Pensieri della sera che magari non parlano sempre di amore, Pensiero e sentimento

Istruzioni in corso d’opera

Quando scrivo, immagino che i miei brani possano trasformarsi in chiavi, in strumenti che vi regalo come fossero mazzi di fiori. E queste chiavi dorate, d’argento oppure di tutti i colori dell’arcobaleno mi piacerebbe che assumessero tutti i connotati e i profumi che voi stessi volete conferire loro. Con esse, desidero darvi uno strumento per dischiudere alcune porte e, in questo modo, farvi accedere a dei luoghi remoti della vostra mente. Sarebbe bello accompagnarvi per mano fino a certi ricordi ancora rinchiusi in scatole impolverate e, chi lo sa, far risorgere piano piano certe emozioni assopite. O ancora, al contrario, vorrei che quanto scrivo, possa ricondurvi a nuove stanze inesplorate, dove all’interno possiate scoprire tesori luccicanti di nuove speranze per il futuro.
Le mie parole, inoltre, non devono essere lette obbligatoriamente in modo fedele; lascio a ognuno la libertà di combinarle in totale libertà e di immaginare mondi propri. Pertanto, se scrivo che in una stanza ci sono un letto, un vaso di fiori e una finestra, avete tutto il diritto di posizionare quella finestra, il vaso o il letto ovunque voi vogliate, come meglio credete e per come essi, in questo modo assemblati, possano funzionare per voi.
Concordo con quel saggio che una volta disse: “Ogni lettore, quando legge, legge sé stesso” [Proust], perché io, in primis, in quanto lettrice, ci credo.
Sentitevi liberi di modificare anche la fine dei miei ragionamenti, purché una vostra personale conclusione possa arricchire di un dettaglio in più la vostra vita.
Infine, desidero che le mie frasi siano scale su cui possiate salire per vedere meglio dall’alto, sia il passato che il futuro. Ma intanto, qui nel presente, spero sempre che possiate godere del semplice atto di leggerle e, una volta terminato, che possiate tornare alla vostra vita con un sogno, un pensiero, una nostalgia, un ricordo o una speranza che non avevate prima di leggervi in questo blog.

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Poesia, Racconti & Poesie

Io

Una musica, una voce.
Delle fotografie dai toni azzurri e strade sconosciute.
Un profilo, un’ombra, Dibutade.
Delle corde pizzicate, dei tasti bianchi e neri.
Un profumo, gelsomini e il Narciso.
Un’isoletta sul mare.
Un terrazzo di una villetta di borgata e il cielo come tetto.
Una valigia celeste e tanti aerei.
Tre lingue, cinque città, due paesi.
Amici che sono tesori preziosi.
Quattro poesie, infiniti pensieri e tanti libri.
Passeggiate e musei, tra malinconia e immaginazione.
Due genitori come ancore.
Una barca che salpa tra le onde con il suo porto sempre nel cuore.

Io.

