Racconti, Racconti & Poesie

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-“E quindi ti ha lasciato?”
-” Sí.”, dissi piangendo e con una voce rotta che cambiò il tono della nostra videochiamata.
G. si mise comoda sulla sedia e, mentre sistemava meglio lo schermo del computer per mettere a fuoco la sua faccia, fece un respiro profondo: “E quindi il tuo amore tossico ti ha lasciata.”
-“Sí, ti ripeto, sì”.
-“Di nuovo. A quante volte siamo? Cinque in quest’anno?”
-“No, soltanto tre.”
-“Tre perché fortunatamente c’è stata la quarantena. Sennò sarebbero state cinque”.
-“Per una volta, smetti di essere sarcastica?”.
-“E no. Alla prima volta potevo essere dispiaciuta per te, alla seconda potevo perfino essere seria, ma dalla terza in poi, capisci bene, che il tutto è ridicolo. Nemmeno avessi sedici anni.”.
-“Smettila”, dissi sempre piangendo “e poi, a sedici anni ero ancora una ragazzina felice. Lo sono stata inconsciamente per tanti anni, prima di incontrare questo…”
-“…Questo stronzo. Eh sì, la solita tiritera. Che lui è insensibile, che è uno stronzo, che ti ha sempre fatto soffrire, che è falso, che non ci tiene. E giustamente, con tutte questa “qualità”, ti sembrava coerente andargli dietro così a lungo.” G. non ne poteva più di sentire ogni volta gli stessi discorsi, e questo sentimento arrivava chiaro e forte, anche a tante regioni di distanza.
– ” Sí, ma stavolta è definitivo. Ma lo capisci che dopo tanti anni fa male? Ci si affeziona ai personaggi di una serie tv, ai gattini di Instagram, perfino al figlio di Chiara Ferragni che non ho mai visto dal vivo. Pensa come devo stare io che non potrò vedere e né sentire più tutti i giorni la persona che ho amato così tanto!”.
-“E sai che perdita! Non vedere, né sentire un ragazzo che ti fa dubitare di te stessa ad ogni passo. Una persona con cui devi stare attenta alle cose che dici, a quelle che fai, magari anche a quello che pensi perché lui le capta, lui le presagisce. Poi, magari, queste dimostrazioni di telepatia si dimostrano pure errate e ti ritrovi a chiedere scusa per cose che non hai nemmeno pensato, per persone -ragazzi- che non hai mai guardato, per parole che non hai mai detto. Ma poi ti senti? Lo hai appena paragonato ai gattini di Instagram! Ascolta me, tu ne sei già fuori da un pezzo -sentimentalmente parlando-, è che adesso ne sei soltanto ossessionata. Eppure, ti assicuro che anche l’ossessione, con il tempo, va via.”.
Io annuii; come potevo dare torto alla mia coscienza, la quale, in questo caso, aveva preso le sembianze di una mia amica. Asciugai le lacrime, mi alzai dal letto per mettermi a camminare nella stanza -sempre attenta a non dare le spalle al monitor- poi ripresi a parlare. “Sí, razionalmente hai ragione e io odio avere questi momenti in cui perdo lucidità. Eppure, ad ora è come se fossi solo cuore, non posso non pensare che vorrei abbracciarlo.”
– “Ti assicuro che sei in parte ormoni: la conosco bene quella voglia di “abbracciare” un ex”.

Ex. Otto anni di relazione, sette viaggi fatti insieme, due genitori conosciuti, un trasferimento in un’altra città e qualche mese di convivenza. Eppure, alla fine di questa scalinata non c’era un anello ad aspettarci, ma quella unica e breve parola: Ex. Bam! Porta in faccia.  Da questa corsa non si usciva vittoriosi, ma con un’etichetta che ti riportava alla solitudine.
-“Forse hai ragione, ma io senza lui, mi sento spenta.” Stavo per iniziare nuovamente a piangere.
-“Ci credo che ti senti spenta. Lui ti ha cominciato a risucchiare le tue energie fin dal vostro primo anno insieme; fin da quando -e cito-: “vabbè è perché ancora non mi conosce bene”. Eh, no, sbagliato! Perché alla fine della festa non è stato lui a migliorare, a crescere, ad aprirsi, a conoscerti, ma sei stata tu a ridurti, rimpicciolirti, reprimerti. Tanto che quello che era rimasto della tua vecchia te, ha lasciato il posto a una ragazza che non è altro che la sua strana visione dell’amore e del mondo.”
-” E cioè? Come sarei?”, mi fermai e mi risedetti sul letto: temevo quella risposta.
-“La sua visione malata dell’amore ti ha trasformato paradossalmente in un bruco, invece di renderti una farfalla.”

