Racconti, Racconti & Poesie

Un omaggio

23:56. Non capisco se sia il ticchettio dell’orologio, del lavandino che perde o delle mie orecchie.
Veramente io non capisco: ancora le 23 e 56 e questo ticchettio non passa.
Ricapitolando, è stato come: pace, scoppio di bomba genere: <<BOOM, BADABOOM, TUMB!>>- poi silenzio e… ticchettio. Sono le orecchie? E’ lo specchio del bagno che fa questo strano rumore? Come può lo specchio fare rumore? Allora la luce, la plafoniera, la vasca, il bidet. La mia mente non arriva a tanto, so solo che è successo questo: cioè praticamente sono le 23:56, le lancette non hanno ancora deciso di spostarsi, ma prima erano circa le ventitré  e cinquantaquattro  -quasi e cinquantacinque- e c’era una pace incredibile. Io, tra le parole, sorridevo, oppure sorridevano le mie parole e parlavo con lei; lei magari non sorrideva come me, ma quel letto era ancora comodo, il cuscino quasi una piuma e, lo ripeto, erano le 23:54 e ancora non avevo fatto domande. Poi non capisco cosa sia stato: il rumore di una macchina che proveniva dalla strada;  il rombo di un altro veicolo partito male; lo scoppio di un motore di un aereo; il residuo di una bomba di Hiroshima e Nagasaki che risuonava a distanza di anni e paesi fino a noi, per uno strano effetto della fisica. So solo che non c’era più quella pace: e lei, lei sì, mi aveva risposto e parlava ancora, ma io avevo le orecchie ovattate. Sai, quando c’è un rumore forte e non senti niente per un po’? Sì, un rumore come quel <<BOOM,  BADABOOM, TUMB!>> e non si capisce più niente. Ma come fa a continuare a parlare, se nella stanza è scoppiata una catastrofe? Vedo i vetri in pezzi; il tappeto attaccato al tetto, le porte sgangherate. Questo letto brucia, ma lei parla! <<BOOM, BADABOOM, TUMB!>>, 23:55, un omicidio nella mia camera da letto e lei non se n’è accorta. Allora corro ai ripari senza mostrarle niente, perché io sono l’uomo.
Quello è il bagno che ho voluto far costruire io, così vicino al letto; sai, in caso di emergenza o di attentato, oppure di un’emergenza per un attentato alla mia persona. Ed ho voluto proprio questo grande specchio; perché dal primo giorno che l’ho comprato, ho notato che con la sua forma rettangolare, mi capiva. Anche adesso mi risponde e mi riserva un riflesso impallidito. C’è del sangue sulla mano, la maglia ne è inzuppata. Ma il mio petto, il mio petto… <<BOOM, BADABOOM, TUMB!>>-. Ho guardato l’orologio ed erano le 23:55, quando cominciò questo ticchettio. -<<BOOM, BADABOOM, TUMB!>>- le 23 e cinquantacinque. Ancora, dico? Ma com’è possibile?
Fisso l’orologio: “cinquantacinque” sembra l’effigie di una lapide. “Cinque”, quel cinque, ed intanto io divento pazzo. E poi rimbomba ancora tutto, il ticchettio aumenta di volume e mi immagino un’eco di quel rumore che viene riflessa nello specchio: e perciò <<BOOM, BADABOOM, TUMB!>> – ticchettio- e finalmente “sei”. Sono passati millenni e l’orologio si sposta avanti di un solo minuto: le ventitré e cinquantasei, ticchetta e ticchetta. Il lavandino, lo specchio o la maglia rossa o tutti insieme. E ancora: <<BOOM, BADABOOM, TUMB!>>- sempre e cinquantasei. Di nuovo quel loop che gira in circolo. Le 23 e 56. Non si riesce ad arrivare a domani; nelle mie orecchie c’è posto solo per quel tic seguito da tac, che continua con tic e non termina mai col suo tac. Allora capisco che è il tempo che ha scelto; ha deciso di interrompersi in questo bagno, all’unisono con il mio cuore.
<<BOOM
BADABOOM
TUMB!>>
…e lei è andata a letto con un altro.

<<Amore va tutto bene, in bagno?>>
<<Sì, adesso ho ricordato quel nome. Buonanotte!>>.

-<<TUMB!>>