Racconti, Racconti & Poesie

Il bambino

Tu che urli non mi fai paura; colgo l’essenziale da tutto quell’urgano di energia e parole.
Ti senti solo, incompreso, vittima. Vuoi vincere, vuoi sempre vincere, come vincevi da bambino tra le braccia di tua madre.
Ancora che ti alzi e aumenti il tono della voce. Ancora che mi riempi di improperi, di parole pesanti come mattoni lanciati in faccia, di nomi che non mi si addicono. Forse era così che venivi trattato, forse era così che ti sentivi: intendo, colpito da tanti mattoni in piena faccia e sommerso da parole che non si addicevano nemmeno a te.
Lo vedo che mi vuoi ancora qui. Lo vedo che se te ne vai, vuoi che ti venga a prendere. Lo sento che vai a rintanarti su un trono, ormai malamente illuminato dai riflettori. Non sei più sulle gambe di tua nonna che ti cullava, non c’è più tuo padre che, dopo averti sgridato, ti si sedeva accanto. Adesso il trono è scarno, ma per il tuo orgoglio quella fioca luce che ti illumina la corona sbilenca è tutto, è tanto, anche più di me.
E quindi se mi urli e scambi il mio nome con Elena; e quindi se mi pesti con le parole e con gli occhi, io non muovo una foglia.
Non mi tocchi, non mi scalfisci, non mi ferisci nemmeno un pò.
Per tanti anni sono partita alla ricerca di me stessa, in un lungo viaggio fatto di spiagge deserte, mari in tempesta e prati meravigliosi devastati di colpo da piogge torrenziali. Ma bene o male, nel deserto, tra le tormente e in mezzo al mare mi sono trovata. Io stessa sono stata la mia compagna di avventure, dandomi così il doppio della forza per arrivare qui ad affermare il mio nome.
Io non sono Elena, che nel viaggio ho potuto conoscere, riuscendo così a vedere chiaramente che non mi somiglia. Il mio mestiere non è essere infermiera, né essere tua madre e neppure il sacco da boxe che serve a farti sfogare senza fiatare. Io sono una donna che è nata libera, in un mondo dove la mia voce valeva quanto quella di un uomo. Sono un’artista: vivo di musica, di colori e di poesia. E non è la rabbia a muovermi, perché mi hanno insegnato a trasformare tutta l’energia in passione.
I miei sentimenti ondeggiano in una danza che si muove giù e su, e in questi alti e bassi ho imparato a riconoscere la vita. So aspettare la fine della tempesta, ma fintantoché essa perdura e bagna tutto, cerco riparo senza piangere, immobile. Allora vago e corro sicura; ed anche se, per la maggior parte delle volte, non so nemmeno io dove sto andando, sono comunque spinta dalla certezza che ciò che cerco, mi troverà.
Non ho paura a lasciare andare, non ho bisogno di inseguire. Non ho bisogno di accendere i riflettori sul tuo trono per totale venerazione.
Tempo fa, ho dovuto spengere le luci superflue sul mio di trono e l’ho abbandonato lì, sulla punta di un’altissima montagna innevata. Discesa fino alle pendici, il mio viaggio era cominciato, aiutandomi con l’unica luce che mi ero tenuta: quella semplice torcia che mio nonno utilizzava per vederci meglio.
Adesso sono qui, che penso a tutto questo mentre tu stai ancora parlando ad alta voce: ed io ti vedo, ma non ti sento. Immagino di vedere uscire dal tuo petto un bambino di sette anni che piange e che vorrebbe solo giocare. Parlerò con lui del senso di inferiorità che lo fa sentire in ombra rispetto ai suoi compagni o ai suoi fratelli e gli ricorderò che nella vita bisogna essere il più sé stessi possibile per far sì che tutto venga naturale e per dare il meglio: “Perchè, amore, nessun altro potrebbe essere te, meglio di come puoi esserlo tu”.  A quel punto lo abbraccerò, ma soltanto dopo che sarà sceso dal suo trono illuminato dalle attenzioni della madre e sarà venuto da me; insieme mangeremo pane e cioccolato, accoccolati mentre ci guardiamo un cartone animato al calduccio di una coperta. Probabilmente per quel momento, anche io avrò di nuovo sette anni, e godrò della presenza del mio migliore compagno.
Dopo di ciò congederò quel bimbo che ha i tuoi stessi occhi ardenti e lo vedrò rientrare nel tuo petto. A quel punto anche io avrò ripreso le sembianze di una donna, dove ogni ruga è una medaglia all’esperienza.
Come una fiamma che si irradia dal suo centro, vedrò da fuori i suoi influssi che si spargeranno per tutto il tuo corpo, arrivando alla testa e calmandoti la lingua.
Tu mi guarderai, ti fermerai ed io rimarrò lì semplicemente ad aspettare: ad aspettare che l’uomo che sei, faccia parlare quel bimbo che voleva un semplice abbraccio che lo facesse sentire al sicuro.
Ed ecco che qualcosa l’ho pure imparata in questa vita: anche io vivo in alto, anche se poi scendo giù, poi riprendo la rincorsa per risalire e dopo ancora giù.
Eppure, in questo parco giochi variopinto e in balia dei venti, devo lasciare il superfluo, come i tuoi monologhi di mattoni. Mi scosto un poco e quelli che ho raccolto tra le braccia, li lascio cadere nel vuoto, in modo che possa rimanere leggera. É questo il mio segreto per volare, è questo lo zaino che non mi porto più dietro, perché soltanto così posso raggiungere il cielo, più in alto che posso e portarti con me.
E allora ti guardo, mentre le tue parole, lo ripeto, io non le ascolto; quelle tue tante parole che poi alla fine vogliono dire l’unica cosa che davvero sento: “Amami”.
E lo farò.