Facemmo una pausa: la consapevolezza di quelle parole mi aveva schiaffeggiato in pieno viso. Tuttavia, con tono più affabile, probabilmente dipeso dall’espressione distrutta del mio volto, G. continuò: “Devi ritrovare i tuoi colori, amica mia!”. E mi mandò in chat l’emoticon di un abbraccio. “Se un tempo eri una farfalla, allora ti assicuro che quella farfalla è ancora da qualche parte dentro di te”.
Io mi guardai le gambe, come se stupidamente fossero il punto in cui avrei ritrovato le ali. G. riprese a parlare: “Tu eri vita, solarità, spuma. La tua arte, la tua pittura, ti rendevano te stessa e facevano sì che tutti si interessassero a te e al tuo carisma, compreso lui; compreso quindi il più grande dei narcisisti paraculo nati su questa terra”.
Io sorrisi non solo per quella descrizione, ma anche perché quel ricordo di me così lontano tornava piano ad affacciarsi da qualche finestra dei ricordi.
-“Riprova a dipingere. Siediti sulla sedia più comoda che hai, prendi una matita, poi traccia su un foglio le basi di qualsiasi cosa tu abbia dentro di inespresso e, infine, aggiungici i colori. E una volta fatto, applica ciò alla tua vita: è così che devi ricominciare, ma da subito!”.
Io non mi sentivo più capace di fare quanto aveva detto con tanta facilità; anzi, era come se non mi sentissi più capace di essere quella che ero un tempo, come se quella ragazza fosse un’altra, come se non fossi mai stata io. Dopotutto, erano passati secoli da quando andavo in giro con leggerezza e vitalità, e da allora, io avevo perso anni importanti della mia giovinezza e mi sentivo stanca e invecchiata dentro.

E poi, questo che significava? Che quegli anni, li avrei dovuti recuperare?
Ma come avrei fatto? Ritrovarmi single a trent’anni e senza un lavoro, era senza dubbio un fallimento. Io ero un fallimento.
-“Smettila di guardare in basso con sguardo colpevole. Pensi che nella vita tutti vadano sempre a mille? Che la ruota non giri e rimanga bloccata? Che il tuo destino non ti spinga, a poco a poco, esattamente dove devi essere? Sapevi già da tempo che sarebbe finita con lui, per non parlare del fatto che eri tu stessa a volerlo perché sapevi che potevi ambire a molto di più per te stessa
. E adesso che succede? Invece di sentire che finalmente si rompono quelle famose catene che ti serravano il polso, ti rinchiudi in te stessa, costruendoti una prigione volontaria?”

-“Non è vero” la interruppi bruscamente, sebbene sapessi che voleva solo stuzzicarmi. “Io so rialzarmi e se voglio riprendermi in mano la mia vita, posso farlo in ogni momento.”
-“E allora perché non me lo dimostri?”, il suo tono era di sfida.
-“Levati quel sorrisino, la fai facile te.” Mi alzai nuovamente e ripresi a camminare: “Tu la fai facile: io sono lontana da casa, lontana dai miei genitori, lontana da te e dalle altre. Voi avete modo di riunirvi e scambiarvi un abbraccio, io al massimo posso chiedervi la cortesia di vederci in webcam finché qualcuna non deve andare a cena.
Non ho un lavoro, passo le giornate a cercarmelo, mentre voi tra lo smartworking e il negozio, avete la vostra parte di strada quotidiana da percorrere per raggiungere i vostri obiettivi. E io vi vedo, e sono orgogliosa delle mie amiche e del vostro costruirvi un futuro, crescere, evolvervi. Eppure, ciò non fa che aumentare il divario tra di noi”.
-“E quindi mi vuoi dire che il divario non c’è, soltanto se tu hai un ragazzo?” Eccola, una delle domande-trabocchetto tipiche di G.
Dato che non risposi, lei proseguí: “Secondo te, noi stiamo crescendo perché siamo fidanzate o perché abbiamo un lavoro? Scusami eh, e poi quale divario? Tu hai perso quel lavoro perché l’Italia intera è entrata in lockdown. Ma intanto, se non sbaglio, stavi avanzando di livello ed eri contenta di ciò che facevi. Non mi risulta che non fossi qualificata per il tuo ruolo. Ok, magari come ambiente non era il massimo e tu eri appena entrata, eppure eri contenta di essere finalmente definita una Content Creator per quell’azienda. No, ma attenzione, perché, a causa del tuo imminente vittimismo da “piccola fiammiferaia” delle 19:37 di sera – e che ti ha inculcato Chi-So-Io-, saresti pure capace di dire che il Covid è stata tutta colpa tua. Quindi, già hai detto la prima cavolata.
Ma, a che ci siamo, passiamo anche alla seconda: se per te, il divario che ci divide è che fatturiamo oppure il fatto che la maggior parte di noi è fidanzata, ti ricordo dell’esistenza di quegli elementi del nostro gruppo che hanno brillato di più, specie da quando erano single. Perché non dovresti esserci tu nella lista aggiornata al 2020?
Qui l’unico divario che esiste è fisico: che noi siamo qui e che tu sei lì. E con la tecnologia che ci tiene in contatto, non è neanche tutta questa tragedia. Perciò, questo è l’unico fattore reale a separarci; perché, per il resto, lui avrà pure spezzato il tuo cuore, ma fortunatamente non ha danneggiato irreparabilmente il tuo cervello, che a questo punto deve essere soltanto resettato!”