Racconti, Racconti & Poesie

Risvegli

È forte il suono della musica?
Con tutto quell’alcol, ti senti nella bambagia.
E i tuoi amici che ballano, ti parlano, alcuni vagano con gli occhi persi, altri ridono. Non li senti, li superi come fantasmi nel tuo mondo in cui ti stai sentendo da solo, adesso.
Forse è stato l’ultimo cocktail, forse la stanchezza di serate sempre uguali e diverse, con persone, amici e sconosciuti che chissà se rivedrai mai più.
Come si chiamava lei? Ne hai baciata un’altra oggi, somigliava a quella di ieri o probabilmente ne era completamente l’opposto, nemmeno lo sai. Perché anche ieri notte, come la volta prima, l’alcol ti aveva rinchiuso nuovamente in questa bolla, dove i colori diventano sfocati e si perdono in scie di risate sempre più vacue.
Ma stasera è diverso, la senti l’assenza. Vaghi tra facce, ma ne manca una.
Quale? Chi sei? Come sei fatta? Ti chiedi e inconsciamente mi chiedi.
Ed io sono qui, che ti osservo da lontano con la mente che vola.
Sono qui, mentre ti rispondo in qualche modo che nemmeno io so spiegarmi.
Sono distante anni luce o forse solo alcuni paesi, mentre tu annuisci e fingi ti stare bene, appena il tuo amico si avvicina e ti mette la mano sulla spalla.
Sono qui, non là dentro, provo ancora a dirti.
È tardi, sono quasi le quattro di notte, e intanto sto nel mio letto che fa da scenografia a questo sogno. Percepisco, in qualche modo, questa conversazione che avviene tra di noi. Tu mi ascolti o senti qualcosa di indefinito, e invano mi cerchi in quella discoteca sempre più vuota mentre il dj mette l’ultima canzone.
Non sai descrivere che tipo di mancanza sia la mia, né se ci siamo mai conosciuti prima.
Ma io sono qui, nel silenzio di una stanza che ti sento adesso.
E so che esisti.
Ed anche tu, non si sa bene come, sai che esisto.
Il dj smonta la consolle, le luci si accendono all’interno del locale e tu esci da lì, mettendoti in una macchina parcheggiata lontano, a petto nudo.
Arrivi a letto che è giorno ormai, mentre da questo lato del mio mondo, io mi sveglio.
Siamo così diversi, così lontani, che forse non ci incontreremo mai.
Ma esistiamo insieme oggi, e mentre mi risveglio, tu cominci a sognarmi.
È una consapevolezza irrazionale quanto adesso stiamo pensando, ma sappiamo all’unisono che in questa vita non siamo più soli da stanotte. E con questa strana certezza bevo il caffè, dando un ultimo sguardo all’articolo da inviare in redazione.
Ormai è pomeriggio, mentre improvvisamente apri gli occhi dopo quell’ennesima ed ultima notte brava che hai passato; lo senti pure tu che da oggi è tutto diverso. Ed è qualcosa che  hai capito fin da subito; fin da quando in sogno, ai margini di quella strada variopinta e sconosciuta, hai messo a fuoco il mio viso, mentre con gli occhi cangianti che ti guardavano, ti dicevo: “Cercami”.

Poesia, Racconti & Poesie

Le stanze

Ho stanze per tutti nel mio cuore,
senza odio e né rancore.
E forse è vero che silenzi possono fare allontanare.
Ma nei pensieri, io riesco sempre a tornare.

Pensieri della sera che magari non parlano sempre di amore

Oggi dove?

Guai a me se mi faccio prendere dalla paura di viaggiare.
Guai a me se mi blocco in una stanza all’interno di una casa, dentro le mura di una città, solo perché impaurita dall’ignoto.
Guai a me se mi ritrovo a pensare che quando lo facevo a 22 anni, lo facevo con un altro spirito.
E no! Perché lo spirito va avanti, cresce e progredisce nel viaggio. Non si arresta, non si nasconde sotto il letto tornando indietro, regredendo a un bambino.
Guai a me se perdo il coraggio di stare in mia sola compagnia; se ho il terrore di attraversare strade sconosciute, tra persone di lingue diverse dalla mia.
Guai a me se perdo l’avventura che sento vibrare nelle vene nei mesi di prigionia davanti a un computer! Smetterei di sognare, smetterei di essere chi sono.
Perché io nutrivo il germe della libertà fin da prima che avessi vent’anni; ancora prima di quel viaggio in cui mi ritrovai a scoprire il mondo da sola, quando capii che, eppure, la cosa mi piaceva.
Perciò non mi fermerete: non fermerete me, come tante altre compagne viaggiatrici. Anzi, continueremo sempre a crescere, influenzeremo come un morbo di libertà, tutte le altre viaggiatrici che sono ancora bloccate a casa dalla camicia di forza della routine e delle paure.
Potete farci paura, spaventarci con la vostra barbarie opposta alle nostre debolezze. Potete essere bestie oscene, voi che ciechi di sangue stroncate le vite di donne -di persone- che vogliono solo esplorare il luogo in cui sono nate. E noi abbiamo il diritto di esplorare la nostra terra, che per quanto grande sia, è sempre il luogo da cui proveniamo e che ci appartiene. E dobbiamo farlo senza paura che dietro l’angolo ci possa essere la fine del mondo, del nostro viaggio.
Perciò guai a voi -e sempre guai a me- se vi fermate perché così farete vincere i mostri. E purtroppo si sa che i lupi hanno spesso abitato le favole, ma noi, ragazze e ragazzi liberi, continuiamo a trasformare gli incubi in sogni, e a incuriosirci, lasciare il porto, viaggiare. Poi, se può servire, continuiamo a partire anche da soli, perché è proprio uno dei rimedi più potenti per esaudire quell’unico desiderio che ci tormenta: curarci l’anima, sentendoci liberi.

