Racconti, Racconti & Poesie

Ricordo di una vita passata

Era il 1803 ed io spazzolavo i miei lunghi capelli neri, seduta davanti allo specchio.
Il bimbo mi guardava con la piccola cuffietta bianca ricamata da dentro la sua culla, mentre, con la coda dell’occhio, ti vedevo dalla finestra che tornavi dalla tua battuta di caccia, con il cucciolo Russell dietro di te; attraversavi il vialetto del nostro giardino inglese ed entravi dalla cucina sul retro, lasciando il tuo solito fiore alle domestiche.
Arrivato in camera da letto, portavi le mani dietro la schiena e lì nascondevi il fiore più bello che avevi colto come tutte le domeniche mattina. Un bacio sulla fronte del bimbo e poi, con un sorriso, mi guardavi. Io smettevo di spazzolarmi i capelli e poggiavo la spazzola, senza nemmeno guardarla, attonita dagli occhi tuoi che sorridevano nel vedere i miei, e, senza accorgermene, sorridevo anche io.
Ero ricca, non per il giardino, né per la casa che avevamo; il mio potere era insito in me e così sconosciuto, perché senza sapere come, avevo catturato il tuo cuore. Una cattura che fruttò gioia, insieme ad un figlio che batteva le mani, contento, da dentro il suo lettino.
In quella campagna londinese del 1803 noi vivemmo felici e per sempre.
Dopo un lungo sonno, mi risveglio in un letto diverso e più piccolo. Le mie mani sono bianche come neve e piccole e morbide. Una donna dagli occhi azzurri mi sorride ed io ricambio. Tutti si congratulano con quella donna in questo giorno di fine estate del 3 Settembre 1991.
Passa del tempo e cambio luogo, cambio tempo, abiti, pensieri. Sono in un altro letto, questa volta più grande e sono da sola.
Ti ho risognato questa notte: era il momento in cui facevi spuntare da dietro la tua schiena il mio fiore, ma le tue fattezze erano smussate dall’atmosfera rarefatta di un sogno che sta per sostituirsi al ricordo.
L’orologio calcola un tempo inventato da noi corpi. Sono in un altro luogo, mentre quel calcolo chiamato tempo per convenzione sociale, mi fa ritrovare con i capelli raccolti e un cuore più maturo.
Mi ritrovo in un piccolo locale di Parigi con un bicchiere di assenzio e un foglio su cui scrivere.
C’è un tale, davanti a me, che giurerei di aver visto da qualche parte. Ripone il giornale e si mette al collo la sua macchina fotografica, da un saluto al cameriere, lascia dei soldi sul bancone e fa cadere un fiore, poi va via.
Il Capodanno di quel 2015 riempie l’atmosfera di colori e fumi, ma anche dopo che quel tale ha lasciato quell’aria così bohemien il mio pensiero lo insegue per un poco, per poi dimenticarlo, come tutto del resto.
Tu non mi vedesti altre mille volte che ci siamo incontrati e così feci io. I nostri lunghi giri si intersecavano alla cieca, senza mai riconoscerci entrambi, in un unico momento.
Molti giri di orologio si sono susseguiti, prima di sorprendermi qui, sulle rive di questo fiume indiano.
Dall’acqua compare un piccolo battello su cui una figura sta affacciata a fotografare le increspature del letto dormiente. Senza esserci chiamati, nello stesso istante tu hai guardato me ed io ho guardato te.
Eri quasi ancora la stessa figura seduta in quell’ambiente parigino.
Per una volta la fortuna volle che quel battello si fermasse nel molo accanto e me e tu scendesti.
Sorridendomi, mi dicesti il tuo nome e mi regalasti quello che per te era il fiore più bello e che avevi colto un momento prima di raggiungermi.
Io ti guardai e, senza saperlo, già sorridevo e con un filo di voce sussurrai un semplice :“ti ho trovato…”
ed eravamo di nuovo insieme.

6 pensieri su “Ricordo di una vita passata”

  1. Il tema dell’amore che non conosce limiti di tempo e di spazio e che si rincorre e si cerca attraverso molte vite: l’ho trovato, riproposto altre volte, ma mai con questa dolcezza e sensibilità.

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      1. È così che deve essere. O meglio è così che DOVREBBE essere. Disgraziatamente oggi si da molto valore alle parole nel loro significato superficiale, a volte finto; nessuno presta più attenzione, invece, al significato evocativo di un termine, di una frase: eppure si è sempre usato in letteratura ed ancora, fino ai primi anni ottanta, c’era ancora qualcuno delle vecchie generazioni che lo sapeva fare. Vedo, con tristezza, che tutto si sta lentamente degradando per far posto a tanta rudezza, pressappochismo, sensazionalismo. Si servono le divinità fittizie del successo e del profitto e, per farlo, si ricorre anche ad artifici umilianti. Leggere il tuo racconto è stato respirare una boccata di aria pura. I sentimenti aleggiano lievi, eppure così intensi. Viene da chiedersi dove si nascondono oggi? E quale misteriosa alchimia hai adoperato per dar loro nuova vita e speranza in un universo sempre più egoista?

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      2. Sono d’accordo sul senso di superficialità che si allarga via via, di questi tempi. Eppure, forse per ingenuità, credo ancora che c’è chi fa parlare il vero io e non l’ego che vuole raggiungere la fama. Se chi scrive, suona, canta, dipinge per il semplice gusto di farlo, dunque per se stesso, quel prodotto artistico sarà arte pura e incontaminata. L’arte per l’arte è quello che viene a mancare perché sono più affascinanti le luci dei riflettori, almeno per alcuni. Quando scrivo, lo faccio per concretizzare i miei sogni, i miei desideri, ciò che vorrei che fosse, ma che non è. Allora lo faccio con la massima sincerità possibile, per vedere che l’ho potuto creare, plasmare e poi toccare. Sono consapevole che il risultato potrà non piacere a tutti, ma per questo continuo, perché non serve che piaccia a tutti. Quello che mi interessa è passeggiare concretamente nelle mie fantasie, ogni volta che rileggo i miei scritti e, sperare, di arrivare anche ad altre destinazioni.
        Le persone sono le mie altre destinazioni.
        Perciò ripeto che mi fa molto piacere leggere questi commenti, perché in una piccola parte ci sono riuscita.
        Grazie davvero.

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