Racconti, Racconti & Poesie

Il cappello di paglia

Richiusi dietro di me la porta della mia camera d’albergo e misi il passepartout nella borsa del mare che avevo in spalla. Mi aggiustai il cappello di paglia che non avevo mai voluto mettere prima di allora, ma che, tutto d’un tratto, assunse completamente un altro sapore.

Quel giorno, il quadro era perfetto così: io con i capelli ondulati, il mio cappello di paglia, il costume sgargiante finalmente riesumato dopo un lunghissimo anno e il profumo della crema solare sul corpo.
Camminai lungo il corridoio bianco e azzurro, superando ogni porta: 205, 204, 203. Soltanto per un attimo mi soffermai ad osservare il mare che mi stava chiamando dalla grande finestra aperta; potevo nuovamente godermi quel venticello leggero che tornava a rinfrescare l’aria oltre ai miei pensieri.
Fu, credo, in quell’attimo che cominciai a realizzare di sentirmi come in una grande festa a cui ero stata invitata, mentre gli altri convitati erano già di sotto, che mi aspettavano, distesi nei lettini della piscina che luccicava.

Entrai in ascensore e mi imbattei negli altri ospiti dell’hotel, sorridenti e trepidanti di scendere nella hall, come se fossimo tutti reduci dall’inferno e non avessimo fatto una vacanza da tantissimi anni.
Superai la terrazza del buffet dove c’era ancora chi faceva colazione a base di croissant, aranciate e caffè; sapessero cosa mi ero divorata io, soltanto qualche ora prima e in compagnia delle mie altre compagne di viaggio.

Arrivai in piscina: un’enorme piazza con un prato, un bar, sdraio, tavolini e ombrelloni. Sembrava di stare all’interno di un grande teatro di colori e voci, ulteriormente vivacizzato e riscaldato da un meraviglioso sole di luglio.
Mi alzai la visiera del cappello per cercare le altre più mattiniere di me e subito le trovai che mi facevano segno:
-“Vale, siamo qui! Ti abbiamo preso una sdraio!”.

Ricordo quanto mi sembrasse di sognare: mi sarei quasi pizzicata per provare a me stessa che quella era la realtà e che mi trovavo davvero in vacanza.
“Vacanza”, ripetei a bassa voce, un concetto che a ben pensarci, anche soltanto pochi mesi prima, mi sembrava quasi fantascienza.
Eppure, adesso ero di nuovo libera; libera di sentirmi in un mondo a parte, governato dalle leggi della leggerezza, della spensieratezza e di una ritrovata joie de vivre che potevo tornare ad applicare alla mia vita.
Insomma, si era concluso l’inverno e io avevo finalmente dismesso i cappotti di ansia, paura e solitudine. Prima di partire, li avvolsi nel cellophane per conservarli con la naftalina, all’interno di un armadio, nell’angolo di quella prigione in cui ero stata rinchiusa per un anno eterno.
Era tornato il tempo del mare e delle sue onde che scorrono senza padrone; era tornato il tempo del sole caldo, dei sorrisi e degli abbracci reali, dati a quelle persone che, nonostante la distanza, non si erano allontanate di un solo centimetro: come le mie amiche.

Dunque, le raggiunsi: mi tolsi il caftano bianco, lo misi in borsa, poi poggiai il telo sulla sdraio; ma il cappello di paglia, quello me lo tenni addosso a fare ombra agli occhiali da sole. E mentre controllavo per l’ultima volta il cellulare, prima di abbandonarlo indefinitamente nel porta oggetti, sorrisi tra me e me, nel sentire la conversazione in corso tra le ragazze.
Una di loro: “Dai, finitela di bagnarmi con lo spruzzino che mi si rovina il libro!”
-“E ancora con questo libro! É da quando sei arrivata che sei tutta concentrata e alla fine sei sempre al primo capitolo!”.
Poi un’altra voce si aggiunse al coro :”Io sto cambiando nazionalità per quanto mi sto abbronzando, chi si fa un bagno?”
Risposi io: “Dammi un secondo, poso tutto e ti raggiungo”.
-“Ragazze”, d’un tratto, un’altra nostra amica arrivò da qualche altra parte della piscina, bagnata e con un sorriso sgargiante: “ma lo avete visto il bagnino?”
Rispose la lettrice, ancora distesa nella sua brandina: “hai detto panino?”
Ancora, fui io a rispondere: “Se! Panino! Hai di nuovo fame con tutto quello che ti sei finita a colazione?”
-“Ah, a proposito, per che ore abbiamo prenotato quel massaggio con il nome strano? Era alle 2 o alle 4?”, chiese l’amica che ancora mi stava aspettando per farsi il bagno.
-“Alle 3! Mi raccomando, continua a stare sotto al sole tutto questo tempo e senza neanche un cappello, e vedrai come tra poco ti dimenticherai pure come ti chiami!” e così dicendo, ritornò al suo libro.
-“Beh, è quello l’obiettivo. Insomma, Vale, ti sbrighi che voglio buttarmi in acqua?”
E nel mentre, io pensavo a quanto fosse bello poterle sentire battibeccare giocosamente sul nulla, di nuovo dal vivo e non più su una chat di whatsapp.
Infine, ci raggiunse l’ultima componente del gruppo: “Per caso, lo volete uno Spritz?”
-“Ma sono solo le 11 del mattino…”, dissi con una decisamente scarsa convinzione e con quel poco senso di responsabilità rimastomi da quando misi piede in quel posto a sud di Fuerteventura.
-“E allora? Sai che sono una dottoressa e quindi ti prescrivo tre Spritz prima del pranzo al buffet”.

Ed ero finalmente lì: in quel famoso posto giusto, al momento giusto e con le persone giuste. Una combinazione che cominciavo a dubitare potesse esistere ancora nella vita, in una vita considerata “normale” e che prima davo per scontata. Ero di nuovo pronta; pronta per poter assaporare nuovamente quell’acqua azzurrina dopo tanti mesi di sete, e mi sentivo già quasi tra l’essere guarita e rigenerata da tutto questo contesto -molto alla S&C- e che ho provato a rievocare in questo scritto.
Al che, nascosta dal mio cappello di paglia, mio amico ritrovato nel fondo dell’armadio e che mai seppi apprezzare come in quei giorni così leggeri, continuai a sorridere silenziosamente, quasi in preda ad un lieve solletico al cuore. E così, dopo una lunga pausa di finta e ponderata riflessione, conclusi:
– “E che Spritz sia.”

Alle mie amiche.