Perciò, oggi dove?
Oggi Austria.

Poesia, Racconti & Poesie

Alchimia

Tu tienimi la mano,
Quando mi vedi
E intreccia le tue dita con le mie.
Fallo in silenzio,
Senza farti vedere da nessuno,
Perché quello sarà il nostro segreto;
Che mentre fuori appariremo come una mattinata di sole primaverile,
Dentro si scatenerà un uragano alchemico, pronto a trasformarci.
Allora tu, semplicemente, tienimi le mani
Che da quel solo tocco così intimo,
Sempre scaturirà l’abbraccio delle nostre anime innamorate.

Racconti, Racconti & Poesie

La barca

Come una barca che ha lasciato il porto e naviga su onde di rose. A volte spiega le vele, altre si rintana, raggomitolandosi in sé stessa nelle notti di luna piena.
Tuttavia, lei continua a viaggiare.

Racconti, Racconti & Poesie

Io, oggi e a partire da domani

In questa storia non ci sono ritorni, porte che si riaprono, mazzi di fiori regalati.
In questa storia ci sono un cuore rotto, capelli lunghi e occhi scuri, indecisi se piangere o dover fingere di ridere.
In questa storia c’è un vuoto incolmabile, ma da dover lo stesso riempire per vivere.
In questa storia ci sono gli amici, c’è lo studio, la ricerca del lavoro.
In questa storia c’è la scrittura, e poi le foto, i viaggi, il mare. Ci sono le uscite senza voglia, le parole di conforto per terzi, quelle che alla fine confortano soltanto te, insieme a tante passeggiate.
Ci sono lunghe ore passate al buio, sotto una coperta troppo grande per te sola e ci sono altrettante ore passate al telefono con chi ti conosce, ma che poi, chiusa la chiamata, se ne ritorna normalmente alla sua vita.
Questa è una storia in cui serve essere forti, perché -ti dici- è ridicolo farsi abbattere da un solo motivo, da uno di quelli che hanno un nome, un cognome e magari un’amante, quando la vita è fatta di altro. E allora ci si concentra su altri libri da leggere, tele da comprare per dipingere e strumenti da suonare in solitaria.
Perché non c’è solo l’amore per un uomo, ed è questo il tema del racconto: l’amore può assumere varie forme e prendere varie direzioni con altrettante destinazioni.
Il cuore è ferito e, nonostante tutto, povero scemo, si conserva una sua fotografia all’interno di un suo cassetto; ma l’amore, l’amore è come l’aria trasparente che prende la forma del contenitore in cui decidi di riporlo, perché costui lo custodisca – o almeno in teoria, nelle favole e nelle eccezioni umane-.
Nella vecchia storia aveva scelto te, come vaso, contenitore, porta reliquie: a pensarci bene, era un poco come se avessi già previsto lo schianto e la morte che mi avrebbe fatta in pezzi. Ed è per questo che rivoglio indietro i pezzi di cuore, se devi proprio bussare ancora alla mia porta, nel tuo voler per forza darmi qualcosa a giorni alterni. Che poi questo “qualcosa” sia la tua presenza, il tuo -finto- amore o la tua leggerezza poco -ti- importa. Al contrario, riportati, invece, tutti i ricordi, uno ad uno. No, i regali no, quelli assolutamente non me li ridare, te li puoi tenere che non voglio più vederli. Con loro, riportati anche le risate e quella dolcezza che da qualche parte trovavi per darla a me, insieme alle cene a lume di candela sul mio balcone. Ed io, in cambio, fingerò di levare dal mio discorso parte della mia ira, togliendo ogni inciso, ogni frecciatina che spero ti colpisca e ti inietti quel virus per te letale, chiamato empatia.
Rimangiati le volte in cui ti sei confuso e, a tua volta, mi hai voluto far confondere, andandotene nuovamente, facendo ripartire da zero il distacco come se non avessi già dovuto affrontarlo altre mille volte nei miei ricordi, durante le notte sonni e insonni, e in quelle volte in cui sei venuto, faccia tosta che sei, a suonare di nuovo alla mia porta.
Quindi, no, in questa storia non c’è più tempo, né spazio, né voglia per nessuno che un giorno decide di tornare e andarsene nuovamente il minuto dopo.
Perché, vedi, se tu non fossi così, ci sarebbe tutto il tempo del mondo: butterei perfino qualsiasi lancetta esistente per ricavarne dell’altro. Ma non è così, tu non sei così ed io è per questo che, assurdamente e razionalmente, non voglio te.
E quindi non c’è tempo per le tue braccia, non c’è più desiderio di un abbraccio o di un bacio consolatore. Non ho voglia di stare con te per avvelenarmi della tua dipendenza; non ho voglia di starti vicino come se avessi accanto un orologio che conta i minuti alla rovescia, prima che tu vada via di nuovo in balia del tuo insano ballo guidato dal caos  della tua solita confusione.
Togli quel caos dalla mia vita, togli la tua di vita dalla mia vita.
Perché in questa storia, nella mia storia, non c’è più posto per ciò che sei e per ciò che mi hai lasciato: non c’è più posto per cuori spezzati e pianti notturni. Non c’è più spazio per lunghi dialoghi immaginati davanti allo specchio o per la tua follia che un giorno mi mostra la mano, mentre l’altro mi da’ le spalle.
In questa storia, dunque, non ci sono ritorni, porte che si riaprono e perdoni che ti accolgono.
In questa storia ci sono io, oggi e a partire da domani.

