Racconti, Racconti & Poesie

Io, oggi e a partire da domani

In questa storia non ci sono ritorni, porte che si riaprono, mazzi di fiori regalati.
In questa storia ci sono un cuore rotto, capelli lunghi e occhi scuri, indecisi se piangere o dover fingere di ridere.
In questa storia c’è un vuoto incolmabile, ma da dover lo stesso riempire per vivere.
In questa storia ci sono gli amici, c’è lo studio, la ricerca del lavoro.
In questa storia c’è la scrittura, e poi le foto, i viaggi, il mare. Ci sono le uscite senza voglia, le parole di conforto per terzi, quelle che alla fine confortano soltanto te, insieme a tante passeggiate.
Ci sono lunghe ore passate al buio, sotto una coperta troppo grande per te sola e ci sono altrettante ore passate al telefono con chi ti conosce, ma che poi, chiusa la chiamata, se ne ritorna normalmente alla sua vita.
Questa è una storia in cui serve essere forti, perché -ti dici- è ridicolo farsi abbattere da un solo motivo, da uno di quelli che hanno un nome, un cognome e magari un’amante, quando la vita è fatta di altro. E allora ci si concentra su altri libri da leggere, tele da comprare per dipingere e strumenti da suonare in solitaria.
Perché non c’è solo l’amore per un uomo, ed è questo il tema del racconto: l’amore può assumere varie forme e prendere varie direzioni con altrettante destinazioni.
Il cuore è ferito e, nonostante tutto, povero scemo, si conserva una sua fotografia all’interno di un suo cassetto; ma l’amore, l’amore è come l’aria trasparente che prende la forma del contenitore in cui decidi di riporlo, perché costui lo custodisca – o almeno in teoria, nelle favole e nelle eccezioni umane-.
Nella vecchia storia aveva scelto te, come vaso, contenitore, porta reliquie: a pensarci bene, era un poco come se avessi già previsto lo schianto e la morte che mi avrebbe fatta in pezzi. Ed è per questo che rivoglio indietro i pezzi di cuore, se devi proprio bussare ancora alla mia porta, nel tuo voler per forza darmi qualcosa a giorni alterni. Che poi questo “qualcosa” sia la tua presenza, il tuo -finto- amore o la tua leggerezza poco -ti- importa. Al contrario, riportati, invece, tutti i ricordi, uno ad uno. No, i regali no, quelli assolutamente non me li ridare, te li puoi tenere che non voglio più vederli. Con loro, riportati anche le risate e quella dolcezza che da qualche parte trovavi per darla a me, insieme alle cene a lume di candela sul mio balcone. Ed io, in cambio, fingerò di levare dal mio discorso parte della mia ira, togliendo ogni inciso, ogni frecciatina che spero ti colpisca e ti inietti quel virus per te letale, chiamato empatia.
Rimangiati le volte in cui ti sei confuso e, a tua volta, mi hai voluto far confondere, andandotene nuovamente, facendo ripartire da zero il distacco come se non avessi già dovuto affrontarlo altre mille volte nei miei ricordi, durante le notte sonni e insonni, e in quelle volte in cui sei venuto, faccia tosta che sei, a suonare di nuovo alla mia porta.
Quindi, no, in questa storia non c’è più tempo, né spazio, né voglia per nessuno che un giorno decide di tornare e andarsene nuovamente il minuto dopo.
Perché, vedi, se tu non fossi così, ci sarebbe tutto il tempo del mondo: butterei perfino qualsiasi lancetta esistente per ricavarne dell’altro. Ma non è così, tu non sei così ed io è per questo che, assurdamente e razionalmente, non voglio te.
E quindi non c’è tempo per le tue braccia, non c’è più desiderio di un abbraccio o di un bacio consolatore. Non ho voglia di stare con te per avvelenarmi della tua dipendenza; non ho voglia di starti vicino come se avessi accanto un orologio che conta i minuti alla rovescia, prima che tu vada via di nuovo in balia del tuo insano ballo guidato dal caos  della tua solita confusione.
Togli quel caos dalla mia vita, togli la tua di vita dalla mia vita.
Perché in questa storia, nella mia storia, non c’è più posto per ciò che sei e per ciò che mi hai lasciato: non c’è più posto per cuori spezzati e pianti notturni. Non c’è più spazio per lunghi dialoghi immaginati davanti allo specchio o per la tua follia che un giorno mi mostra la mano, mentre l’altro mi da’ le spalle.
In questa storia, dunque, non ci sono ritorni, porte che si riaprono e perdoni che ti accolgono.
In questa storia ci sono io, oggi e a partire da domani.

