Pensiero e sentimento, Racconti & Poesie

Desiderio

Successe questo e accadde in rapida sequenza: due persone, in due città diverse, compresero nello stesso momento che le parole avevano ali create per colmare le distanze.
Allora entrambi volarono.

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Poesia, Racconti & Poesie

L’effetto della calamita

Dentro i “come stai?”  si cela l’affetto.
Nei sorrisi, nei discorsi e negli sguardi.
Nella complicità del cercarsi,
nella facilità del trovarsi.
L’affetto è l’effetto della calamita.
L’attrazione che unisce due corpi.
Un ponte fatto di parole e abbracci dal calore intramontabile.

Pensiero e sentimento, Racconti, Racconti & Poesie

Come una gatta sul davanzale

Se fossi una gatta, starei tutto il giorno affacciata alla finestra. Da lì, osserverei il mondo ricoperto di alberi rigogliosi e di cespugli di fiori, che disseminano l’ombra nella montagna sulla quale poggia la mia casa ormai abbandonata.
Vedrei il passare delle stagioni e con loro, quello degli uccelli, mentre di tanto in tanto verrei ammaliata dalle serenate degli altri gatti che per caso passerebbero di lì.
Se fossi una gatta avrei il tempo di comporre nella mia testa tante poesie: sarei una gatta riflessiva e malinconica. Mi nutrirei di intensi silenzi, accompagnati dal respiro della sola natura; darei amore solo a chi direi io, e lo darei tutto, incondizionatamente.
Mi mancherebbe soltanto la capacità di parlare, di esprimere i miei pensieri a parole; eppure utilizzerei gli occhi e la coda, per ammaliare, addolcire o fare scappare.
Se fossi una gatta, sceglierei sempre di vivere la mia vita appoggiata al davanzale di quella finestra al di sopra di un mondo incontaminato: non ci sarebbe nessun mare all’orizzonte questa volta, soltanto il cielo sterminato e neanche l’ombra di un essere umano.
Nella mia quiete, vivrei in pace e libera, senza rancori e senza dolori. Solo io, i miei sommessi miagolii e con la compagnia della luna che ogni sera verrebbe a diffondere di luce notturna il mio paradiso in terra.
Ma non sono una gatta, sono una donna, la mia finestra da sul mare e i miei pensieri vengono scritti su un foglio di carta stropicciato. E questa carta bianca con degli schizzi neri, un giorno probabilmente volerà spinta dal vento, fino a raggiungere le pendici di una montagna con una casa abbandonata
; nella finestra si vede una gatta nera che in silenzio osserva il concerto del mondo e le danze degli umani che riempiono con le loro giravolte la visuale ai suoi piedi.