Racconti, Racconti & Poesie

Il bambino

Tu che urli non mi fai paura; colgo l’essenziale da tutto quell’urgano di energia e parole.
Ti senti solo, incompreso, vittima. Vuoi vincere, vuoi sempre vincere, come vincevi da bambino tra le braccia di tua madre.
Ancora che ti alzi e aumenti il tono della voce. Ancora che mi riempi di improperi, di parole pesanti come mattoni lanciati in faccia, di nomi che non mi si addicono. Forse era così che venivi trattato, forse era così che ti sentivi: intendo, colpito da tanti mattoni in piena faccia e sommerso da parole che non si addicevano nemmeno a te.
Lo vedo che mi vuoi ancora qui. Lo vedo che se te ne vai, vuoi che ti venga a prendere. Lo sento che vai a rintanarti su un trono, ormai malamente illuminato dai riflettori. Non sei più sulle gambe di tua nonna che ti cullava, non c’è più tuo padre che, dopo averti sgridato, ti si sedeva accanto. Adesso il trono è scarno, ma per il tuo orgoglio quella fioca luce che ti illumina la corona sbilenca è tutto, è tanto, anche più di me.
E quindi se mi urli e scambi il mio nome con Elena; e quindi se mi pesti con le parole e con gli occhi, io non muovo una foglia.
Non mi tocchi, non mi scalfisci, non mi ferisci nemmeno un pò.
Per tanti anni sono partita alla ricerca di me stessa, in un lungo viaggio fatto di spiagge deserte, mari in tempesta e prati meravigliosi devastati di colpo da piogge torrenziali. Ma bene o male, nel deserto, tra le tormente e in mezzo al mare mi sono trovata. Io stessa sono stata la mia compagna di avventure, dandomi così il doppio della forza per arrivare qui ad affermare il mio nome.
Io non sono Elena, che nel viaggio ho potuto conoscere, riuscendo così a vedere chiaramente che non mi somiglia. Il mio mestiere non è essere infermiera, né essere tua madre e neppure il sacco da boxe che serve a farti sfogare senza fiatare. Io sono una donna che è nata libera, in un mondo dove la mia voce valeva quanto quella di un uomo. Sono un’artista: vivo di musica, di colori e di poesia. E non è la rabbia a muovermi, perché mi hanno insegnato a trasformare tutta l’energia in passione.
I miei sentimenti ondeggiano in una danza che si muove giù e su, e in questi alti e bassi ho imparato a riconoscere la vita. So aspettare la fine della tempesta, ma fintantoché essa perdura e bagna tutto, cerco riparo senza piangere, immobile. Allora vago e corro sicura; ed anche se, per la maggior parte delle volte, non so nemmeno io dove sto andando, sono comunque spinta dalla certezza che ciò che cerco, mi troverà.
Non ho paura a lasciare andare, non ho bisogno di inseguire. Non ho bisogno di accendere i riflettori sul tuo trono per totale venerazione.
Tempo fa, ho dovuto spengere le luci superflue sul mio di trono e l’ho abbandonato lì, sulla punta di un’altissima montagna innevata. Discesa fino alle pendici, il mio viaggio era cominciato, aiutandomi con l’unica luce che mi ero tenuta: quella semplice torcia che mio nonno utilizzava per vederci meglio.
Adesso sono qui, che penso a tutto questo mentre tu stai ancora parlando ad alta voce: ed io ti vedo, ma non ti sento. Immagino di vedere uscire dal tuo petto un bambino di sette anni che piange e che vorrebbe solo giocare. Parlerò con lui del senso di inferiorità che lo fa sentire in ombra rispetto ai suoi compagni o ai suoi fratelli e gli ricorderò che nella vita bisogna essere il più sé stessi possibile per far sì che tutto venga naturale e per dare il meglio: “Perchè, amore, nessun altro potrebbe essere te, meglio di come puoi esserlo tu”.  A quel punto lo abbraccerò, ma soltanto dopo che sarà sceso dal suo trono illuminato dalle attenzioni della madre e sarà venuto da me; insieme mangeremo pane e cioccolato, accoccolati mentre ci guardiamo un cartone animato al calduccio di una coperta. Probabilmente per quel momento, anche io avrò di nuovo sette anni, e godrò della presenza del mio migliore compagno.
Dopo di ciò congederò quel bimbo che ha i tuoi stessi occhi ardenti e lo vedrò rientrare nel tuo petto. A quel punto anche io avrò ripreso le sembianze di una donna, dove ogni ruga è una medaglia all’esperienza.
Come una fiamma che si irradia dal suo centro, vedrò da fuori i suoi influssi che si spargeranno per tutto il tuo corpo, arrivando alla testa e calmandoti la lingua.
Tu mi guarderai, ti fermerai ed io rimarrò lì semplicemente ad aspettare: ad aspettare che l’uomo che sei, faccia parlare quel bimbo che voleva un semplice abbraccio che lo facesse sentire al sicuro.
Ed ecco che qualcosa l’ho pure imparata in questa vita: anche io vivo in alto, anche se poi scendo giù, poi riprendo la rincorsa per risalire e dopo ancora giù.
Eppure, in questo parco giochi variopinto e in balia dei venti, devo lasciare il superfluo, come i tuoi monologhi di mattoni. Mi scosto un poco e quelli che ho raccolto tra le braccia, li lascio cadere nel vuoto, in modo che possa rimanere leggera. É questo il mio segreto per volare, è questo lo zaino che non mi porto più dietro, perché soltanto così posso raggiungere il cielo, più in alto che posso e portarti con me.
E allora ti guardo, mentre le tue parole, lo ripeto, io non le ascolto; quelle tue tante parole che poi alla fine vogliono dire l’unica cosa che davvero sento: “Amami”.
E lo farò.