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Il primo giorno

-E quindi hai paura?
-Beh, un poco sì.
-Un poco o tanto?
-Abbastanza per chiudermi lo stomaco.
-A cosa pensi?
-Di non essere all’altezza.
-Beh, effettivamente sei 1 metro e 60.
-Anche meno in realtà.
-Eppure ci sono i proverbi che possono supportarti in certe situazioni, come: “nella botte piccola…”
-…C’è meno vino?
-Mmh, scegli di riempirti volontariamente il bicchiere mezzo vuoto, insomma.
-Continuiamo a parlare per modi di dire?
-Allora amore, cosa vuoi detto? Hai paura? Mi dici di sì, pensi di riempirti un bicchiere di vino per aiutarti, ma poi ti “dai la zappa sui piedi” -o scusa- riempiendotelo mezzo vuoto. Hai studiato tanto, preso titoli, cambiato paesi, e poi arrivi a soluzioni simili che profumano di autogol?
-A volte dimentico di avere uno scrittore come compagno. Sai, è divertente quando mi fai le ramanzine: me le fai talmente bene, talmente sottili, tanto decorate, che sembrano parafrasi di poesie che in realtà mi punzecchiano velatamente l’inconscio.
-Eccola, adesso riconosco quel pizzico di creatività che ti è naturale. Per favore, falle arrivare un messaggio da parte mia, e dille di non permettere alla paura di rinchiuderla a chiave dentro la tua bella testolina scura. Ah, e anche che il “Cenerentola style” è ormai superato.
-Amore, ok, apprezzo il tuo aiuto -e anche i tuoi voli pindarici mirati a farmi confondere e distrarre contemporaneamente-, ma non è difficile essere creativa davanti a te, nel nostro salotto.
-Beh, allora se pensi sia facile in salotto, cambiamo stanza, usciamo di casa e vediamo se lo sei anche all’angolo della strada o nel parco. Anzi no, vediamo se lo sei anche nella tua libreria preferita, nel café all’incrocio di Via delle Rose, oppure anche nel deserto: ecco, secondo me se sei creativa nel deserto, lo puoi essere ovunque.
-Ahah e perché proprio lì?
-Vedi, per me il deserto è come certe aule studio senza libri. Sembrano asettiche, ma in realtà sono piene in potenza di tutti i contenuti che possono fuoriuscire dalla tua mente.
-Chissà se nel dizionario risulta questa definizione di “creatività”.
-Chissà intanto se questa tua paura, la stiamo esorcizzando almeno un pochino.
-Ebbene di un pochino; dopotutto so che le mie inquietudini hanno poco scampo quando combattono contro la tua ironia e la tua di immaginazione. Quanto vorrei che fossi con me, domani.
-Amore, qualcuno ti cancellerà la memoria questa notte? Finché non permetterai all’ansia di eliminarti i ricordi -compreso il pin del tuo telefono, come l’ultima volta… -, la mia bocca pronuncerà le stesse frasi anche domani, solo che sarà tutto nella tua testa.
-E che succede se le ricordo male? Che succede se confondo i toni, i suoni e le stesse parole formano frasi diverse quando ci ripenso?
-Innanzitutto se dovesse succedere, provvederemmo subito con l’assumere una pillola al giorno di fosforo e omega 3 -la mattina, prima di colazione per la precisione- e secondo: non succederà. E sai perché?
-Perché se comprassi le pillole per la memoria, mi dimenticherei pure di prenderle e quindi la mia testa si rifiuta già a prescindere di farmi notare certe sue défaillance?
