Pensiero e sentimento, Racconti, Racconti & Poesie

Domenica

Ricordo che era aprile e io mi trovavo nella tua macchina, sul sedile del passeggero, mentre tu guidavi. Fuori pioveva e c’era ancora freddo: nessuna traccia della primavera in quel pomeriggio.
Mi eri venuto a prendere come sempre all’aeroporto, in una delle mie fughe del fine settimana, quando lo studio me lo permetteva. Non ero felice, e a dire il vero stavo per piangere, cosa che tu avevi capito subito. Per questo, sapevo benissimo che avevi acceso la radio per cominciare a canticchiare.
Tra una parola sbagliata e l’altra, le macchine che ci superavano a tutta velocità in autostrada e la pioggia che scendeva sempre più minacciosa, io scoppiai a piangere.
“Non so dove sto andando”, ti dissi.
“Stiamo andando a casa tua”, mi rispondesti.
Ti ho guardato come si guarda qualcuno quando non si ha voglia di scherzare, con una faccia tra l’ammaccato e lo stanco, perché ero stanca da morire.
“Non so dove sto andando. Non so se quello che sto facendo ha senso. Non so se sono su una strada che mi porterà da qualche parte e se da quest’altra parte, io vorrò starci”.
Stavo in silenzio, mentre Mika continuava a cantare felicemente dalla radio della tua macchina. Tu stavi in silenzio, serio e pensoso.
“Ok, mi sto zitta. Dopotutto, non ho il diritto di lamentarmi. Voglio dire, ho tutto: una famiglia solida, degli amici, dei soldi con cui pagare l’affitto e l’università e poi ho te.”
“E se hai tutte queste cose, perchè stai ancora piangendo?”.
Perchè stavo male? Perchè non potevo farmi andare bene tutte le cose che avevo, senza rovinarmi il momento? Perchè non potevo godermi il ritorno a casa con il mio ragazzo, quando invece dovevo sempre rovinare tutto?
“Portami a vedere il mare.”, gli dissi o forse lo supplicai o forse gliel’ordinai.
“Ma hai visto che tempo che c’è? Verrà giù un temporale.”
“Per favore, non è morto mai nessuno per un poco di pioggia, ma sento che io starò peggio senza il mare”.
Lui non disse no, lui non diceva mai no. Ricordo che al bivio sterzò per la spiaggia, parcheggiò la macchina proprio lì davanti, e scendemmo.
Ci coprimmo entrambi sotto l’ombrello e arrivammo a malapena a toccare la sabbia sempre più umida e calpestata dalle nostre scarpe da tennis. In quel momento, davanti al mare grigio che mescolava la sua fine con la linea dell’orizzonte, io mi sentii meglio.
Ti presi la mano, non dissi niente, ma tu avevi capito che ti stavo ringraziando con il cuore.
Poi la pioggia diventò sempre più incessante, e mentre l’ombrello divenne inutile per coprirci entrambi, ricordo che dicesti: “vedi che cose strane che mi fai sempre fare?”, ma ridevi. Ed io ridevo, e penso che non bastava altro.
Avevo 23 anni, ero tornata a casa per tornare a respirare, a respirare te.

Sono passati degli anni da quel momento, e stranamente mi sono svegliata così, questa mattina, con quel ricordo. Le tende sono ancora chiuse e le persiane abbassate, ma nel buio della stanza so che è ormai giorno.
Nel luogo in cui mi trovo adesso non c’è il mare, e in questo strano posto, non ci sei nemmeno tu. Questa domenica mi sono ritrovata a pensare a casa mia, a seguito del mio sogno. Sono ancora a letto che guardo il soffitto rigato dai sottili raggi del sole e quasi quasi mi immagino di stare nel letto della mia vecchia stanza, a casa dei miei. L’armadio bianco, la finestra sul mare, il peluche verde e quello bianco, i miei libri sopra la testa, tutti dettagli che mi erano chiari solo se chiudevo gli occhi.
Dopo colazione, ho deciso di alzarmi e fare due passi per scrollarmi un poco di malinconia di dosso. In questa città non ci sono i miei genitori, né i miei amici di sempre: l’unica cosa su cui contare, e che fosse familiare, sono i libri.
Allora mi preparo ed esco di casa tutta infagottata tra la sciarpa e il cappotto, fino a raggiungere la mia libreria preferita. Tocco alcuni volumi con la punta delle dita, specie quelli che avevano un significato importante per me, quelli che, al solo leggere il titolo, riuscivano a riscaldarmi il cuore.
Finché arrivo nel reparto che, più di tutti, mi fa sempre ritrovare la bambina che è in me; una bambina sui nove anni e con la coda che, come ogni domenica mattina, aspettava felicemente di pranzare a tavola, seduta in mezzo a sua madre e suo padre, in quella stanza con il tavolo davanti il mare.

