in piscina e nemmeno con gli altri amichetti, perché Lucy, la sua migliore amica Lucy, non c’era.
D’altro canto Lucy era obbligata a rimanere in città, il lavoro di suo padre li aveva costretti a posticipare le ferie, ed eccola affacciata alla finestra con aria triste. Lucy chiuse gli occhi, e pretese di trasformare le grida dei bimbi che giocavano nel parco della Ciutadella accanto casa, nelle voci dei suoi amici del mare. Allora si concentrò ancora di più, e sempre ad occhi chiusi poté scorgere anche Billy che le tirava il pallone.
Era il 1986, e non c’erano cellulari, c’erano soltanto pensieri generati da forti sentimenti.
Lucy e Billy non si incontrarono altre volte, lì nel residence sul mare. Finché, verso i sedici anni, finalmente loro e le loro famiglie si ritrovarono, come un tempo.
Lucy era contenta di rivederlo, eppure lui era diverso, serio, distante. Billy era diventato quasi uno sconosciuto per lei. Mentre, per lui, Lucy era ormai soltanto una semplice ragazzina goffa e con l’apparecchio, proprio come molte delle sue compagne di scuola.
Che delusione per lei, cosa c’era che non andava? Perché non le rivolgeva nemmeno più la parola? Perché passava i pomeriggi a giocare in piscina con gli altri ragazzi e non aveva più voglia di giocare con lei?
Allora tentó di avvicinarlo un paio di volte; lo invitò a farsi un bagno come i vecchi tempi, lo sfidó pure a bocce come i vecchi tempi, ma di quei vecchi tempi c’era di uguale soltanto il suo nome, perchè perfino il colore dei suoi capelli era cambiato e si era inscurito.
Dunque, quell’estate Lucy lasció il residence con l’animo di chi aveva perso per sempre qualcuno e così disse addio al suo amico del cuore.
E poi passarono gli anni, e si sa quello che combina il tempo, il quale rimescola le carte una ad una, a suo piacimento.
Nè Billy, nè Lucy rimisero più piede al residence, ma ecco che, per una pura combinazione di eventi, Billy si ritrovò per lavoro nella città di Lucy. I due ormai non si sentivano da anni, anzi, entrambi legavano i loro nomi soltanto al ricordo di quelle estati passate al mare.
Finché un giorno Billy la vide casualmente, seduta a mangiare in un ristorantino all’angolo della strada del suo ufficio, in compagnia di un uomo.
Lucy era ormai una bella donna, nel fior fiore della sua trentina. Parlava con disinvoltura, mentre sfoggiava un sorriso affascinante e ormai perfetto. Nonostante ciò, aveva ancora quel vezzo per cui si portava timidamente i capelli dietro l’orecchio e questo le donava un misto di delicatezza e femminilità, irresistibile. Lui la riconobbe subito, ed oltre a questo si sbalordì perfino della sua stessa reazione che lo spinse ad entrare, prendere un tavolo da solo e aspettare il momento giusto per salutarla, incurante di quel suo commensale che le teneva la mano.
E così fece: appena lui andò in bagno, le si avvicinò, mettendole una mano sulla spalla.
Lei non lo riconobbe all’istante, ma appena lo mise a fuoco, Billy vide i suoi occhi illuminarsi.
Billy e Lucy ebbero il loro colpo di fulmine per la seconda volta in vita loro; potevano iniziare nuovamente da dove avevano lasciato o potevano continuare a seguire le loro vite, separati.
Ogni scelta comportava una perdita, ma soltanto una delle due scelte necessitava di un pizzico di coraggio in più e di caparbietà.
Cosa avrebbe dovuto fare Billy? Riconoscere che Lucy era stata fin da sempre la sua compagna di vita e riprendersela a discapito di quell’uomo, o lasciarla andare? Avrebbe dovuto seguire la linea di chi si basa sulla fatalità, che il passato è passato, che la sua chance era ormai perduta e che il treno aveva definitivamente lasciato la sua stazione?
E Lucy, avrebbe dovuto credere che esiste un destino, che le persone sono legate da un filo invisibile, che certi rapporti non si spezzeranno mai e che magari si può stare con persone sbagliate, perfino quando arriva la persona giusta?