-No, ma -eh- anche. Ti dico che non succederà perché sarà la tua testa a decidere cosa le accadrà. Se la tua volontà è quella di essere efficiente, lo sarai. Sappi solo che essere efficienti non vuol dire non sbagliare. Sbaglierai, perché le prime volte in cui si fa qualcosa, è normale che non la si sappia fare, ma da ciò imparerai e, solo allora, passerai al livello successivo: un pò come accade per questo gioco che mi hai fatto mettere in pausa perché sei entrata nella stanza con l’aria di chi sta per essere condannato a una morte non felice.
-Perché ci sono morti felici?
-Scherzi? Mai sentito di quelli che muoiono per il solletico o per un’indigestione di dolci?
-Dici i diabetici?
-Beh, whatever, come può essere triste, il morire ridendo o mentre si è soddisfatti dei pasticcini?
-Ahah se non sapessi che scherzi, la mia faccia sarebbe traumatizzata da quello che dici e non dal fatto che domani è il mio primo giorno di lavoro.
-E andrà benissimo, e se anche non dovesse essere secondo i tuoi -fin troppo alti standard-, mia cara Miss Devo Fare Tutto Benissimo e Lo Devo Fare Tutto Io, sarà sempre qualcosa che nel futuro ricorderai con il sorriso. A meno che…
-A meno che?
-A meno che non incendi il palazzo. Sì, tipo mentre passi un foglio al tuo collega e il foglio si brucia con la candela che è casualmente accesa -ad agosto e in pieno giorno- proprio sulla sua scrivania. Allora entrambi non fate in tempo a spegnerlo, il fuoco brucia gli altri fogli, tutti scappano, – il tuo collega pure-, tu riesci a spegnere il fuoco del primo foglio, lo lasci lo stesso sulla scrivania del tuo collega – perché avevi solo un compito da svolgere-,  finalmente te ne vai e…
-E…?
-E niente, vedi che il palazzo brucia. Ecco: quello sarebbe, comunque, un primo giorno memorabile; un giorno in cui dimostreresti, ugualmente, a te stessa, la tua capacità di essere la migliore anche nel combinare il peggio e nel fare il maggior danno che avresti potuto mai fare al tuo primo giorno di lavoro.
-Ok, evitare le candele, recepito.
-Decisamente. Adesso posso finire di giocare?
-Sì, scrittore. Vai in pace a fare i tuoi giochini da adolescenti nerd.
-A questa non ti rispondo!
-E meno male. E comunque, grazie.
-Ma di che, rompiscatole. Meno paranoie, più dolci, meno candele, più risate. Brucia l’ansia con il fuoco dell’ironia e ripensa a queste parole domani, quando ti daranno il primo compito e nella tua testa si formuleranno queste parole: “E che cazzo vuol dire far firmare la cedola 245”. E allora tu dí che lo farai e sorridi pure. Dopo, in silenzio te ne vai al pc e cerchi su Google cosa diavolo è una cedola 245. E, nel caso in cui Google fraintende e anche lì arriva a dirti che in realtà la cedola 245 è una malattia e che in realtà stai per morire, chiediglielo al collega più simpatico e prenditi tutto il tempo che vuoi.
Ma sopratutto, amore, pensa che se queste parole in realtà non sono state mai realmente dette da me, ma se sei stata tu a scriverle su un pc e a pubblicarle, vuol dire che dentro di te hai tutte le risposte, insieme a quella creatività che ti farà risolvere i problemi, e… che, in verità, non serviva un reale fidanzato per scoprirlo e per sentirtele dire.
Detto ciò, buon primo giorno!