Dopotutto, un modo per ritornare a casa lo si deve sempre trovare, perfino in una città senza mare; e perfino in questa città senza amare e senza amarti, io dovevo poter saziare la mia nostalgia.
Allora mi avvicino alla libreria, scelgo uno dei libri, lo prendo, lo apro e comincio a leggere. Magicamente, ero di nuovo a casa mia, avvolta dalla coperta azzurra e morbida, con la tazza di tè accanto. Concentrandomi, potevo anche sentire mia madre che ci richiamava a tavola per il pranzo, mentre mio padre stappava il vino.
Con quel libro in mano, e i ricordi vividi in testa, i miei trent’anni erano lontani anni luce, lasciando il posto a quella signorinella ancora la coda, che non sapeva ancora cosa fosse il dolore. E allora eccomi, pronta, scattante, piena di vita in quel sogno-realtà ad alzarmi dal letto, a richiudere il mio libro di Harry Potter, riporlo nello scaffale insieme a tutti gli altri, per andare a tavola a mangiare.

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Il bambino

Tu che urli non mi fai paura; colgo l’essenziale da tutto quell’urgano di energia e parole.
Ti senti solo, incompreso, vittima. Vuoi vincere, vuoi sempre vincere, come vincevi da bambino tra le braccia di tua madre.
Ancora che ti alzi e aumenti il tono della voce. Ancora che mi riempi di improperi, di parole pesanti come mattoni lanciati in faccia, di nomi che non mi si addicono. Forse era così che venivi trattato, forse era così che ti sentivi: intendo, colpito da tanti mattoni in piena faccia e sommerso da parole che non si addicevano nemmeno a te.
Lo vedo che mi vuoi ancora qui. Lo vedo che se te ne vai, vuoi che ti venga a prendere. Lo sento che vai a rintanarti su un trono, ormai malamente illuminato dai riflettori. Non sei più sulle gambe di tua nonna che ti cullava, non c’è più tuo padre che, dopo averti sgridato, ti si sedeva accanto. Adesso il trono è scarno, ma per il tuo orgoglio quella fioca luce che ti illumina la corona sbilenca è tutto, è tanto, anche più di me.
E quindi se mi urli e scambi il mio nome con Elena; e quindi se mi pesti con le parole e con gli occhi, io non muovo una foglia.
Non mi tocchi, non mi scalfisci, non mi ferisci nemmeno un pò.
Per tanti anni sono partita alla ricerca di me stessa, in un lungo viaggio fatto di spiagge deserte, mari in tempesta e prati meravigliosi devastati di colpo da piogge torrenziali. Ma bene o male, nel deserto, tra le tormente e in mezzo al mare mi sono trovata. Io stessa sono stata la mia compagna di avventure, dandomi così il doppio della forza per arrivare qui ad affermare il mio nome.
Io non sono Elena, che nel viaggio ho potuto conoscere, riuscendo così a vedere chiaramente che non mi somiglia. Il mio mestiere non è essere infermiera, né essere tua madre e neppure il sacco da boxe che serve a farti sfogare senza fiatare. Io sono una donna che è nata libera, in un mondo dove la mia voce valeva quanto quella di un uomo. Sono un’artista: vivo di musica, di colori e di poesia. E non è la rabbia a muovermi, perché mi hanno insegnato a trasformare tutta l’energia in passione.
I miei sentimenti ondeggiano in una danza che si muove giù e su, e in questi alti e bassi ho imparato a riconoscere la vita. So aspettare la fine della tempesta, ma fintantoché essa perdura e bagna tutto, cerco riparo senza piangere, immobile. Allora vago e corro sicura; ed anche se, per la maggior parte delle volte, non so nemmeno io dove sto andando, sono comunque spinta dalla certezza che ciò che cerco, mi troverà.
Non ho paura a lasciare andare, non ho bisogno di inseguire. Non ho bisogno di accendere i riflettori sul tuo trono per totale venerazione.
Tempo fa, ho dovuto spengere le luci superflue sul mio di trono e l’ho abbandonato lì, sulla punta di un’altissima montagna innevata. Discesa fino alle pendici, il mio viaggio era cominciato, aiutandomi con l’unica luce che mi ero tenuta: quella semplice torcia che mio nonno utilizzava per vederci meglio.
Adesso sono qui, che penso a tutto questo mentre tu stai ancora parlando ad alta voce: ed io ti vedo, ma non ti sento. Immagino di vedere uscire dal tuo petto un bambino di sette anni che piange e che vorrebbe solo giocare. Parlerò con lui del senso di inferiorità che lo fa sentire in ombra rispetto ai suoi compagni o ai suoi fratelli e gli ricorderò che nella vita bisogna essere il più sé stessi possibile per far sì che tutto venga naturale e per dare il meglio: “Perchè, amore, nessun altro potrebbe essere te, meglio di come puoi esserlo tu”.  A quel punto lo abbraccerò, ma soltanto dopo che sarà sceso dal suo trono illuminato dalle attenzioni della madre e sarà venuto da me; insieme mangeremo pane e cioccolato, accoccolati mentre ci guardiamo un cartone animato al calduccio di una coperta. Probabilmente per quel momento, anche io avrò di nuovo sette anni, e godrò della presenza del mio migliore compagno.
Dopo di ciò congederò quel bimbo che ha i tuoi stessi occhi ardenti e lo vedrò rientrare nel tuo petto. A quel punto anche io avrò ripreso le sembianze di una donna, dove ogni ruga è una medaglia all’esperienza.
Come una fiamma che si irradia dal suo centro, vedrò da fuori i suoi influssi che si spargeranno per tutto il tuo corpo, arrivando alla testa e calmandoti la lingua.
Tu mi guarderai, ti fermerai ed io rimarrò lì semplicemente ad aspettare: ad aspettare che l’uomo che sei, faccia parlare quel bimbo che voleva un semplice abbraccio che lo facesse sentire al sicuro.
Ed ecco che qualcosa l’ho pure imparata in questa vita: anche io vivo in alto, anche se poi scendo giù, poi riprendo la rincorsa per risalire e dopo ancora giù.
Eppure, in questo parco giochi variopinto e in balia dei venti, devo lasciare il superfluo, come i tuoi monologhi di mattoni. Mi scosto un poco e quelli che ho raccolto tra le braccia, li lascio cadere nel vuoto, in modo che possa rimanere leggera. É questo il mio segreto per volare, è questo lo zaino che non mi porto più dietro, perché soltanto così posso raggiungere il cielo, più in alto che posso e portarti con me.
E allora ti guardo, mentre le tue parole, lo ripeto, io non le ascolto; quelle tue tante parole che poi alla fine vogliono dire l’unica cosa che davvero sento: “Amami”.
E lo farò.