Racconti, Racconti & Poesie

Davanti al mare

Profumo di gelsomini in un giorno di maggio.
Rumore di tacchi e dei primi ventagli che sventolano.
Voci di bambini al di fuori del silenzio della grande chiesa e una moltitudine di persone dai volti conosciuti, in attesa.
E allora arrivi tu, che saluti tutti quanti, tremando e sorridendo insieme e ti dirigi subito verso il prato, superando lateralmente le file di sedie bianche immerse tra i fiori.
Il prato è umido, eppure il sole delle cinque lo riscalda delicatamente mentre viene pettinato da un venticello leggero.
Sei nervoso, ma vuoi dissimulare: dopotutto fai cose ben più “difficili” nella vita, tu che usi il sorriso per dare forza agli altri, questa volta ti servirà per darla a te stesso.
Eppure l’odore della salsedine lì vicino ti calma; anzi, quando senti che la tachicardia ti annebbia i sensi, spingi tutto il tuo corpo ad abbracciare la presenza del mare. Arrivi perfino a sentire il debole rumore delle onde che si infrangono sullo scoglio al di sotto del prato, ed è lì che pensi a me.
Continui a salutare gli altri ospiti: vedi tua madre e tuo padre prendere posto, guardi il tuo migliore amico che ti abbraccia e ne rimani ancor più confortato. Il suo sguardo, come quello di tua madre seduta davanti a te, sono sempre stati il metro di giudizio per capire la validità di una tua scelta e, vista la loro espressione serena, quella doveva essere proprio la scelta giusta.
L’orchestra accorda i violini e vedi come l’arpista sistema accanto a sé il suo strumento degli angeli. Allora ridi tra te e te: “immagina se ci fosse un ukulele”, ed ecco che ancora una volta ripensi a me, sentendoti meglio.
Ed io intanto sono lontana. Immagino ad occhi chiusi i preparativi attorno a quell’archetto fiorito sul prato della chiesa che si affaccia sul mare, mentre vestita di bianco, sono attorniata dalle mie amiche di una vita e da mia madre, che ancora hanno la stessa espressione incredula di quel lontano giorno in cui dissi loro che avevo finalmente incontrato qualcuno.
Entro in macchina e, per una volta, accorciare le distanze non è stato mai così facile. Come una calamita venivo attratta dal mare, dallo stesso mare che ogni volta mi riportava da te.
Mille pensieri, le chiacchiere felici di mia madre, il velo ovunque, tutti dettagli che resero fin troppo breve quel tragitto che ci riuniva. Eppure io non ero tranquilla, tanto che per calmarmi, provavo a pensarti, ripercorrendo i lineamenti del tuo viso e ripensando a quel modo dolce con cui i tuoi occhi mi hanno detto che avrebbero sposato i miei. E questo accadde ancora prima di conoscerci, ancora prima di innamorarci: accadde che i tuoi occhi mi parlarono per caso in una sera qualsiasi di dicembre, quando ti incontrai nel mezzo di facce conosciute, in un grattacielo di Manhattan.
L’autista si ferma davanti alla chiesa, ed io, che per distrarmi, cerco di paragonare il valzer che sentivo nello stomaco, a quello provato altre volte nella mia vita: per la mia laurea, ad esempio, o per qualche altro evento nel quale io avrei dovuto parlare in pubblico e da quel momento sarebbe cambiata la mia vita.
Mia madre aveva già l’occhio lucido, come le mie amiche – che però lo dissimulavano meglio-.
Comincio a salire la scalinata della chiesa e proprio tra il primo e il secondo gradino dell’entrata, il pensiero del nostro primo litigio mi sferzò un colpo allo stomaco talmente forte da confondermi e da farmi allentare il passo. Quei problemi gonfiati a dismisura da parole e paranoie,  riuscirono a rovinare i nostri giorni di pace. E subito ecco il secondo colpo sulla milza, il litigio del 13 marzo: noi trentenni a litigare per incomprensioni nemmeno degne dei diciottenni; io che volevo farti capire le mie ragioni e tu che andavi somigliando sempre più a un sordo muro.
Un altro colpo: la tua improvvisa gelosia in quella sera di luglio ed io che ridevo, per quanto te la stessi prendendo ingiustamente per una cosa mai esistita.
La mia amica nota qualcosa dal mio viso e mi prende a braccetto: “Se hai una guerra in corso nella tua testa, vedi di scoprire chi è il vincitore prima della fine di questa scalinata”.
Un vincitore? Un vincitore significava andare avanti o scappare per sempre; significava dare peso ai momenti negativi, ai difetti, alle situazioni scomode come se non ci fosse una soluzione dettata dagli anni, dalla maturità e dall’amore. Oppure significava far prevalere la speranza che quei momenti negativi sarebbero arrivati e se ne sarebbero andati subito: significava terminare la scalinata, sorridere a tutti, sorridere a lui, e fare un passo a cui non avrei più potuto porre rimedio e solo per fiducia nell’amore.
Allora la mia amica continua con quello che risulta essere uno dei discorsi più profondi e anche più brevi della sua vita probabilmente, peraltro sussurrati piano al mio orecchio nascosto dal velo: ” qualunque sia il vincitore della tua battaglia interiore, non avere paura di declamarlo. Non è ancora troppo tardi”.