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Racconti, Racconti & Poesie

Matriosca

Camminavo da sola, come sempre, tra le opere di un museo troppo grande.
Camminavo da sola, eppure in ottima compagnia, la mia. E la mia compagnia era fatta di tante altre compagnie che insieme componevano la mia persona: c’era la Curiosità, l’Indipendenza, il Coraggio; c’era la compagnia della Forza e anche di una leggera presenza, chiamata Insicurezza. Ad accompagnare i miei passi e gli occhi, dopo di loro, si sentiva anche un poco di quella compagnia tipica della signora Solitudine, che con un pizzico al braccio ha riportato la mia attenzione proprio su quel quadro.
Signora Solitudine, tra le mie compagnie, era in disparte e più distanziata: divisa in due, lei sorrideva e piangeva allo stesso tempo, nel vedere gli amanti ancora abbracciati.
Sorrideva insieme alla sua compagna Speranza, nel vederli così uniti, stretti, avvolti, avvinghiati in una massa unica, e piangeva insieme alla sua più fidata amica Malinconia, nel sentire il dolore di un amore folle, che fa bruciare le carni dall’interno e ti consuma l’anima.
Stavo davanti al quadro da sola, senza essere da sola. Stavo davanti al quadro e ragionavo sul quadro con me stessa e di me stessa.
Gli amanti stanno per staccarsi, stanno per allontanarsi, stanno per mancarsi, bruciarsi, appassirsi e lo presagivo da un abbraccio.
Eppure stavano lì, cristallizzati: i capelli di lei mescolati nelle carni di lui, ancora uniti, ancora inseparabili.
Mi fermai a riflettere sul loro futuro: lo vedevo pieno di treni e aerei che li avrebbero portati ai lati opposti dei loro mondi. Lo vedevo malinconico, dolente eppure intriso di una profonda conoscenza delle pene dell’animo umano.
Mi figuravo le due sagome, ben vestite e con qualche ruga in più, a camminare sicure di sé  per qualche strada di una qualche città dal nome sfocato, con ognuno la propria routine che suonava come un ritornello avvilente nella testa.
Li vedevo avanzare distratti e un poco spenti su due marciapiedi diversi e terribilmente lunghi, che, se fossero stati accostati, sembrava quasi portassero a un unico punto di arrivo;  allo stesso modo di due rette parallele che in quel famoso punto lontano all’infinito, trovavano la loro convergenza.
Quante corazze formavano quei vestiti; quanto erano spenti i loro sorrisi scambiati con i passanti. Se avessi potuto scrutare dentro le loro maglie, aldilà dei loro petti,  i loro cuori, li avrei, per caso, trovati di ghiaccio?
Il loro cammino seguiva all’unisono, come al ritmo di un unico passo. Finché il destino pose davanti a loro uno delle infinite scelte millesimali, tanto banali da poter cambiare l’intera esistenza: entrambi i marciapiedi stavano esaurendo i pochi metri ancora da calpestare; dunque la scelta ricadeva solo sull’attraversare la strada o continuare a seguire la scia dei san pietrini, girando l’angolo.
Eppure nella vita di tutti i giorni, quando andiamo a lavoro o torniamo a casa, giriamo moltissimi angoli, pur non sapendo chi e cosa ci sarà dietro. Se decidiamo di attraversare la strada, nulla compare all’improvviso; il mondo si mette sempre più a fuoco davanti a noi. Eppure se giriamo l’angolo è tutta un’incognita nelle mani del destino.
E allora l’uomo e la donna continuano a camminare nei due marciapiedi diversi di chissà quale città, fino al punto in cui bisogna scegliere se fare parte di un destino che ti lega instintivamente a qualcosa da quando sei nato oppure se fare parte di un destino che, apparentemente, ti sembra di aggirare e governare, scegliendo di cambiare strada.
L’uomo decise per primo e il suo atto di volontà lo portò ad attraversare la strada, arrivando a un angolo della città con un fioraio ricolmo di vasi con tanti steli lunghi e piccoli fiori gialli. La donna, invece, lasciatasi trascinare dal moto delle sue gambe, girò l’angolo senza attraversare la strada, e nel farlo venne colta da un improvviso e delizioso profumo di mimose.
Stavo davanti al quadro di un museo troppo grande, ma pieno di vicende da narrare ed ero in compagnia di Solitudine che smise di piangere, con Speranza e Malinconia che si tenevano per mano.
Ed eccomi tornata nel mio piccolo albergo viennese, seduta a scrivere le impressioni sulla poltroncina in velluto grigio accanto alla finestra che da sul parco innevato. Come fosse davvero andata tra gli amanti avvolti nel “L’abbraccio” di Schiele, non lo sapevo né mai lo saprò, ma di certo la mia amica Immaginazione, in mezzo a tante compagnie vaganti, mi fece sognare a lungo, raccontandomi proprio una bella storia.