Racconti, Racconti & Poesie

Il primo giorno

-E quindi hai paura?
-Beh, un poco sì.
-Un poco o tanto?
-Abbastanza per chiudermi lo stomaco.
-A cosa pensi?
-Di non essere all’altezza.
-Beh, effettivamente sei 1 metro e 60.
-Anche meno in realtà.
-Eppure ci sono i proverbi che possono supportarti in certe situazioni, come: “nella botte piccola…”
-…C’è meno vino?
-Mmh, scegli di riempirti volontariamente il bicchiere mezzo vuoto, insomma.
-Continuiamo a parlare per modi di dire?
-Allora amore, cosa vuoi detto? Hai paura? Mi dici di sì, pensi di riempirti un bicchiere di vino per aiutarti, ma poi ti “dai la zappa sui piedi” -o scusa- riempiendotelo mezzo vuoto. Hai studiato tanto, preso titoli, cambiato paesi, e poi arrivi a soluzioni simili che profumano di autogol?
-A volte dimentico di avere uno scrittore come compagno. Sai, è divertente quando mi fai le ramanzine: me le fai talmente bene, talmente sottili, tanto decorate, che sembrano parafrasi di poesie che in realtà mi punzecchiano velatamente l’inconscio.
-Eccola, adesso riconosco quel pizzico di creatività che ti è naturale. Per favore, falle arrivare un messaggio da parte mia, e dille di non permettere alla paura di rinchiuderla a chiave dentro la tua bella testolina scura. Ah, e anche che il “Cenerentola style” è ormai superato.
-Amore, ok, apprezzo il tuo aiuto -e anche i tuoi voli pindarici mirati a farmi confondere e distrarre contemporaneamente-, ma non è difficile essere creativa davanti a te, nel nostro salotto.
-Beh, allora se pensi sia facile in salotto, cambiamo stanza, usciamo di casa e vediamo se lo sei anche all’angolo della strada o nel parco. Anzi no, vediamo se lo sei anche nella tua libreria preferita, nel café all’incrocio di Via delle Rose, oppure anche nel deserto: ecco, secondo me se sei creativa nel deserto, lo puoi essere ovunque.
-Ahah e perché proprio lì?
-Vedi, per me il deserto è come certe aule studio senza libri. Sembrano asettiche, ma in realtà sono piene in potenza di tutti i contenuti che possono fuoriuscire dalla tua mente.
-Chissà se nel dizionario risulta questa definizione di “creatività”.
-Chissà intanto se questa tua paura, la stiamo esorcizzando almeno un pochino.
-Ebbene di un pochino; dopotutto so che le mie inquietudini hanno poco scampo quando combattono contro la tua ironia e la tua di immaginazione. Quanto vorrei che fossi con me, domani.
-Amore, qualcuno ti cancellerà la memoria questa notte? Finché non permetterai all’ansia di eliminarti i ricordi -compreso il pin del tuo telefono, come l’ultima volta… -, la mia bocca pronuncerà le stesse frasi anche domani, solo che sarà tutto nella tua testa.
-E che succede se le ricordo male? Che succede se confondo i toni, i suoni e le stesse parole formano frasi diverse quando ci ripenso?
-Innanzitutto se dovesse succedere, provvederemmo subito con l’assumere una pillola al giorno di fosforo e omega 3 -la mattina, prima di colazione per la precisione- e secondo: non succederà. E sai perché?
-Perché se comprassi le pillole per la memoria, mi dimenticherei pure di prenderle e quindi la mia testa si rifiuta già a prescindere di farmi notare certe sue défaillance?