A quelle parole mi venne in mente uno degli ultimi litigi che abbiamo avuto proprio pochi giorni prima che mi chiedesse di sposarlo. Quella sera mi disse che era ovvio che gli andasse bene che io progredissi nella vita e sopratutto nel lavoro; accettava anche che avessi molti amici uomini e che molte delle persone con cui avevo a che fare nell’ambito lavorativo erano di sesso maschile. Accettava la mia apertura verso il mondo e il mio voler aiutare anche gli sconosciuti. Nonostante ciò, vi era un punto che gli veniva difficile dominare: le partenze. Quando in lui si è sviluppato un amore maturo nei miei confronti, io ero una giovane curatrice in erba che viaggiava non solo per amore dell’arte, ma anche per crescita professionale e personale. Nel mio ambito, conoscere luoghi, culture, persone è fondamentale come leggere libri e giornali. I viaggi, le partenze, gli aerei che ci hanno divisi tante volte, avrebbero continuato ad esistere, seppure con un anello al dito che ci avrebbe legato ancora più fortemente, insieme a quell’amore con cui abbiamo combattuto il tempo e i chilometri.
Così io gli ho spiegato che la mia personalità, la mia voglia di fare e la buona riuscita della mia carriera, si basavano su quei viaggi e sulla libertà di affrontarli a mente serena e sentendomi supportata. Io sarei stata una farfalla dalle ali tarpate senza di essi e lo sarei stata anche senza la mia spontaneità, e sicuramente non sarei stata la ragazza che lui diceva di volere accanto a sé per tutta la vita.
Dormimmo separati quella notte: non ci dividevano paesi, né città, ma due case. Infatti lui tornò a dormire dai suoi genitori dopo aver digerito il mio discorso del “o così o in nessun modo” davanti a una birra e una giuria di amici.
Quella notte dormii malissimo e non perché non ero più abituata a non sentire il suo profumo nel letto accanto a me, ma perché quel silenzio e quella stanza più vuota del solito mi diedero modo di pensare a tutte le ombre che io avrei dovuto accettare di lui, in una nostra vita insieme.
Nonostante tutto, la decisione maturata proprio prima di addormentarmi fu la seguente: sentivo che avrei potuto anche accettare le sue parti negative, purché fossero superate in numero dalle sue parti positive, purché fossimo disposti entrambi a venirci incontro e ancora purché entrambe le sue parti negative e positive portassero lui -in anima e corpo- di nuovo accanto a me. Dunque vi erano ben tre e massicci purché in questa scelta, ma dopotutto stare insieme non si è mai trattato di una passeggiata.
Catastrofica come sono, presi sonno poche ore prima per svegliarmi alle 8 e organizzare subito il successivo viaggio di lavoro per Vienna: consideravo già che mi sarei fatta forza partendo e andandomene, nel caso in cui lui mi avesse lasciata. Dopotutto è così che facevo ogni volta a vent’anni.
E in quel momento il telefono squillò: era lui.
“Prima che tu dica qualcosa” dissi io senza dargli modo di parlare “vorrei dirti che…”
Ma lui mi raggelò con un glaciale “Dobbiamo parlare”. E siccome i discorsi seri arrivano sempre nei giorni più complicati, a condire il tutto c’era il fatto che quella sera saremmo dovuti andare a un concerto: un concerto che si trovava pure in un’altra città, una città che a sua volta era da qualche parte fuori dall’Italia, in un punto che tutti chiamano Inghilterra.
Quindi con il mal di pancia che di botto prese a strozzare le parole, riuscii solo a chiedere in modo confuso: “E il concerto? E il volo per Londra?”. “Vediamoci dopo pranzo in aeroporto, stacco da lavoro e vengo direttamente lì”, la sua sintetica risposta inversamente proporzionale alla mia ansia in fermento.
Mi vuole lasciare durante il viaggio per Londra. No, mi vuole lasciare durante il concerto dei Coldplay a Londra. No, meglio! Vuole lasciarmi dopo il concerto, al ritorno da Londra, sempre su uno dei miei dannati aerei per rimarcare e sottolineare il fatto che non può tollerare la mia vita. Va bene, io non mi tiro indietro, che me le dica in faccia queste cose, ed io sarò impassibile. Riderò mentre sorseggerò la Coca-Cola che vendono a ben 5 euro sui voli che chiamano low-cost e sarò tranquilla. Dentro sappiamo tutti che morirò, ma cascasse il mondo, non gli darò mai questo sazio.
E questo fu un assaggio di quel flusso di coscienza che ebbi dopo il suo semplice “dobbiamo parlare” delle 8 e 15 e due secondi di un mattino “ansiogeno”.
Ed eccomi all’aeroporto, mentre lui era già seduto davanti al gate per London- Stansted. Immaginavo di vederlo con quella faccia livida, tipica delle migliori litigate in termini di serietà. Mi avvicino, poso la valigia per terra, lo guardo e lui si alza e mi stringe fortissimo tra le braccia. Io tremavo, perché non capivo il significato di quella reazione: “forse, da signore, vuole lasciarmi in quel modo prima di partire. Forse così la decisione sarà solo mia: se salire sull’aereo insieme a lui, oppure no”, di nuovo il mio flusso di coscienza che continuava a perdere incontrollato dalla mia testa come un lavandino che gocciola.