G. fece una pausa intanto per calmarsi, poiché quei discorsi, frutto di un’insicurezza generata dagli otto anni della mia relazione tossica, erano sbagliati; e poi perché, forse forse, le stava per balenare in testa una soluzione a cui in verità aveva già cominciato a pensare da tempo.
-“Tu credi che essere single significhi sentirsi soli? Ricordi che prima di trovare il mio ragazzo, sono stata sola per sette anni? E che ho fatto nel frattempo?  Secondo te, mi sono fermata credendo che “senza il principe che mi salva, allora non sono una principessa”?
-“No” risposi io, che nel mentre rivivevo come un flashback nella mia testa, l’altalena delle sue fortune.
-“No, bravissima. All’inizio ho pianto -vero- e poi successe che, ad un certo numero di lacrime, ho detto che era anche il momento di finirla. Mi sono alzata dal pavimento della mia stanza dove mi ero rannicchiata per lamentarmi della vita, sai, proprio con il tuo stesso modo di fare da vittima che mi stai riproponendo così bene. Poi sono andata alla scrivania, ho acceso il pc e ho cominciato a cercare un’idea che confutasse quella assurda necessità di dover essere per forza una principessa in questa società.  All’inizio non sapevo bene cosa stessi cercando, forse un hobby, forse un lavoro, insomma qualcosa in cui impegnarmi. E poi, ti ricordi che è successo?”
-“Ti sei iscritta in palestra”, suggerii.
-“Bravissima. Io che ero l’antisport, mi sono iscritta in palestra e ho perso i miei famosi venti chili.”
Io intanto rimanevo in silenzio: l’esempio da seguire, avevo la fortuna di considerarlo una delle mie più care amiche e stupidamente, prima di quel momento, non ci avevo mai pensato.
-“E poi? E poi mi sono creata il mio giro, e quelli della mia palestra diventarono come una seconda famiglia. Aumentò la mia autostima e intanto andava aumentando anche la stima degli altri nei miei riguardi. E te la ricordi la faccia del mio ex quando tornò da me, chiedendomi perché non mi fossi comportata in quel modo anche quando stavamo insieme? E fu lì che ho avuto una delle soddisfazioni più grandi della vita, dicendogli che era proprio perché stavo con lui che non sarei mai potuta essere quella che poi sono diventata una volta senza di lui.
Alla fine, sappiamo bene come si è sviluppata la faccenda: che da quello che nacque come un hobby salvavita, ne derivò il mio lavoro. E quando tutte le cose cominciarono ad andare da sé, come spinte da un vento favorevole -nonostante qualche errore umano per ricalcolare la rotta- un giorno di primavera il mio ragazzo entrò in palestra. E io lo aspettavo? Lo volevo? Ma sopratutto, ne avevo bisogno?”
-“No. Tu con la tua forza non ne avevi minimamente bisogno”.
-“Esattamente, scimunita che non sei altro. Come ti ricordo anche che il mio negozio l’ho messo su ancor prima di lui.
Quindi, per farla breve: io non voglio mica sentirmi l’eroina scesa in terra per salvare l’umanità o sentirsi migliore di tutti, ma semplicemente ti sto dicendo che se ci sono riuscita io, dopo quanto mi hai vista soffrire, perché non dovresti riuscirci tu che sei e rimarrai sempre una farfalla a cui un tempo piaceva volare?”