-No, ma -eh- anche. Ti dico che non succederà perché sarà la tua testa a decidere cosa le accadrà. Se la tua volontà è quella di essere efficiente, lo sarai. Sappi solo che essere efficienti non vuol dire non sbagliare. Sbaglierai, perché le prime volte in cui si fa qualcosa, è normale che non la si sappia fare, ma da ciò imparerai e, solo allora, passerai al livello successivo: un pò come accade per questo gioco che mi hai fatto mettere in pausa perché sei entrata nella stanza con l’aria di chi sta per essere condannato a una morte non felice.
-Perché ci sono morti felici?
-Scherzi? Mai sentito di quelli che muoiono per il solletico o per un’indigestione di dolci?
-Dici i diabetici?
-Beh, whatever, come può essere triste, il morire ridendo o mentre si è soddisfatti dei pasticcini?
-Ahah se non sapessi che scherzi, la mia faccia sarebbe traumatizzata da quello che dici e non dal fatto che domani è il mio primo giorno di lavoro.
-E andrà benissimo, e se anche non dovesse essere secondo i tuoi -fin troppo alti standard-, mia cara Miss Devo Fare Tutto Benissimo e Lo Devo Fare Tutto Io, sarà sempre qualcosa che nel futuro ricorderai con il sorriso. A meno che…
-A meno che?
-A meno che non incendi il palazzo. Sì, tipo mentre passi un foglio al tuo collega e il foglio si brucia con la candela che è casualmente accesa -ad agosto e in pieno giorno- proprio sulla sua scrivania. Allora entrambi non fate in tempo a spegnerlo, il fuoco brucia gli altri fogli, tutti scappano, – il tuo collega pure-, tu riesci a spegnere il fuoco del primo foglio, lo lasci lo stesso sulla scrivania del tuo collega – perché avevi solo un compito da svolgere-,  finalmente te ne vai e…
-E…?
-E niente, vedi che il palazzo brucia. Ecco: quello sarebbe, comunque, un primo giorno memorabile; un giorno in cui dimostreresti, ugualmente, a te stessa, la tua capacità di essere la migliore anche nel combinare il peggio e nel fare il maggior danno che avresti potuto mai fare al tuo primo giorno di lavoro.
-Ok, evitare le candele, recepito.
-Decisamente. Adesso posso finire di giocare?
-Sì, scrittore. Vai in pace a fare i tuoi giochini da adolescenti nerd.
-A questa non ti rispondo!
-E meno male. E comunque, grazie.
-Ma di che, rompiscatole. Meno paranoie, più dolci, meno candele, più risate. Brucia l’ansia con il fuoco dell’ironia e ripensa a queste parole domani, quando ti daranno il primo compito e nella tua testa si formuleranno queste parole: “E che cazzo vuol dire far firmare la cedola 245”. E allora tu dí che lo farai e sorridi pure. Dopo, in silenzio te ne vai al pc e cerchi su Google cosa diavolo è una cedola 245. E, nel caso in cui Google fraintende e anche lì arriva a dirti che in realtà la cedola 245 è una malattia e che in realtà stai per morire, chiediglielo al collega più simpatico e prenditi tutto il tempo che vuoi.
Ma sopratutto, amore, pensa che se queste parole in realtà non sono state mai realmente dette da me, ma se sei stata tu a scriverle su un pc e a pubblicarle, vuol dire che dentro di te hai tutte le risposte, insieme a quella creatività che ti farà risolvere i problemi, e… che, in verità, non serviva un reale fidanzato per scoprirlo e per sentirtele dire.
Detto ciò, buon primo giorno!