“Sei pronta per il viaggio?”, mi disse con un sorriso e un bacio in testa.
Ed io non sapevo più se stavo parlando con dottor Jekyll o con mister Hyde in quel momento; sapevo soltanto che decisi di non aprire bocca sul fatto di lasciarsi, visto che la decisione in quel caso sarebbe stata solo sua.
Il volo andò stranamente benissimo: anche la Coca-Cola venne abbassata di prezzo alla quasi-modica cifra di 3 euro e 50. Lui mi parlava della sua giornata, di quanto non si ricordasse che il letto a casa dei suoi genitori fosse piccolo e di come Filippo, il suo migliore amico, si fosse invaghito della sua personal trainer. Io ridevo come sempre alle sue parole e per come raccontava ogni cosa con quell’ironia sagace e dolce allo stesso tempo, ma frenavo le grandi risate scaturite anche dal mio cuore, proprio perché non avevo dimenticato che di colpo sarebbe scoppiata la bomba.
Ma intanto il concerto si avvicinava e lui non mi lasciava. A quel punto, mentre eravamo in fila per entrare, fui io a prendere l’argomento stanca di quella tensione: “Senti, a proposito della discussione che abbiamo avuto…”. Lui mi zittì, “non è il momento” mi disse.
Ed ecco che cominciai ad andare internamente in escandescenze, pensando che mi avrebbe davvero lasciata durante il concerto e che io avrei odiato i Coldplay per tutta la mia vita. Cercai di insistere, e vedendomi triste, lui mi serrò in un abbraccio che durò fino all’entrata di Chris Martin sul palco.
Io decisi di acquietarmi e godermi quel momento… come se fosse stato il mio ultimo momento di puro amore con lui.
E allora fu che, a quasi fine concerto, cominciò Fix you, e tutta la platea era diventata un firmamento di stelle luminose, per via degli accendini e dei cellulari accesi in aria.
Lui mi si avvicinò, prendendomi da dietro e cominciando a cantare la canzone sussurrandomela dolcemente all’orecchio, mentre Chris Martin la cantava a entrambi. E al secondo ritornello, sentii che aveva cambiato le parole, anzi, che non stava più seguendo il concerto, che mi stava parlando. “Vuoi sposarmi?” disse piano, talmente piano che io davvero non lo capii. “Eh?”, dissi mentre mi girai verso di lui. E intanto lui si staccò, e indietreggiando, prese una scatoletta dalla tasca dei jeans. “Vuoi sposarmi?”, mi chiese ancora, adesso con un tono più forte ed in viso visibilmente emozionato. Avrei avuto bisogno che qualcuno mi avesse dato un pizzicotto, ero come bloccata dall’emozione di una scena che non mi sarei mai aspettata, specialmente in quel modo. Allora lo vidi inginocchiarsi davanti a me, tra la folla che a quel punto istintivamente gli fece spazio: in mano la scatoletta aperta, dentro c’era il mio anello.
Io piansi: Chris Martin cantava, lui si rialzò subito per avvicinarsi a me ed io vedevo tutto annebbiato tra le lacrime e i sorrisi. Mi strinse nuovamente, mi baciò e fece silenzio. Dopo poco: “Ma se non vuoi, non c’è bisogno di reagire così, basta dire no…”, disse con quell’ironia che di lui amavo. Lo guardai,  i suoi occhi parlavano più di lui, rimisi in sesto il mio viso assumendo una vaga aria da furbetta -poco convincente-, infilai l’anello al dito, gli gettai le braccia al collo e all’ultimo “fix you” cantato dai Coldplay, dissi sì.
“Questa sei tu e voglio che non cambi per nessuno né tantomeno per me. Proprio perché la nostra storia non è facile, vuol dire che è qualcosa di speciale da coltivare, è una sfida che accettiamo insieme che siamo così diversi, ma anche così testardamente uguali. E se anche il lavoro ci porterà ad allontanarci a periodi alterni, non siamo novellini in questo: voglio che tu ti realizzi come persona, come donna e come professionista. Voglio che tu sia felice e soddisfatta, senza che sia io a frenarti in qualcosa. Voglio che tu sia mia moglie e voglio che come moglie, donna e professionista tu sia intraprendente, spontanea, buona e ingenuamente bella come sei. Voglio che rimanga la mia migliore amica e la mia complice, perché se mai dovessimo lasciarci e io dovessi trovare qualcun’altra con queste caratteristiche, non sarebbe lo stesso: perché io non voglio una come te, io voglio te.
Ho più desiderio di starti accanto, nonostante i nostri momenti no, che vederci dividere ancora e per sempre da aerei e altri finti amori. E dunque, mia cara, questo è il mio verdetto”. Il suo verdetto, detto tutto di un fiato con il cuore in mano sulle rive del Tamigi alla fine del concerto di una delle mie band preferite, nella mia amata Londra.