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Tra i piani

Questa mattina mi sono svegliata alle 7.  E poi in ordine: colazione, doccia, denti, vestirsi, sistemare letto e cucina, mettere la giacca, chiudere il pc e il telefono dentro lo zaino e alle 8, il clic dell’ultima mandata di chiave alla porta di casa.
Il tempo di scendere le scale, alle 8 e 15 ero già alla metro in plaza Universitat: metro rossa, direzione Arc de Triomf per l’esattezza.
Scendo verso le 8 e 35, mi soffermo a guardare i giornali che vendono lì vicino.
Alle 9 meno un quarto sono già in quel bar all’angolo della strada, a sorseggiare il secondo caffè della giornata, seduta fuori nei tavolini.
Alle 9 in punto mi alzo; solo 4 metri prima di arrivare al portone dell’ufficio. Decido di farli con calma, respirando l’aria frizzantina di un novembre che sta cedendo il passo all’ultimo mese dell’anno.
Guardo l’orario: 9 e un quarto. Salgo in ufficio, mi metto nella mia solita postazione con il quadro che ritrae il mar Mediterraneo, visto da una finestra bianca. Accendo il pc e non ci sono più.
Almeno fino alle 11: perché uno snack non si rifiuta mai. Quindi scendo all’altro bar che sta proprio al lato del grande portone di pietra e ordino il terzo caffè della giornata con della cioccolata di sopra. In questo mondo c’è sempre bisogno di cioccolata per prepararsi all’inverno. Nel locale ci sono le tre o quattro solite facce, è incredibile. Anzi, in realtà qualcuna nuova c’é, dopotutto. C’è pure un tipo niente male, o almeno sembrerebbe, dato che non stacca gli occhi dal telefono. Beh, almeno la gente ha il tempo di avere relazioni sentimentali. Ed io, invece, perché perdo tempo a pensare a cose simili? Chiaro, in questo modo, a chi devo trovare?
Le ore successive si susseguirono in questo ordine: risalgo, riapro il documento aperto su word a cui stavo lavorando, aiuto i miei colleghi per questioni varie, i miei colleghi mi aiutano su questioni varie. Via vai dal bagno e dal distributore di merendine. Per pranzo tiro fuori il riso che avevo preparato la sera prima. Il pc già mi stava aspettando e sparisco dal mondo, fino alle 6 e mezza.
Alle 7 meno un quarto sono già in cammino verso la metro; a pochi passi dall’entrata decido che avrei camminato in una così bella giornata, ormai volta quasi al suo termine.
Torno a casa verso le 8 e mezza: anzi alle 8 e 32 giro la toppa di casa con le tre mandate e a e 35 sistemo la spesa che avevo fatto al supermercato.
La cena era pronta verso le 9 e 15 ed il film si stava caricando ancora.
Ed eccoci alle 11 che mi ritrovo qui, a scrivere il mio diario, in attesa della fine di un altro giorno di questa routine.