Pensiero e sentimento

Messaggio

La vita sembra fermarsi quando si è seduti sulla stessa sedia, sopra i libri, giorno dopo giorno, esame dopo esame.
“Non finirà mai”, “non ce la faccio”, “non servirà a niente”, “non sarò nessuno”: ecco il ritornello con cui ti addormenti certe notti.
Eppure finita quella fase, ti si apre un mondo: il tuo.
Da quel momento, approfitta di questi anni per fare esperienze:
conosci gente, infatuati, ritorna alla realtà, viaggia, cresci, conosciti, scopriti.
E quando alla fine sarai soddisfatto dei tuoi giri, allora fermati.
E appena saprai quello che vuoi, prometto che io sarò lì,
ad aspettarti agli arrivi.

Pensiero e sentimento

Interesse d’amore

E raccontami,
come sta il mare sotto il monte?
E l’isoletta? Quella che ha al centro una torre semi distrutta che resiste al tempo.
Come stanno le barche nel porto?
I pescatori tornano ancora ogni mattina con il pesce fresco?
E la bella donna statuaria che guarda tutto dalla montagna? Resiste anche lei ai cambiamenti?
E il traffico? Le voci? Gli odori del mercato?
Come sta la gente che va al lavoro la mattina, si incontra nelle strade e chiude i negozi la sera?
Come stanno le piazze gremite di turisti e di vari colori a tutte le ore del giorno?
E i bambini? Vanno ancora in bicicletta tra quei giardini ?
Continuano a sedersi le coppiette sulle panchine davanti al mare, mangiando un gelato?
C’è ancora chi raccoglie le conchiglie al tramonto?
E chi esce vestito per l’estate e rientra correndo, per ripararsi dalla pioggia?
E il rumore dei motori sul lungomare? Lo senti sempre?
E poi, lì nei paesini vicini, ci sono ancora gli anziani che giocano a scopa con le sedioline sulle strade davanti alla porta di casa? La vecchiaia perfetta, pensavamo, ricordi?
E la mattina si sente ancora il profumo del pane fresco, dopo che te l’hanno portato fino al cancello di casa?
Si sente già forte la fragranza delle arance e dei limoni? La loro presenza si confonde con la salsedine?
E ci sono ancora i cani che giocano con i loro padroni attorno alle panche a pois colorati, davanti agli scogli?
E tornando a quegli scogli, ti fa ancora male raggiungerli, passando a piedi nudi sui ciottoli?
E dimmi, ti ci troverò ancora sugli stessi scogli nel lungomare, se provo nuovamente a camminare su quei ciottoli?
Com’è il vento adesso che si fa sera, nella casa davanti al mare?
Il gelsomino profuma sempre l’aria sul far della notte?
Insomma, come sta la mia Palermo ora che un altro giorno “si volge” al termine?
E tu,
tu come stai?
Pensieri della sera che magari non parlano sempre di amore, Poesia, Racconti & Poesie

Andare

Apri la porta,
lascia indietro il superfluo.
Cammina, respira
sali sul primo aereo.
Non pensare a niente.
Sali sul primo aereo
e ritrovati.

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Il giardino francese

In un tempo lontano,
in un’epoca di merletti e balli da favola,
c’ero io, con il mio vestito lungo ed il solito libro in mano, che passeggiavo tra i roseti del giardino francese.
E come ogni volta, tu spuntavi fuori dal cespuglio dietro la fontana con una rosa; con quella faccia buffa e una spada troppo seria appoggiata alla tua gamba.
Se libri e spade fossero stati amanti fedeli, le guerre sarebbero esistite solo tra le loro pagine.
Ma le battaglie erano reali, quanto lo eravamo noi; e se quella spada ti ha portato via da quel lontano 1780, il tempo non ha mai cancellato il tuo ricordo, impresso ancora per i sentieri di quel giardino francese.

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Incontri

Attraverso la strada
e nel centro preciso,
tra macchine che corrono alla mia destra
e macchine che aspettano a sinistra,
accadono due cose in un unico istante:
tu mi vieni incontro
ed io alzo lo sguardo.
Da quel momento gli avvenimenti si moltiplicano,
si sdoppiano,
prendono altre vie,
diventano infiniti.
Con la luce di quegli occhi chiari e sconosciuti,
mi sono ritrovata in riva al mare,
in una fresca mattina di maggio.
Subito dopo ero in un punto sperduto della più alta montagna innevata,
davanti a un camino che odorava di legna,
sul finire di gennaio.
Ancora, mi trovavo in mezzo a un prato,
nascosta tra i girasoli che mi superavano in altezza,
ai primi di settembre.
E d’improvviso mi ero catapultata nel deserto,
anzi, nell’unica oasi in mezzo al Sahara,
quando novembre si sostituì a ottobre.
Un attimo solo,
uno sguardo e basta tra i rumori della città
ed io ero mille,
in cento posti contemporaneamente,
in mille tempi diversi,
avvolta nel silenzio,
ma sempre con te accanto.
Poi come un tuono,
il rombo dei motori mi riportò al presente,
a una delle mie tante realtà.
Tu mi superasti,
io arrivai salva al marciapiede opposto.
E allora al prossimo incontro,
alla prossima vita,
pensai,
amore mio.