Strano da dirsi, ma tutto il film che è passato davanti ai miei occhi è durato il tempo di salire tutte le 32 scale della chiesa.
Mi fermo davanti la grande porta della navata centrale, la supero e mi dirigo verso il passaggio per arrivare al giardino. Ecco che a quel punto mia madre lascia il posto a mio padre che mi prende a braccetto.
Le mie amiche, ancora ignare su chi avesse vinto la guerra dentro di me, si erano indirizzate già verso l’arco fiorito, con il prete che guardava nella mia direzione.
Entro nel giardino e cominciano a suonare i violini.
Inconsciamente avevo scelto il vincitore di quella ennesima guerra che non era nemmeno stata la prima, solo che io ancora non lo sapevo. Raggiungo il centro delle sedie, sentendo il cuore che impazziva in gola: forse volevo scappare o forse volevo continuare, ma ecco quello che successe.
Lo vidi, vidi lui che spuntava da dietro le sedie, accanto al suo testimone. Lo vidi con quel fiore nel taschino e vidi i suoi occhi che si illuminarono, come se non mi vedesse da una vita, come se non volesse vedere altro nella sua vita. Cominciò a suonare l’arpa ed io mossi il primo passo a ritmo della marcia nuziale, con mio padre accanto che sorrideva anche lui, per frenare la commozione.
Ed eccomi lì: che con lo sguardo fisso su di lui, con il nostro mare che gli faceva da sfondo, io lo stavo sposando con tutto il mio cuore.
Percorsi tutta quella bucolica navata centrale direzione onde, scorgendo rapidamente i sorrisi dei miei cari, felici e che ci hanno sempre considerato come gli eterni innamorati ondivaghi di una storia d’amore lunga molti viaggi.
Arrivo all’altare, posto davanti al mare per noi e lui mi alza il velo, sorridendomi finalmente sicuro e fiducioso.