Questa mattina mi sono svegliato alle 7.  E poi in ordine: colazione, doccia, denti, vestirsi, mettere la giacca, chiudere il pc e il telefono dentro la valigetta e alle 8 meno 5, il clic dell’ultima mandata di chiave alla porta di casa. Potrei pure avere un peso sulla coscienza per il letto che non ho rifatto e la cucina ancora in stand-by da sistemare, ma in realtà mica tanto. Preferisco occupare questi momenti facendo altro, come uscire prima, per esempio.
Il tempo di scendere le scale, alle 8 e 10 ero già sulla metro di plaza Universitat: metro rossa, direzione Arc de Triomf come sempre.
Scendo verso le 8 e 30, mi soffermo a guardare distrattamente gli annunci degli affitti dall’agenzia immobiliare lì vicino.
Alle 9 meno venti sono già dentro il bar all’angolo della strada, seduto a sorseggiare il secondo caffè della giornata, dal mio solito tavolino laterale con vista sull’Arc de Triomf e con le spalle al bancone.
Alle 9 meno cinque mi alzo; solo 5 metri prima di arrivare al portone dell’ufficio. Li faccio con calma, guardando come, intorno a me, tutto  sembra essere rallentato; allo stesso modo delle persone che camminano: turisti, residenti e residenti acquisiti, come me. Tutti stiamo godendo di questa calma mattutina. Guardo l’orario: 9 e 14. Salgo in ufficio, mi siedo nella mia solita postazione con il quadro che ritrae la casa bianca vista dal mare. Accendo il pc e non ci sono più, o almeno fino al primo break delle 11. Uno snack è inevitabile se si vuole lavorare, senza divorarsi tutto lo staff, capo compreso. Quindi scendo al bar che sta di fronte al grande portone di legno, ordino il terzo caffè della giornata con doppia dose di zucchero – perché ce n’è bisogno per prepararsi ad un’intera giornata in ufficio- e cancello nel telefono tutte le email di offerte di viaggi che fino al duemila-mai non avrò il tempo di fare.
Le ore successive si susseguirono in questo ordine: risalgo, riapro il documento aperto su excel a cui stavo lavorando; aiuto i miei colleghi per questioni varie e i miei colleghi aiutano me. Via vai dal bagno, ma sopratutto dal distributore di merendine. Per pranzo tiro fuori il panino e lo mangio affacciato alla finestra, guardando quei balconi del terrazzo di fronte. Non vedo niente di ben definito: solo posso distinguere un quadro dai toni blu e una cornice bianca intorno che scommetto che ritrae il mare, che fantasia. Non so nemmeno perché ci avrò pensato più di tanto. Fatto sta che ritorno al pc, prego che la batteria regga per tutto il tempo e sparisco dal mondo, fino alle 6 e mezza.
Alle 7 meno un quarto sono già in cammino verso la metro; avrei dovuto fare come quella ragazza davanti a me che si è girata di scatto, evidentemente colta dall’irrefrenabile voglia di farsela a piedi. Ma siccome io di irrefrenabile oggi non ho niente, ecco che le porte di questa metro si aprono per me.
Torno a casa verso le 8 e mezza: anzi alle 8 e 27 giro la toppa di casa con le tre mandate e a e 35 mi siedo sul divano, maledicendomi per quelle due birre che mi sono scolato a stomaco vuoto, prima di tornare.
La cena era pronta verso le 10 e 15, giusto dopo la corsa e dopo la doccia, mentre il film ancora non ne voleva sapere di caricarsi.
Alle 11 mi ritrovo qui, a ripercorrere la mia giornata, tanto per aspettare di addormentarmi.

Questa mattina mi sono svegliata alle 7.
Questa mattina mi sono svegliato alle 7.

E poi in ordine: colazione, doccia, denti, vestirsi, sistemare letto e cucina, mettere la giacca, chiudere il pc e il telefono dentro lo zaino e alle 8, il clic dell’ultima mandata di chiave alla porta di casa.
E poi in ordine: colazione, doccia, denti, vestirsi, questa volta sistemare letto e cucina, mettere la giacca, chiudere il pc e il telefono dentro la valigetta e alle 8, il clic dell’ultima mandata di chiave alla porta di casa.

Il tempo di scendere le scale…
Il tempo di scendere le scale…

Era il destino,
erano le tempistiche,
ma noi ci saremo incontrati
perché ci dovevamo incontrare
prima o poi
tra un piano e l’altro della vita.