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Sto andando via

Sto andando via.
Non c’è molto da dire,
solo che sto prendendo un aereo,
un’altra volta ancora.
E il lasciarti qui,
e tutto questo senso di distacco,
di allontanamento
e la solitudine.
Nulla di nuovo,
tutto lo stesso.

Sto andando via,
e lo ripeto,
il senso è solo questo.
Niente di sottinteso,
niente di non detto.
Anzi ho detto tutto
con ogni parola
e ogni silenzio.
Preparo la valigia,
ricontrollo il biglietto.
Allora prendo un taxi
e lascio questa casa.

In aeroporto, poi
aspetto l’apertura del gate
e anche un messaggio.
L’occhio lucido,
il groppo in gola.
Io,
un vortice di pensieri grigi e argento,
tanta gente,
il freddo,
una valigia
e l’aeroporto.

E questo è quanto
E dunque vado via.
Il tempo sta finendo
e nessuna luce da vita al cellulare.
Si apre il gate,
sto andando dall’altro lato,
mi guardo indietro,
e un’altra volta ti dico col pensiero:
sto andando via.

E tu che rimani,
sicuro che non preferisci che resti?

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Per vincere

Se nella distanza crederai,
troveremo la forza per costruire ponti e strade
sulle sabbie mobili e in mezzo al mare.
Se nella distanza mi vorrai,
io sarò gli occhi e tu le mani
per ravvivare i nostri giorni di tutti i colori
che fino ad oggi sono rimasti sbiaditi.
E se la distanza percorrerai,
colmando strade e ricoprendo chilometri,
allora avremo ore e ore di coperte e di abbracci davanti ad un camino
in una stanza tutta per noi, ad aspettarci.
E se, infine, nel nostro amore crederai:
non serviranno molte parole per dirlo:
perché semplicemente,
avremo vinto.

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Welcome to Perfection Village!