Mi batteva il cuore come se mi avessero iniettato dell’adrenalina.
Forse G. aveva ragione: probabilmente da sola, sarei riuscita a splendere, a esprimermi a mio modo, a tirare fuori la grinta e le mie ali. Tanto, ormai, chi mi frenava più? La guardai, rivolgendole finalmente un sorriso che lei ricambiò pienamente, e la sentii vicina, nonostante fossimo separate da due monitor e tanti chilometri di distanza.

-“Ad ogni modo, sto pensando che io ho proprio quello che fa al caso tuo.”
-“Di che parli?”, ero insospettita.
-“Sai perfettamente cosa succederà in questa fase della tua vita. Adesso sei più tranquilla, ma quando chiuderemo il telefono e si farà notte, tu tornerai a pensarci e ripensarci, alimentando l’ossessione. Allora è lì che ti devi ripetere che non è lui a mancarti, ma l’idea di amore che lui ti suscitava, seppur distorta. E finché il tempo non ti metterà accanto qualcuno che ti sappia ricambiare un amore sano e che tu meriti – perché te lo meriti-, allora comincia ad occupare la tua mente in attività da cui puoi trarre qualcosa di concreto.”
-“Cosa intendi? Tornare a dipingere, dici?”.
Lei mi guardò fissa per un attimo e poi mi disse: “Dico di collaborare con me.” Poi si fermò e finì il suo pensiero: “Oltre che tornare a dipingere, ovviamente.”
Io mi sarei aspettata di tutto, fuorché quella proposta. “Ma in che senso? Dimentichi il divario diatopico del quale ci siamo lamentate entrambe?”.
-“No, che non lo dimentico. E nonostante ciò, io ti sto facendo questa seduta terapeutica, con tutto che non siamo nella stessa città e con tutto che io non sono una psicologa, sopratutto.”

Io risi, abbassando il viso timidamente. “Hai ragione, ma sei tanto brava. Ad ogni modo, vorrei davvero capire cosa mi stai proponendo.”
-“Mi sto appellando alla Content Creator che c’è in te; mi sto appellando alla tua capacità di inventiva che non si è mai assopita in questi anni e alla tua abilità di usare quel mondo a me sconosciuto dei social e di Canva. Insomma, diventa la mia Social Media Manager.” E nel dire questa frase, allargò le braccia a mo’ di “vieni a casa”, seppur solo con il pensiero.
-” Io, la tua Social Media Manager? Ma sai perfettamente che ancora non sono molto pratica e che vado a braccio. E poi non credere che sia così brava.”
-“Aridaje, qui il gattino di Instagram spaventato sei tu. Guarda, io ti propongo di saltare e tu te la fai sotto. Insomma, salta sulla mia barca; tanto conosci me e conosci la barca. Inoltre, qui, il Capitano -che sarei io-, conosce te e le tue paturnie, ed è nonostante quelle tue paturnie, che ti vuole a bordo. Questo è l’amore! Impara, amica mia!”

Sebbene fossi lusingata, ero davvero impaurita; non volevo deludere nessuno, sopratutto lei. Tuttavia, dopo quella conversazione terapeutica con un’amica che era più una sorella -e che in quel momento mi stava dando sia la sua mano che tutto il braccio-, a quel punto ero io a non voler deludere più nemmeno me stessa.
-“Oh, ci sei? Dimmi qualcosa. Guarda che se non te la senti, io lo capisco. Poi però chiudo la videochiamata e ti prendo a male parole per messaggio. Eppure sappi che, cioè, io ti capisco.”
Feci un respiro profondo per prepararmi a saltare.
Allora ricambiai lo sguardo serio di prima e poi saltai: “Va bene, ma sappi che non avrò chissà quante e quali idee. Inoltre, ricordati che non conosco bene il ramo del fitness e quindi, sappi che non so quanto potrò essere creativa.”
-“C’è altro?” disse G., fingendo di sbuffare e alzare gli occhi al cielo.

Ci pensai un attimo:”Sí. Che farò mille errori, sicuramenteTienilo in conto, cioè io ti ho avvisata e a quel punto, se accadrà, ricordati che non puoi prendertela con me.”
-“Bene”, G. si rimise dritta sulla sedia e con uno sguardo acceso, concluse: “questo vorrà dire che saremo sulla strada giusta per trovare la vetta. Insieme”.
Una mezzoretta dopo chiudemmo la chiamata: io ero esausta e piena di dubbi, eppure quella notte dormii stranamente bene.