Poesia, Racconti & Poesie

Tutte le parole che non trovo

Tutte le parole che non trovo sono da qualche parte in un punto della mia lingua; sono nate dal cuore e si sono depositate proprio lì, a un passo dalle labbra.
Tutte le parole che non trovo sento che si trovano da qualche parte nella testa, in un cassetto dentro un cassetto, dentro un armadio chiuso a chiave e coperto da un telo bianco.
Alcune delle parole che non trovo, sono venute fuori in un certo momento dalla punta della mia mano: sono atterrate su un foglio bianco che è stato ripiegato e ricordo che terminavano in rima.
Quelle parole che non trovo e che erano volate via, si trovavano da qualche parte su di una panchina che sapeva di salsedine e tramonti; e l’ultima volta che ci sono passata, già non c’erano più.
Tutte le parole che non trovo, e che dovevano arrivare alle tue orecchie, per raggiungere qualche parte del tuo di cuore o della tua testa, ero convinta che adesso si trovassero in mezzo al mare.  A quest’ora il vento doveva averle spinte lontano, togliendole a me, perché io ne sono rimasta senza.
Eppure le mie di parole, quelle che non posso più trovare, so che hanno trovato loro il modo per arrivare a te. E lo hanno fatto tramite queste pagine, tatuate sulla pelle di questo foglio, che in un giorno ventoso è venuto a poggiarsi nuovamente su quella panchina di salsedine dove hai deciso sederti ancora.