E fu in quel modo che il filo rosso che ci ha legati fino ad allora si trasformò in due anelli; e su di essi la nostra unione, lungamente voluta dal destino, venne incisa in un giorno di maggio, nel mezzo del giardino profumato della ormai nostra chiesa davanti al mare.

Poesia, Racconti & Poesie

Conversazioni secolari

Mi piace pensare che mi sei vicino
e che nel silenzio, dopotutto, noi ancora ci parliamo;
che se mi muovo di un passo oppure di un paese,
con la coda dell’occhio, tu rimani lì ad osservarmi cautamente.
Che se non mi vedi tornare, aspetti che io rientri a casa.
Che se non ti senti vicino al mio cuore, mi vieni a riprendere tra i pensieri.
Mi piace pensare che nel mezzo di tante strade,
persone,
impegni,
anni
e città,
tu abbia il tempo di chiederti come sto davvero;
di aprire la finestra della tua stanza per guardare fuori e,
chi lo sa,
sperare di vedermi passare, con i miei libri e le tante passioni.
Mi piace credere, sperare, immaginare,
sognare, creare, fantasticare
che mentre cammini a piedi nudi sulla spiaggia,
ti ricordi di me e delle mie conchiglie;
ti ricordi delle mille parole con in sottofondo le onde del mare
e poi le mie risate miste a qualche pianto.
Voglio credere che ogni volta che sentirai tra quelle strade il mio profumo,
che quel profumo possa ricondurti a me nonostante gli anni,
nonostante le persone,
gli impegni,
e tutti i discorsi,
compresi quelli non detti.
Mi piace pensarti con me, questa notte, che mi tieni per mano in questo nostro tipico silenzio che ci differenzia dal resto.
Mi piace pensarti con me, in quel letto, disteso al mio fianco, mentre continui a toccarmi delicatamente con i tuoi occhi.
Mi piace sentirti con me, adesso, prima che si faccia buio, che ascolti con il cuore le parole del mio canto.
Mi piace pensare che siamo qui ancora,
insieme nel mezzo di queste nostre lunghe e ininterrotte conversazioni secolari,
sospesi nel tempo,
sperando che il tempo non ci mostri mai la loro fine.