Pensiero e sentimento

Messaggio

La vita sembra fermarsi quando si è seduti sulla stessa sedia, sopra i libri, giorno dopo giorno, esame dopo esame.
“Non finirà mai”, “non ce la faccio”, “non servirà a niente”, “non sarò nessuno”: ecco il ritornello con cui ti addormenti certe notti.
Eppure finita quella fase, ti si apre un mondo: il tuo.
Da quel momento, approfitta di questi anni per fare esperienze:
conosci gente, infatuati, ritorna alla realtà, viaggia, cresci, conosciti, scopriti.
E quando alla fine sarai soddisfatto dei tuoi giri, allora fermati.
E appena saprai quello che vuoi, prometto che io sarò lì,
ad aspettarti agli arrivi.

Pensiero e sentimento

Interesse d’amore

E raccontami,
come sta il mare sotto il monte?
E l’isoletta? Quella che ha al centro una torre semi distrutta che resiste al tempo.
Come stanno le barche nel porto?
I pescatori tornano ancora ogni mattina con il pesce fresco?
E la bella donna statuaria che guarda tutto dalla montagna? Resiste anche lei ai cambiamenti?
E il traffico? Le voci? Gli odori del mercato?
Come sta la gente che va al lavoro la mattina, si incontra nelle strade e chiude i negozi la sera?
Come stanno le piazze gremite di turisti e di vari colori a tutte le ore del giorno?
E i bambini? Vanno ancora in bicicletta tra quei giardini ?
Continuano a sedersi le coppiette sulle panchine davanti al mare, mangiando un gelato?
C’è ancora chi raccoglie le conchiglie al tramonto?
E chi esce vestito per l’estate e rientra correndo, per ripararsi dalla pioggia?
E il rumore dei motori sul lungomare? Lo senti sempre?
E poi, lì nei paesini vicini, ci sono ancora gli anziani che giocano a scopa con le sedioline sulle strade davanti alla porta di casa? La vecchiaia perfetta, pensavamo, ricordi?
E la mattina si sente ancora il profumo del pane fresco, dopo che te l’hanno portato fino al cancello di casa?
Si sente già forte la fragranza delle arance e dei limoni? La loro presenza si confonde con la salsedine?
E ci sono ancora i cani che giocano con i loro padroni attorno alle panche a pois colorati, davanti agli scogli?
E tornando a quegli scogli, ti fa ancora male raggiungerli, passando a piedi nudi sui ciottoli?
E dimmi, ti ci troverò ancora sugli stessi scogli nel lungomare, se provo nuovamente a camminare su quei ciottoli?
Com’è il vento adesso che si fa sera, nella casa davanti al mare?
Il gelsomino profuma sempre l’aria sul far della notte?
Insomma, come sta la mia Palermo ora che un altro giorno “si volge” al termine?
E tu,
tu come stai?
Pensieri della sera che magari non parlano sempre di amore, Poesia, Racconti & Poesie

Andare

Apri la porta,
lascia indietro il superfluo.
Cammina, respira
sali sul primo aereo.
Non pensare a niente.
Sali sul primo aereo
e ritrovati.