– Un mese dopo-

-“Buongiorno, mia cara! Allora, il programma della settimana è pronto. Ricordati che pubblicherò questi file che ti sto mandando agli orari che troverai nel Pdf che ti ho inviato ieri notte…”.
Intanto G, di tutta quella frase detta d’un fiato, capì soltanto la parola Pdf, senza nemmeno saperla inserire all’interno del contesto. Riuscì a scandire a malapena qualche parola, mentre si rigirava nel letto: “Ma sono le otto del mattino, come fai ad essere così carica?”.
-“E che ti devo dire, sarà questa marca di caffè che bevo. Insomma, mi ascolti? Abbiamo ottenuto trecento nuovi followers in un mese! Il programma che ti ho scritto, funziona!”
G. intanto si sistemò meglio il cuscino sotto la testa: “Ed è una cosa stupenda, ma adesso per favore, parla più lentamente e dammi il tempo di svegliarmi. Non sono mica una Staca come te.”
É vero, andavo a mille e avevo energie da vendere; una sensazione ritrovata e, per questo, bellissima. Tuttavia, a quelle parole, rallentai quasi un attimo per capirne meglio il senso: “Una Staca?”.
-“Staca, Stacanovista.” G. riuscì a balbettare, alzandosi finalmente dal letto, mentre si toccava i capelli arruffati.
-“Beh, colpa tua” ripresi lentamente “che quando un mese fa avevo bisogno di specchiarmi e vedermi riflessa in uno specchio, invece di rimandarmi l’immagine di una fallita, sei riuscita a far sì che tornassi a credere nuovamente in me stessa. Per cui, in quanto tua Manager, ti dico che ti devi svegliare e andare a fatturare!”.
Così, ripresi a muovermi da un punto all’altro della cucina, e mentre posavo la tazzina del caffè nel lavandino, intanto finivo di riorganizzare nel mio telefono i post da pubblicare di lì a poco, con G. ancora in vivavoce.
-“Sticazzi, Staca. Ho creato un mostro”. G. aprì le serrande della finestra della sua camera da letto: il cielo era sereno nella sua città.

E non chissà quanto lontano da lei, anche il mio cielo era sereno quella mattina. Sebbene avessi chiuso la chiamata, non mi sentivo più così lontana dalla mia terra, così a sud dal posto in cui mi trovavo, poiché da circa un mese tornai a sentirmi di nuovo sotto un unico tetto che mi univa a quelli che erano i miei veri affetti stabili. E con loro, potei sentirmi vicina anche alla mia amica, che da questa quarantena, tornò ad essere mia collega; sebbene adesso con un’accezione diversa, rispetto a quando ci conoscemmo all’università.
No, che non mi sentivo sola, guardai fuori dalla finestra e il giardino di maggio rifletteva i suoi colori nei miei occhi. I colori, quei colori, li stavo finalmente introiettando in me; tornavo a sentire nuovamente le ali sbattere da qualche punto del mio petto e spingere le mie gambe a muoversi a ritmo di musiche allegre.
Poi ad un tratto vidi una coppia che passeggiava nella via: il ragazzo aveva la stessa maglietta che io regalai a…
Mi fermai, chiusi gli occhi e immaginai la vetta: step by step. Il primo obiettivo era quello di far raggiungere molti followers a G., così che potessero conoscere il suo negozio. Quindi, fare un buon lavoro e ricambiare un giorno, quell’enorme aiuto che la mia amica aveva dato a me, impegnandomi a diventare brava nel mio mestiere.

Fu lo squillo di un messaggio a distogliermi bruscamente dai miei pensieri e farmi tornare alla realtà.
“Allora, pubblichiamo?” Era G. che evidentemente era risorta.
Andai sull’account Instagram di Body Store Giulia Sirchia , poi cliccai “Nuovo contenuto”; scelsi la foto che avevo già editato giorni prima -un arcobaleno di colori-, così aggiunsi gli hashtag, il luogo e la didascalia.
Mi chiedeva di premere ok, di confermare, di saltare ancora una volta.

“Ok”, dissi ad alta voce. In sottofondo, alla radio passava “Jump” di Madonna.
Accettai il consiglio.
E così saltai ancora una volta.