Racconti, Racconti & Poesie

A Manhattan

Incontriamoci sul grattacielo più alto di Manhattan.
Saremo più grandi, più stanchi, più matti, ma inconsapevolmente sicuri di ritrovarci.
Incontriamoci su quell’edificio, sulla cima della città,
facciamolo al tramonto in un giorno che non piove.
Ritroveremo i nostri sguardi per caso, così lontani da casa tra la musica e il vento.
In quel punto più alto, con il mondo ai nostri piedi e i bicchieri nelle mani, guarderemo giù senza paura, pronti a saltare in quel vuoto di colori e fuochi d’artificio.
Potremo affrontare insieme le luci e le ombre di un luogo sterminato e a noi sconosciuto.
Questa volta riusciremo a vivere
questa volta, lo prometto, riusciremo a viverci.
Ma il destino, si sa, ha dei piani che preferisce nascondere per mostrarci solo la meta;
la nostra si chiama Manhattan e noi neanche lo sappiamo mentre piego i vestiti e tu richiudi la porta di casa alle tue spalle.
Ma il destino, si sa, che ha regole non razionali,
e che per riavvicinarci ci ha fatto cambiare molti aerei,
allargare le distanze,
e dormire lontani nel tempo e nello spazio.
Eppure, arrivando così lontano, è proprio da qui che stiamo per riunirci:
dall’apice di questa Mela noi smetteremo finalmente di credere che le distanze ci facciano sentire al sicuro.
E adesso comincia il conto alla rovescia che ci avvicina e che accorcia le nostre strade.
Ed io ho chiuso la valigia
e percorro gli ultimi chilometri che mi separano da quell’aereo con destinazione America.
E intanto tu stai camminando a passo leggero fino al gate di una città sconosciuta:
guardi da fuori la vetrata il cielo azzurro e l’unica nuvola bianca ti richiama un pensiero, un profumo di donna che non sai definire e che prende forma nella tua testa come un déjà-vu.
Ti imbarchi,
mi imbarco.
Ti avvicini,
mi avvicino.
L’appuntamento con il destino accelera il suo passo e noi seguiamo il suo ritmo guardando fuori dall’oblò di due aerei diversi che come rette parallele si congiungono in un punto infinito, ma a nostra insaputa definito.
Incontriamoci sul grattacielo più alto di Manhattan,
ritroviamoci senza saperlo: occhi negli occhi, sorrisi nel cuore
e una volta riuniti in cima al mondo,
con nelle braccia le tue braccia sorprese che pulsano di felicità,
una volta che l’ironia del destino ha svelato le sue carte,
proprio da lassù,
noi non lasciamoci andare più.
Poesia, Racconti & Poesie

Senza se e senza ma

Non so scrivere una poesia senza se e senza ma,
dato che senza incertezza non mi vengono le parole:
quelle giuste,
quelle potenti,
che racchiudono pensieri infinitesimali come un punto.
Non so scrivere una poesia senza ma e senza se,
perchè senza la sofferenza, non creo nessuna arte.
Non so scrivere una poesia senza dubbi per il futuro
o per un ipotetico passato;
su di te
e su te e un’ipotetica me, insieme a te.
Non so scrivere una poesia senza ma e senza se,
in quanto non so scrivere una poesia in cui tu non ci sia;
tu che dimori nella mia testa a braccetto con le spine.
E dunque non so scrivere una poesia,
al di là dei ma e dei se,
-e questo ormai lo sappiamo-,
eppure rimango con il dubbio che,
tolti quei tanti se e i miliardi di ma,
magari la poesia migliore da comporre,
l’avremmo potuta scrivere insieme, nel fare l’amore questa notte .