Tempo fa ho sbagliato aereo.
Sono salita su quello che mi portava in un posto conosciuto come ‘Perfection Village’.
E un po’ per pigrizia, un po’ per non ammettere lo sbaglio e un po’ perché alla fine quel posto suonava bene, ci sono andata.
Dopotutto erano anni che si sentiva alla televisione pubblicizzare quella specie di resort: “vieni e potrai goderti le sue perfette meraviglie con un risparmio perfetto! Avrai pure modo di provare il vino locale “Femme Fatale”, dormire in alberghi di lusso come: ‘6 Stars’ o ‘Luxury’ e scalare la montagna per raggiungere lo chalet ‘Perfection’.”
Suonava tutto così luccicante: offrivano corsi di musica, danza, moda e ti davano l’opportunità di stare al centro dell’attenzione in qualsiasi cosa tu volessi.
Perciò eccomi, davanti al gate tutto brillantinato.
All’interno c’era gente assurda; in viso avevano stampato un sorriso che sembrava preso dalle Barbie e trapiantato su di loro. Io mi fissai sugli occhi: eppure sembravano sorridere.
Sulla destra, tra lo stand di dolci ipocalorici e quello di caffè, c’era una casetta informazioni rosa e bianca; mi avvicino per capire quale fosse il primo passo da fare ed ecco che mi riempiono di offerte, genere: “vuoi essere figa? Vuoi avere milioni di followers? Vuoi essere la nuova Chiara? Vuoi conquistare il tuo uomo?”
Giusto perché non avevo da fare, prendo l’ultimo annuncio e vado avanti.
Man mano che camminavo, notavo che qualcosa mi infastidiva. Gente pompata di botox mi superava, mi guardava e sghignazzava.
Io nella mia testa avevo ancora l’ultimo libro letto, loro invece il numero di seguaci su Twitter.
Passo la prima notte nell’hotel ‘6 Stars’ (il cui sottotitolo era: “perché 5 stelle sono troppo poche”) e dormo malissimo su un letto che a vedersi era da favola, ma talmente scomodo che pure le mie vertebre sognarono per la disperazione di essere a casa quella notte.
L’indomani mi toccava un corso qualsiasi e la successiva ora, era quella per stare al centro dell’attenzione. In quel momento conobbi due ragazze che erano andate lì perché volevano guadagnare punti in più sul loro aspetto e piacere di più al loro capo. “Sai, un aumento fa sempre comodo. Io ho tre lauree, ma lui mi usa ancora per portare i caffè. Con un aspetto migliore, magari passo a segretaria”, mi dicevano.
“Aah…”, mia unica risposta.
Eppure, parlare con loro è stata l’occasione per vederle da vicino. Proprio come in un museo, osservavo quelle “creature” e cercavo di capire quale livello di insicurezza innata poteva averle condotte fino a lì. E la cosa mi nauseava, perché lì c’ero anche io.
Riguardai gli occhi. Sarà che vediamo le cose per come noi ci sentiamo dentro, ma quegli occhi, in quel momento, li vedevo spenti. Anzi, era la pecca di quel posto da fiera della vanità: la chirurgia non arrivava a modificarti l’anima.
Nell’ora in cui dovevo stare al centro dell’attenzione, mi fu detto di fare ridere. Attenzione: di fare ridere, senza sembrare scema, banale, insulsa, sciatta, volgare. Ma sagace, brillante, femme fatale. Non erano ammessi errori, non erano ammesse cadute di stile, né cadute dai tacchi.
In quel momento mi accorsi che da quel paese dei balocchi non vi era bandita l’ansia: ne avevo a palate.
Preferii scendere e continuare per conto mio.
In tasca avevo ancora il volantino su come conquistare il tuo uomo. Ancora una sfilza di suggerimenti, tipo: “sii bella, sii simpatica, disponibile, stronza, cerca di volerlo, ma non troppo. Non devi cercarlo! Ma cerca di fargli capire che in realtà lo cerchi. Avvicinati, ma non troppo. Allontanati, ma dai segnali per confonderlo. Guadagna punti con lo stalking, i social e le improvvisate (calcolate al minimo dettaglio). In regalo ti offriamo l’opportunità di farti un book fotografico e pubblicare una foto a settimana.”
Ma la finiamo?
Avevo la famosa e tanto pubblicizzata montagna davanti a me; quella che se non fotografi è come se non ci fossi mai stata. Lo chalet, invece, era a distanza di miopia. Cerco gli occhiali nello zaino (che per regolamento erano banditi dal Perfection village) e me li metto per sbirciare meglio. Era il classico chalet, davvero carino e invernale, tipico delle foto di outfit delle fashion blogger nel periodo natalizio.
Ed ecco che successe. In ordine: butto il foglio ridicolo che gente vuota aveva perso tempo a progettare. Faccio dietro front, tra ragazze e ragazzi con il cellulare in mano a controllare i like come in una puntata di Black Mirror. A passo svelto, senza un sorriso, senza sembrare brillante, senza stare al centro dell’attenzione e con la mia solita goffaggine (chi lo sa), mi dirigo verso il cancello e mi auto-elimino.
Staff:”ha pagato per stare più giorni”
Io: “Guardi ho gli occhiali addosso e li ho tenuti addosso per tutto il tempo. In più ho ricevuto si e no due like, faccia lei.”
Staff (con un accento alla Malgioglio): ”Mon Dieu, vada via la prego! Ci infetta tutti con questa aria così da essere umano normale”.
Io: “Grazie!” Sorrisone.
I cancelli si aprono. Io torno in aeroporto e nell’attesa dell’aereo, prendo il cellulare, vado su WhatsApp, cerco quel dannato nome e senza ragionarci più di tanto, scrivo “Senti, adesso basta giocare a rincorrerci senza dircelo. Sto venendo a casa tua, che ti piaccia o no! E questa sono io: spontanea, goffa, dalla voce acuta e la risata random, ma ho anche dei difetti! Che poi tu tanto santo non mi pari. Perciò diciamo che siamo pari. Quindi preparati una risposta ad effetto che hai tre ore di tempo, prima che ti citofoni. Adieu!”.
Così, sincera, senza mezze misure, incazzata e innamorata.
Unica, unica, non perfetta.
Mi basta essere unica!