Quel “Sempre e per sempre” doveva trasformarsi in bugia o poteva continuare a vivere prepotentemente come verità? E se vinceva la seconda, doveva essere una verità esplicita o per sempre taciuta?
Questa storia è uguale a tante altre storie, a tante storie che non sono nemmeno poi tanto inventate: molti di voi che stanno leggendo, magari stanno rivivendo con la mente qualche ricordo assopito che sa di mare, che sa di fugacità, ma anche di pura passione.
A cosa servono le storie, se non a darci idee? Cosa sono le storie, se non esperienze? Perché Lucy e Billy non hanno un lieto fine? E se hanno un lieto fine, perché hanno avuto un lieto fine, mentre molti altri non l’hanno mai avuto?
Cosa avreste fatto voi se foste stati Billy a tredici anni in piena crisi adolescenziale? E cosa avreste fatto se foste stati Lucy, seduti su quel ristorante, sentendo il cuore che palpita per un attimo, e tentando di reprimerlo a tutti costi al pensiero che il tuo fidanzato è semplicemente a pochi metri da te e dal tuo grande dilemma?
Ma quello che non sapevano né Billy né Lucy era che entrambi, il tempo di quel saluto e di quella mano sulla spalla, erano ritornati di nuovo i compagni di un tempo. Da piccoli, si tenevano per mano prima di tuffarsi in piscina, e di comune accordo, ogni volta decidevano di lanciarsi insieme.
Lucy e Billy si sarebbero lanciati insieme, di nuovo? E nel caso in cui l’avessero fatto, come potremmo definirli? Recidivi o davvero legati?
Lucy avrebbe salutato per sempre il suo vecchio “amico” come se niente fosse, dopo tutta la tempesta che le stava sconquassando l’animo e i pensieri? Avrebbe riguardato poi casualmente le foto di quando erano piccini, pensando con mestizia “eppure, gli ho voluto tanto bene…”. E lui, avrebbe cominciato a ragionare con distaccata disillusione, pensando freddamente che quel “sempre e per sempre” è solo una promessa hollywoodiana e da romanzo rosa?
Ogni scelta comporta una perdita e qualunque strada decidi di percorrere, questa ti cambia, perciò, chi sarebbero diventati i nostri due giovani e sciocchi protagonisti?
Allora Billy diede un bacio sul dorso della mano di Lucy; generalmente il galateo dice che non si deve baciare davvero la mano della donna, ma lui la baciò ugualmente. É stato il bacio che non le ha mai potuto dare, è stato un marchio che le ha lasciato sulla pelle, è stata una promessa, mille parole non dette, è stato un seme che le ha piantato nella testa, o dell’acqua che ha ricominciato a far crescere quella piantina che le era cresciuta negli anni a partire dai tempi lontani di quella casa sul mare.
E dunque lui lasciò il locale, girò l’angolo e andò via. Lucy rimase a mezz’aria, mentre continuava a seguirlo con lo sguardo attraverso le vetrate del ristorante.
Intanto il suo compagno ritornò al tavolo, e le disse qualcosa che lei nemmeno sentì: mille voci nella sua testa adesso facevano più rumore di tutto il resto. Tra il turbine di emozioni, c’era un pensiero in particolare, che si faceva largo nella sua testa: non era più il 1986 e il suo telefono, quello nero accanto a lei, ormai poteva connettere anche i cuori, se usato bene.
E arriviamo alla fine di questa breve storiella: secondo voi, cosa avrà fatto la nostra Lucy?
Ognuno di voi avrà la propria opinione e di conseguenza la propria fine. Ma una cosa è certa: una volta che l’avrete trovata, applicatela nella vostra vita ed esaudite il vostro desiderio.
Quindi, quale sarà la sua fine?
Voi siete un po’ Lucy, ed anche un po’ Billy, e siete perfino come quel terzo uomo che, ignaro, si lavava le mani fischiettando nel bagno del locale.
Ed è per questo che dovete scegliere con cura il vostro finale.
Buona estate.
Pensiero e sentimento, Racconti, Racconti & Poesie