Pensieri della sera che magari non parlano sempre di amore, Poesia, Racconti & Poesie

Lo specchio

Davanti a uno specchio:
se alzo il braccio, lo fa anche lui.
Se sorrido, ricambia.
Se faccio una smorfia, idem.
Se piango, piange, mica mi consola.
Se mi arrabbio, con la sua rabbia mi aizza.
Se ho sete, non è che mi porta un bicchiere d’acqua.
Se mi sento sola, beh, c’è solo lui.
Se non faccio niente, neanche lui si muoverà.

E così è la vita.

Racconti, Racconti & Poesie

Il primo giorno

-E quindi hai paura?
-Beh, un poco sì.
-Un poco o tanto?
-Abbastanza per chiudermi lo stomaco.
-A cosa pensi?
-Di non essere all’altezza.
-Beh, effettivamente sei 1 metro e 60.
-Anche meno in realtà.
-Eppure ci sono i proverbi che possono supportarti in certe situazioni, come: “nella botte piccola…”
-…C’è meno vino?
-Mmh, scegli di riempirti volontariamente il bicchiere mezzo vuoto, insomma.
-Continuiamo a parlare per modi di dire?
-Allora amore, cosa vuoi detto? Hai paura? Mi dici di sì, pensi di riempirti un bicchiere di vino per aiutarti, ma poi ti “dai la zappa sui piedi” -o scusa- riempiendotelo mezzo vuoto. Hai studiato tanto, preso titoli, cambiato paesi, e poi arrivi a soluzioni simili che profumano di autogol?
-A volte dimentico di avere uno scrittore come compagno. Sai, è divertente quando mi fai le ramanzine: me le fai talmente bene, talmente sottili, tanto decorate, che sembrano parafrasi di poesie che in realtà mi punzecchiano velatamente l’inconscio.
-Eccola, adesso riconosco quel pizzico di creatività che ti è naturale. Per favore, falle arrivare un messaggio da parte mia, e dille di non permettere alla paura di rinchiuderla a chiave dentro la tua bella testolina scura. Ah, e anche che il “Cenerentola style” è ormai superato.
-Amore, ok, apprezzo il tuo aiuto -e anche i tuoi voli pindarici mirati a farmi confondere e distrarre contemporaneamente-, ma non è difficile essere creativa davanti a te, nel nostro salotto.
-Beh, allora se pensi sia facile in salotto, cambiamo stanza, usciamo di casa e vediamo se lo sei anche all’angolo della strada o nel parco. Anzi no, vediamo se lo sei anche nella tua libreria preferita, nel café all’incrocio di Via delle Rose, oppure anche nel deserto: ecco, secondo me se sei creativa nel deserto, lo puoi essere ovunque.
-Ahah e perché proprio lì?
-Vedi, per me il deserto è come certe aule studio senza libri. Sembrano asettiche, ma in realtà sono piene in potenza di tutti i contenuti che possono fuoriuscire dalla tua mente.
-Chissà se nel dizionario risulta questa definizione di “creatività”.
-Chissà intanto se questa tua paura, la stiamo esorcizzando almeno un pochino.
-Ebbene di un pochino; dopotutto so che le mie inquietudini hanno poco scampo quando combattono contro la tua ironia e la tua di immaginazione. Quanto vorrei che fossi con me, domani.
-Amore, qualcuno ti cancellerà la memoria questa notte? Finché non permetterai all’ansia di eliminarti i ricordi -compreso il pin del tuo telefono, come l’ultima volta… -, la mia bocca pronuncerà le stesse frasi anche domani, solo che sarà tutto nella tua testa.
-E che succede se le ricordo male? Che succede se confondo i toni, i suoni e le stesse parole formano frasi diverse quando ci ripenso?
-Innanzitutto se dovesse succedere, provvederemmo subito con l’assumere una pillola al giorno di fosforo e omega 3 -la mattina, prima di colazione per la precisione- e secondo: non succederà. E sai perché?
-Perché se comprassi le pillole per la memoria, mi dimenticherei pure di prenderle e quindi la mia testa si rifiuta già a prescindere di farmi notare certe sue défaillance?
-No, ma -eh- anche. Ti dico che non succederà perché sarà la tua testa a decidere cosa le accadrà. Se la tua volontà è quella di essere efficiente, lo sarai. Sappi solo che essere efficienti non vuol dire non sbagliare. Sbaglierai, perché le prime volte in cui si fa qualcosa, è normale che non la si sappia fare, ma da ciò imparerai e, solo allora, passerai al livello successivo: un pò come accade per questo gioco che mi hai fatto mettere in pausa perché sei entrata nella stanza con l’aria di chi sta per essere condannato a una morte non felice.
-Perché ci sono morti felici?
-Scherzi? Mai sentito di quelli che muoiono per il solletico o per un’indigestione di dolci?
-Dici i diabetici?
-Beh, whatever, come può essere triste, il morire ridendo o mentre si è soddisfatti dei pasticcini?
-Ahah se non sapessi che scherzi, la mia faccia sarebbe traumatizzata da quello che dici e non dal fatto che domani è il mio primo giorno di lavoro.
-E andrà benissimo, e se anche non dovesse essere secondo i tuoi -fin troppo alti standard-, mia cara Miss Devo Fare Tutto Benissimo e Lo Devo Fare Tutto Io, sarà sempre qualcosa che nel futuro ricorderai con il sorriso. A meno che…
-A meno che?
-A meno che non incendi il palazzo. Sì, tipo mentre passi un foglio al tuo collega e il foglio si brucia con la candela che è casualmente accesa -ad agosto e in pieno giorno- proprio sulla sua scrivania. Allora entrambi non fate in tempo a spegnerlo, il fuoco brucia gli altri fogli, tutti scappano, – il tuo collega pure-, tu riesci a spegnere il fuoco del primo foglio, lo lasci lo stesso sulla scrivania del tuo collega – perché avevi solo un compito da svolgere-,  finalmente te ne vai e…
-E…?
-E niente, vedi che il palazzo brucia. Ecco: quello sarebbe, comunque, un primo giorno memorabile; un giorno in cui dimostreresti, ugualmente, a te stessa, la tua capacità di essere la migliore anche nel combinare il peggio e nel fare il maggior danno che avresti potuto mai fare al tuo primo giorno di lavoro.
-Ok, evitare le candele, recepito.
-Decisamente. Adesso posso finire di giocare?
-Sì, scrittore. Vai in pace a fare i tuoi giochini da adolescenti nerd.
-A questa non ti rispondo!
-E meno male. E comunque, grazie.
-Ma di che, rompiscatole. Meno paranoie, più dolci, meno candele, più risate. Brucia l’ansia con il fuoco dell’ironia e ripensa a queste parole domani, quando ti daranno il primo compito e nella tua testa si formuleranno queste parole: “E che cazzo vuol dire far firmare la cedola 245”. E allora tu dí che lo farai e sorridi pure. Dopo, in silenzio te ne vai al pc e cerchi su Google cosa diavolo è una cedola 245. E, nel caso in cui Google fraintende e anche lì arriva a dirti che in realtà la cedola 245 è una malattia e che in realtà stai per morire, chiediglielo al collega più simpatico e prenditi tutto il tempo che vuoi.
Ma sopratutto, amore, pensa che se queste parole in realtà non sono state mai realmente dette da me, ma se sei stata tu a scriverle su un pc e a pubblicarle, vuol dire che dentro di te hai tutte le risposte, insieme a quella creatività che ti farà risolvere i problemi, e… che, in verità, non serviva un reale fidanzato per scoprirlo e per sentirtele dire.
Detto ciò, buon primo giorno!

Pensiero e sentimento

Messaggio

La vita sembra fermarsi quando si è seduti sulla stessa sedia, sopra i libri, giorno dopo giorno, esame dopo esame.
“Non finirà mai”, “non ce la faccio”, “non servirà a niente”, “non sarò nessuno”: ecco il ritornello con cui ti addormenti certe notti.
Eppure finita quella fase, ti si apre un mondo: il tuo.
Da quel momento, approfitta di questi anni per fare esperienze:
conosci gente, infatuati, ritorna alla realtà, viaggia, cresci, conosciti, scopriti.
E quando alla fine sarai soddisfatto dei tuoi giri, allora fermati.
E appena saprai quello che vuoi, prometto che io sarò lì,
ad aspettarti agli arrivi.