Racconti, Racconti & Poesie

Viaggiare e tornare

Oggi era uno di quei giorni in cui il vento ricominciò a soffiare.
Una domenica di fine ottobre, finalmente libera dal solito tram tram.
Presi il primo treno per andare via da quel posto. Volevo cambiare luogo e tempo. Volevo raggiungere qualunque meta mi fosse concessa e cambiare pensieri ed emozioni.
Perciò eccomi arrivare in questa vecchia cittadina medievale.
Le sue strade di pietra costeggiate da un fiume che fa da letto alle colombe e poi il castello che con le sue mura osserva maestoso l’evolversi di quel posto, come fa un fidato guardiano del tempo.
Il mio passo a momenti è lento, altre volte è rapido. Mi soffermo sulle piccole cose e tralascio quelle che non mi ‘chiamano’; come quel ragazzo, per esempio, che voleva farsi la foto di rito, arrampicato alla torretta. A chiamarmi fu, invece, lo sguardo della bambina bionda che mi passò accanto, guardando in alto verso di me e lanciandomi un enorme sorriso puro e buono.
Camminando, mi sono ritrovata in un vecchio giardino. Solo le panchine erano della mia epoca, mentre il resto sapeva ancora di vestiti merlettati con il corpetto, uomini accompagnati da spade e balli fiabeschi. A proposito del ‘chiamare’, quello era un posto che mi chiamava. Orticelli, scale, cunicoli nascosti, torrette e una miriade di sentieri che sapevano di labirinti e portavano al cielo. Mi sentivo parte di tutto questo.
Seguo una delle varie ed infinite scale a chiocciola ed eccola, la città, tutta ai miei piedi.
Un silenzio vaporoso, gli alberi che sventolavano le loro bandiere nel cielo e coprivano tutte quelle casette rettangolari e colorate. Solo gli uccelli davano velocità a quella scena; svolazzando di qua e di là, in cerca di un altro ramo, in cerca di un altro canto.
Respiro a fondo, guardo lontano e scorgo il tramonto.
Una giornata a camminare con me stessa, immersa nel concerto di pensieri, ovattata da uno scudo di silenzio.
Scendo nuovamente le scale, supero quel giardino francese che un tempo lontano, che mi è difficile ricordare, deve essere stato di mia abitudine visitare. Ritorno sulle stradine in pietra e, ancora una volta, a chiamarmi è una musica ai piedi di una chiesa.
Un ragazzo che suona con la chitarra “I love her” e sulle scale il suo piccolo pubblico privato composto da una coppia abbracciata. C’era lei che cercava di coprire lui, dandogli parte della sua giacca e c’era lui che ogni poco la ringraziava con un bacio.
Ed ecco che lì sentii la tua mancanza.
Mi ricordai di quella volta in viaggio per Praga, quando prima che arrivasse il treno, mi hai dato la tua giacca, i tuoi guanti e per fami ridere, hai cercato di condividere anche il tuo amato berretto di stoffa grigio, sdillabrandolo tutto. Il treno arrivò, io sentivo freddo, come anche te d’altronde, ma dentro, dentro stavamo benissimo.
Mi alzo da quelle scale, mi allontano dal concerto ai piedi della chiesa e continuo ad andare.
Poco lontano vedo una ragazza che guarda le vetrine di un negozio di souvenir e il suo ragazzo, lì, in piedi che tiene il cane. Ancora una volta tu: quel giorno di inizio estate in cui mi ero fissata che volevo comprare la padella per fare le crepes che costava il triplo perché adatta per non farle bruciare e tu, per dissuadermi da quella truffa, hai cominciato a dirmi che ci aspettava una sorpresa. Senza dirmi dove stessimo andando, e probabilmente nello stesso tempo inventandotelo anche tu, mi hai portato nella mia creperia preferita. Ed io conclusi con: “la prossima volta che voglio spendere soldi per una cosa che non userò mai, portami qui” e tu, tu che già lo sapevi perfettamente.
Ed ecco lo stesso odore di crepes in giro per la cittadina che si preparava per la sera. Le luci nei viali e le musiche e la gente: tutto era ancora più magico. Eppure avrei avuto voglia di dirtelo che anche quelle crepes, probabilmente, ci sarebbero piaciute.
Calava la notte e qualcosa in me cambiò. Il vento smise di soffiare ed io sentivo la necessità di tornare a casa.
Come in una moviola, ripercorsi il cammino a ritroso, aspettai il treno coprendomi dal freddo, vi salii, mi addormentai, ti sognai, mi risvegliai. Scesi a pochi metri da casa mia e percossi a piedi, in un silenzio assoluto, quelle strade che mi dividevano dal portone di casa.
Le chiavi in mano, le scale al buio, il silenzio davanti al mio appartamento. Infilo le chiavi, giro la toppa e:
un uragano.
Musica, profumi di cucina misti a bruciato. Valigie a terra e panni stesi.
-“Ok, non arrabbiarti!Sono tornato prima del tempo da Lyon e ti volevo preparare il riso con i funghi -perché mi ha preso così oggi-, ma l’ho bruciato. Però non ti arrabbiare! Perché ti ho portato i tortini cuore caldo come piacciono a te! Davvero non ti faccio neanche parlare, già so cosa vuoi dirmi, che vuoi tutto ordinato, che c’è casino, che la cucina è un disastro. Ma vedila così: almeno sono già qui!”.
Non avrei potuto dire niente, assolutamente niente. Se non abbracciarlo e sorridere del fatto che, dopo quella lunga giornata, ero di nuovo a casa;
e che sì,
finalmente lui era già lì.

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