Racconti, Racconti & Poesie

Il giardino francese

In un tempo lontano,
in un’epoca di merletti e balli da favola,
c’ero io, con il mio vestito lungo ed il solito libro in mano, che passeggiavo tra i roseti del giardino francese.
E come ogni volta, tu spuntavi fuori dal cespuglio dietro la fontana con una rosa; con quella faccia buffa e una spada troppo seria appoggiata alla tua gamba.
Se libri e spade fossero stati amanti fedeli, le guerre sarebbero esistite solo tra le loro pagine.
Ma le battaglie erano reali, quanto lo eravamo noi; e se quella spada ti ha portato via da quel lontano 1780, il tempo non ha mai cancellato il tuo ricordo, impresso ancora per i sentieri di quel giardino francese.

Poesia, Racconti & Poesie

Incontri

Attraverso la strada
e nel centro preciso,
tra macchine che corrono alla mia destra
e macchine che aspettano a sinistra,
accadono due cose in un unico istante:
tu mi vieni incontro
ed io alzo lo sguardo.
Da quel momento gli avvenimenti si moltiplicano,
si sdoppiano,
prendono altre vie,
diventano infiniti.
Con la luce di quegli occhi chiari e sconosciuti,
mi sono ritrovata in riva al mare,
in una fresca mattina di maggio.
Subito dopo ero in un punto sperduto della più alta montagna innevata,
davanti a un camino che odorava di legna,
sul finire di gennaio.
Ancora, mi trovavo in mezzo a un prato,
nascosta tra i girasoli che mi superavano in altezza,
ai primi di settembre.
E d’improvviso mi ero catapultata nel deserto,
anzi, nell’unica oasi in mezzo al Sahara,
quando novembre si sostituì a ottobre.
Un attimo solo,
uno sguardo e basta tra i rumori della città
ed io ero mille,
in cento posti contemporaneamente,
in mille tempi diversi,
avvolta nel silenzio,
ma sempre con te accanto.
Poi come un tuono,
il rombo dei motori mi riportò al presente,
a una delle mie tante realtà.
Tu mi superasti,
io arrivai salva al marciapiede opposto.
E allora al prossimo incontro,
alla prossima vita,
pensai,
amore mio.

Poesia, Racconti & Poesie

Sto andando via

Sto andando via.
Non c’è molto da dire,
solo che sto prendendo un aereo,
un’altra volta ancora.
E il lasciarti qui,
e tutto questo senso di distacco,
di allontanamento
e la solitudine.
Nulla di nuovo,
tutto lo stesso.

Sto andando via,
e lo ripeto,
il senso è solo questo.
Niente di sottinteso,
niente di non detto.
Anzi ho detto tutto
con ogni parola
e ogni silenzio.
Preparo la valigia,
ricontrollo il biglietto.
Allora prendo un taxi
e lascio questa casa.

In aeroporto, poi
aspetto l’apertura del gate
e anche un messaggio.
L’occhio lucido,
il groppo in gola.
Io,
un vortice di pensieri grigi e argento,
tanta gente,
il freddo,
una valigia
e l’aeroporto.

E questo è quanto
E dunque vado via.
Il tempo sta finendo
e nessuna luce da vita al cellulare.
Si apre il gate,
sto andando dall’altro lato,
mi guardo indietro,
e un’altra volta ti dico col pensiero:
sto andando via.

E tu che rimani,
sicuro che non preferisci che resti?

Poesia, Racconti & Poesie

Per vincere

Se nella distanza crederai,
troveremo la forza per costruire ponti e strade
sulle sabbie mobili e in mezzo al mare.
Se nella distanza mi vorrai,
io sarò gli occhi e tu le mani
per ravvivare i nostri giorni di tutti i colori
che fino ad oggi sono rimasti sbiaditi.
E se la distanza percorrerai,
colmando strade e ricoprendo chilometri,
allora avremo ore e ore di coperte e di abbracci davanti ad un camino
in una stanza tutta per noi, ad aspettarci.
E se, infine, nel nostro amore crederai:
non serviranno molte parole per dirlo:
perché semplicemente,
avremo vinto.