Zoe

Penso a quella volta, quando eravamo nella tua macchina alle sette di sera, diretti alla famosa festa in terrazza.
Io ti stavo chiedendo in ordine se avevi delle chewing-gum, poi dei fazzoletti perché non trovavo i miei nella borsetta, e infine di mettere le canzoni del tuo telefono che le preferisco alle mie.
Finché, ad un tratto trovai il pacchetto di fazzoletti dalla mia borsa e mentre lo tirai fuori vittoriosa, tra te che brontolavi e la radio che suonava, ecco che l’occhio mi cadde fuori dal finestrino.
Un piccolo gatto nero stava solo e tremolante, seduto sul ciglio della strada.
“Fermati!”
“Che c’è?”, frenasti bruscamente.
Io nemmeno ti risposi, aprii lo sportello e corsi giù dalla macchina con il vestito che svolazzava. Raggiunsi quel puntino nero che mi fissava ed era indeciso se scappare o meno, e mentre mi chinavo lentamente- perché fin da piccola era così che diventavo amica degli animali-, tu mi sentisti dire cose strane con una voce dolce.
“Che c’è? Cos’hai trovato?”
“È un cucciolo!” Urlai io dalla strada.
“Eh?”, sordo che non sei altro.
“Guarda!”, mi avvicinai e mi affacciai dal lato del passeggero con un sorriso che neanche a natale: “è un gattino!”.
Tu eri curioso, dici di non amare gli animali, ma intanto sorridevi alla gattina o al gattino, non si sapeva ancora.
“Lo possiamo portare con noi? Non possiamo lasciarlo qui!”
La tua faccia era un “NI”, ma mi valeva la metà del “sì” della tua indecisione per cercare una scatola o qualcosa di simile dal tuo portabagagli.
La cassa vuota del Bianco di nera, mi sembrava perfetta. La presi ed estrassi tutti i fazzoletti rimasti dal mio pacchetto per rendere il fondo più morbido possibile. Poi ritornai al sedile del passeggero, portai con me la scatola-cuccetta e delicatamente vi misi dentro la gattina, come si fa con un neonato addormentato quando lo si mette nella culla; un neonato che però non voleva sapere di starsene fermo.
Chiusi delicatamente lo sportello della macchina -credo per la prima volta in vita mia- e intanto la guardavo.
Ero come rapita.
“Cos’hai intenzione di farne? Non credere che starà con me.” Mi dicesti serio.
“E come può stare con me, io non sto mai a casa.”
“No, non guardarmi così. Non starà con me. Punto.”
“Va bene, andiamo alla festa e vediamo se lì c’è qualcuno che la vuole”, dissi velocemente, perché era comunque giusto che lo dicessi. Sebbene, a dirla tutta, non era proprio vero che lo pensassi.
“Che ‘la vuole’? Perché, hai deciso che è una lei?”
“Si, ho deciso che è una lei”
“Ah, perché ora si decide se qualcuno è maschio o femmina?”, tu sempre sarcastico.
“Guarda che ho controllato, sapientone! E credo proprio che la chiamerò Zoe”, con gli occhi che brillavano, ero proprio fiera di quella scelta.
“Zoe? Perché Zoe? Un altro nome, no?”
“Ignorante: Zoe, dal greco “vita”, per come l’abbiamo trovata -in vita-, nonostante quella strada orribile.” dissi sognante.
“Poetica.”
“Non sfottere e andiamo alla festa”.
Dopo qualche minuto, eravamo già in autostrada. Sentivo il tuo sguardo su di me.
“Amore, che c’è?”, girai gli occhi, ma sapevi che me la ridevo.
“Non ti ci affezionare…”
“Ma non mi ci sto affezionando, la coccolo perché guarda com’è spaventata. Che poi, magari ha sete, con questo caldo! Hai finito la tua bottiglia? Dov’è? La posso prendere? Oppure magari ha fame, senti come miagola. Magari, ci possiamo fermare in un supermercato che compro un poco di latte? E mi guardi… si può sapere perché mi guardi e ridi pure?”
“Niente, niente. E magari, magari sì che andiamo al supermercato.”
Ero soddisfatta di quella risposta, guardavo il panorama che scorreva fuori dal finestrino e intanto accarezzavo quel batuffolo nero sotto il mento.
“Ah, come so come andrà finire questa storia” dicesti piano, talmente piano che… io ti sentii lo stesso perché tanto lo sai che ci sento benissimo.
E intanto Zoe finalmente si era calmata e si stava addormentando sulle mie gambe, chiaramente fuori dalla scatola.
“In questi casi, altro che master e titoli, ritorni proprio una bambina”, e ti piaceva.
“Ma cosa dici, tanto alla festa vedrai che troviamo subito a chi darla”, e si sa che non ci credevo nemmeno io. Allora abbassai gli occhi, e vidi che la piccola Zoe si era addormentata.
La mia piccola Zoe, quella che tu sapevi già fin dall’inizio sarebbe rimasta con noi.

Pensiero e sentimento, Racconti & Poesie

Poiesis

Io non credo a una vita senza amore ed è per questo che ho cominciato a scrivere.
Un anno fa, due anni fa, tre anni fa, quindici anni fa, non è vero che non ero innamorata: lo ero!
Lo ero dei personaggi che ho inventato, delle storie che ho immaginato, delle stanze che vi ho descritto.
Vedevo chiaramente ogni cosa, ogni abbraccio, ogni sguardo. Sentivo ogni parola, anche quella non detta, perfino quella che si nasconde tra i sospiri di chi guarda il cielo. 
Ho percepito la presenza nell’assenza, e l’ho concretizzata in occhi scuri e riccioli, tra i fogli bianchi di vecchi diari.
Ho sempre amato, in ogni racconto, un personaggio diverso. Quel personaggio che proveniva da qualche punto remoto dei miei sogni.
Ti ho amato che eri un uomo, ti ho abbracciato che eri tornato ragazzino. Ti ho consolato che eri impaurito, e ho rispettato i tuoi tempi quando eri stanco.
Poi mi sono innamorata anche di me, di tutti i personaggi che andavo personificando. Ho amato ogni me, protagonista, che via via, andava acquistando una fisionomia sempre diversa, sperimentando la vita e fortificandosi nel carattere.
Ma c’erano dei punti fermi ogni volta. Perché tu eri sempre tu, ed io ero sempre io, sebbene in ruoli diversi. Un giorno insieme, un giorno distanti, un giorno orgogliosi e l’altro di nuovo e ancora una volta amanti.
E in ogni pagina scritta, in ogni scena immaginata e in ogni discorso trascritto con nomi diversi, con il mare come sfondo, io non ho mai smesso neppure un giorno di amare, né di sentirmi amata.
Sono sempre stata innamorata dell’amore, e ho avuto bisogno di portarlo nella mia vita. Allora ho fatto un patto con la mia immaginazione: lei dettava, io scrivevo.
E quell’amore mi riscalda ancora e illumina i giorni più uggiosi, lui che è una fonte sempre gaia di piaceri, che ho creato e alimentato fin da quando ero una bambina, con tutta la potente dolcezza di cui è capace il mio cuore.

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La mansarda parigina

Fermiamoci a Parigi questa notte, prendiamoci una pausa dal nostro peregrinare e dormiamo sotto il tetto blu di quel palazzo davanti a noi.
Guarda, la porta è aperta e sono sicura che ci sarà una scala per salire fino in cima. E poi le vedi tra le tegole, quelle finestre rotonde? Sono fatte proprio per guardare la luna bella e tonda da lì, come se fossimo gatti o musicanti che compongono serenate ispirate al suo bagliore.
E inoltre pensa! Da lassù, ci arrampicheremmo fino in cima e ci sederemmo su quel punto piano, lo vedi là sulla destra accanto alla ciminiera? Lì, con un calice di vino e una coperta rossa, tu mi leggeresti Baudelaire, accompagnato dalla chitarra, e tra una poesia inventata e qualche nota stonata, ci perderemmo in grovigli di sogni confusi, ma pieni delle nostre speranze giovanili. Si finirebbe a imitare i grandi scrittori, mentre ci raccontiamo segrete verità che rimarranno solo tra noi, in quel punto a metà tra il vino e il cielo. E quando si sarà fatto molto tardi, torneremo sotto il tetto blu, e non essere scettico, proprio quel tetto blu di laggiù amore, quello che ancora non credi abbia per davvero un letto davanti a un camino acceso che ci aspetta.
Ma tu continua a credere in me, alle mie storie e a quello che la mia immaginazione ci spingerà a fare, perché ecco: queste sono le chiavi di quella mansarda sotto la luna di Parigi e con essa, anche del mio cuore.